
Come da tradizione ormai millenaria, o così mi sembra, scrivo l’ennesima recensione di Seventh Star. Rigorosamente diversa da quella scritta nel 2016 (sempre su questo sito) e le millemila che ho scritto in giro per il web con nomi e pseudonimi che, ad oggi, non ricordo neanche. Il fatto che non abbia un’opinione lineare su questo LP di Tony Iommi (feat. Black Sabbath, mannaggia la miseria) lo rende un grande album o uno mediocre? Anche oggi, che è quasi Capodanno (scrivo nel 2025 questa recensione giusto per tirarmi via un po’ di lavoro per il 2026… neanche ne avessi a chili), non ho una risposta certa. Non riesco a metterlo a livello dei dischi dei Black Sabbath, perchè non lo è, e anche rispetto alle successive prove soliste di Iommi, questo Seventh Star è, in certi punti, un po’ troppo debole. Sentitevi il suo disco con Glenn Hughes, Fused, e il mio gusto pende a favore del disco del 2005.
Seventh Star, però, non è brutto e non è sbagliato. Questo LP ha solo avuto la sfortuna di avere una gestazione difficile, come trequarti della vita musicale di Iommi post-Mob Rules. Fra case discografiche che fanno le bizze, musicisti inconsistenti, mondo musicale sordo alle lusinghe musicali dei vecchi saggi come i Black Sabbath, droga, alcol e mille altre grane, tutto il periodo ’80-’90 della mano baffuta di Dio è stato un grande grattacapo. Il Nostro ha sempre portato a casa il risultato, sia chiaro, ma che difficoltà.
Nato come progetto solista con più cantanti, diventa una band classica con il super-drograto Hughes a metterci la voce. L’idea dei cantanti diversi non verrà cestinata e tornerà a galla giusto giusto per il vero esordio solista IOMMI. Anche il suono tira via le asperità presenti su Born Again e si getta di nuovo su un hard blues caldissimo, rotondo, dal riff grosso ed emozionante. Non c’è altro da dire quando c’è Mr. Iommi dietro la sei corde e se siete di un’altra parrocchia, per favore, smettete immediatamente di leggere sto blog.
Dentro Seventh Star deve aver fatto confluire tutto quello che, con i Black Sabbath, non riusciva più a buttare fuori a causa delle pressioni esterne, di un mercato musicale che incominciava a sussurrare glam metal in tutte le sue più smaglianti sfaccettature. E poi i Sabbath devono dare al pubblico un certo tipo di musica, non possono permettersi di mettere dentro un pezzaccio come No Stranger To Love (no, non ho cambiato idea, non mi ispira). Però è messo in un sandwich di grossezza hard rock come In For The Kill (che al minuto 1:50 ha sto passaggio di chitarra che sembra un mini passaggio punk-pop e mi fa sorridere, ma credo di sorridere solo io) e Turn The Stone (che ha sto intro di batteria che ha un sentore di un’altro che arriverà 5 anni dopo), che da soli settano bene l’atmosfera del disco. Dopo il classico intermezzo strumentale (Sphinx) che Iommi piazza da Paranoid con una frequenza del 70/80% delle uscite (a parte i dischi degli anni ’90) non c’è una caduta di tono, non sono classici ma si posizionano in quella categoria di brani che trequarti delle band del pianeta potrebbe prendere per dare una scossa alla propria decadente vita musicale.
In Memory è, per me, una ballad molto più interessante che No Stranger To Love. Ma sono gusti e, come si sa, ognuno ha il suo.
Sono riuscito a scrivere l’ennesima recensione diversa di Seventh Star, faccio quasi schifo. Ma ogni volta che lo riascolto, e ormai sono decenni che passa sotto le mie grinfie, mi sembra offrire qualcosa di diverso, farmi gli occhioni ricordandomi che, l’altra volta, avevo scritto delle cazzate immonde perchè non avevo capito niente di Seventh Star. CI rivediamo nel 2036, per i 50 anni di questo LP. Son certo che sarà come ascoltare un disco nuovo.
[Zeus]









