Tony Iommi feat. Black Sabbath – Seventh Star (1986)

Come da tradizione ormai millenaria, o così mi sembra, scrivo l’ennesima recensione di Seventh Star. Rigorosamente diversa da quella scritta nel 2016 (sempre su questo sito) e le millemila che ho scritto in giro per il web con nomi e pseudonimi che, ad oggi, non ricordo neanche. Il fatto che non abbia un’opinione lineare su questo LP di Tony Iommi (feat. Black Sabbath, mannaggia la miseria) lo rende un grande album o uno mediocre? Anche oggi, che è quasi Capodanno (scrivo nel 2025 questa recensione giusto per tirarmi via un po’ di lavoro per il 2026… neanche ne avessi a chili), non ho una risposta certa. Non riesco a metterlo a livello dei dischi dei Black Sabbath, perchè non lo è, e anche rispetto alle successive prove soliste di Iommi, questo Seventh Star è, in certi punti, un po’ troppo debole. Sentitevi il suo disco con Glenn Hughes, Fused, e il mio gusto pende a favore del disco del 2005.
Seventh Star, però, non è brutto e non è sbagliato. Questo LP ha solo avuto la sfortuna di avere una gestazione difficile, come trequarti della vita musicale di Iommi post-Mob Rules. Fra case discografiche che fanno le bizze, musicisti inconsistenti, mondo musicale sordo alle lusinghe musicali dei vecchi saggi come i Black Sabbath, droga, alcol e mille altre grane, tutto il periodo ’80-’90 della mano baffuta di Dio è stato un grande grattacapo. Il Nostro ha sempre portato a casa il risultato, sia chiaro, ma che difficoltà.
Nato come progetto solista con più cantanti, diventa una band classica con il super-drograto Hughes a metterci la voce. L’idea dei cantanti diversi non verrà cestinata e tornerà a galla giusto giusto per il vero esordio solista IOMMI. Anche il suono tira via le asperità presenti su Born Again e si getta di nuovo su un hard blues caldissimo, rotondo, dal riff grosso ed emozionante. Non c’è altro da dire quando c’è Mr. Iommi dietro la sei corde e se siete di un’altra parrocchia, per favore, smettete immediatamente di leggere sto blog.
Dentro Seventh Star deve aver fatto confluire tutto quello che, con i Black Sabbath, non riusciva più a buttare fuori a causa delle pressioni esterne, di un mercato musicale che incominciava a sussurrare glam metal in tutte le sue più smaglianti sfaccettature. E poi i Sabbath devono dare al pubblico un certo tipo di musica, non possono permettersi di mettere dentro un pezzaccio come No Stranger To Love (no, non ho cambiato idea, non mi ispira). Però è messo in un sandwich di grossezza hard rock come In For The Kill (che al minuto 1:50 ha sto passaggio di chitarra che sembra un mini passaggio punk-pop e mi fa sorridere, ma credo di sorridere solo io) e Turn The Stone (che ha sto intro di batteria che ha un sentore di un’altro che arriverà 5 anni dopo), che da soli settano bene l’atmosfera del disco. Dopo il classico intermezzo strumentale (Sphinx) che Iommi piazza da Paranoid con una frequenza del 70/80% delle uscite (a parte i dischi degli anni ’90) non c’è una caduta di tono, non sono classici ma si posizionano in quella categoria di brani che trequarti delle band del pianeta potrebbe prendere per dare una scossa alla propria decadente vita musicale.
In Memory è, per me, una ballad molto più interessante che No Stranger To Love. Ma sono gusti e, come si sa, ognuno ha il suo.
Sono riuscito a scrivere l’ennesima recensione diversa di Seventh Star, faccio quasi schifo. Ma ogni volta che lo riascolto, e ormai sono decenni che passa sotto le mie grinfie, mi sembra offrire qualcosa di diverso, farmi gli occhioni ricordandomi che, l’altra volta, avevo scritto delle cazzate immonde perchè non avevo capito niente di Seventh Star. CI rivediamo nel 2036, per i 50 anni di questo LP. Son certo che sarà come ascoltare un disco nuovo.
[Zeus]


Samael – Era One (2006)

Non vi ho mai nascosto il mio rapporto tormentato con i Samael, una band che non ho mai disprezzato, ma che non ho neanche mai amato in maniera particolare. Gli svizzeri, contrariamente alla loro nomea di popolo preciso e svizzero, non sono mai stati una band consistente, passando da momenti di buona ispirazione (gli inizi della carriera) ad altri in cui non c’era poi molto da salvare (Eternal). Era One, un doppio LP con dischi concettualmente diversi, rientra in quella schiera di uscite dubbiose degli svizzeri. Partiamo con Era One, il primo LP, nonchè quello che contiene anche un contributo di Vorph alla voce (Lessons in Magic #1 è del solo Xy). I brani strumentali di Era One sono molto meglio di quelli con la voce o, forse meglio dire, che le tracce vocali di Vorph funzionano poche volte in maniera coerente con la base ambient/strumentale di Xy. Quando funziona (seppur parzialmente), c’è questo leggero feeling alla Mortiis o altre band che, ad un certo punto, hanno abbandonato la via del metallo per dedicarsi alla ricerca della gnocca gotica da discoteca EBM. Quando non funzionano (spesso), ci sono momenti imbarazzanti come su Voyage, in cui Vorph tenta cose che non dovrebbe tentare e, per Bafometto, non provi mai più a farlo.
il secondo disco, Lessons in Magic #1, approccia tutto in maniera molto diversa. Prima di tutto, come detto, non c’è spazio per il contributo vocale di Vorph e, visto il genere suonato sul doppio album Era One, non è una cosa negativa. Quindi eccoci a parlare di nove tracce strumentali, ambient e che pescano a piene mani dal gotha dell’elettronica, che almeno hanno un senso compiuto. I pezzi non sparano fuochi d’artificio, ma quando li ascolto finalmente ho la sensazione di essere di fronte ad un qualcosa che, come guilty pleasure, potrei anche ascoltare. Soprattutto ha abbastanza qualità permettermi di dimenticare che c’è anche un disco 1 in questo Era One.
Xy gioca bene con i bassi elettronici, che hanno il giusto groove e portano a casa la giornata senza problemi, ma è quando attiva tutto il resto delle manopole che finalmente si capisce che il musicista svizzero ha le idee chiare. Pochi momenti eccellenti, diciamo che tutte le canzoni si adagiano su un solido 6,5/7 in pagella (ma io i voti non li so dare), ma il luccichio ambient, le svisate di synth, le briciole di atmosfere più oscure e qualche elemento che potrebbe essere una lullaby distorta, sono tutti elementi che funzionano e non stroppiano.
Se dopo 20 anni non avete mai approcciato questo doppio album dei Samael, vi consiglio di togliervi via il dente e il dolore sentendo con il naso tappato Era One e poi, con più tranquillità, Lessons in Magic #1. Ovvio, stiamo parlando di un disco che è fuori da tutti i radar metal del mondo ma, come detto, come guilty pleasure o mentre state facendo qualcosa dove dovete concentrarvi e non potete seguire il riff o la doppia cassa, allora Lessons in Magic #1 potrebbe anche dire la sua.
[Zeus]

Ancora un po’ di resti dello scorso anno. Baest – Colossus (2025)

Per far diventare Colossus, dei danesi Baest, il mio disco da palestra è bastato il singolo Stormbringer. Divertente, cazzaro, death metal ma con un tocco melodico di natura heavy metal che aggiunge una serie di sfumature epiche e da cazzoduro che, signori miei, vi consiglio. Il singolo mi ha preso benissimo, quindi eccolo a grugnire e sbuffare nelle orecchie mentre passo da esercizio ad esercizio, ripetizioni e pause. I Baest ci sono e lo fanno caricando dosi massicce di groove, quello D.O.P. che ti fa fare su e giù con la testa e battere il piede. Nel mio caso ha fornito quel qualcosa in più per raggiungere a new level. Che, detta così, sembra che stia diventando un novello Schwarzenegger, ma in realtà il new level non è altro che la possibilità di arrivare al prossimo set senza dover ricorrere alla mistura di speed, anfetamine, ossigeno e punture d’adrenalina. Ecco perchè la gente non capisce cosa si perde a sentire la musica alla radio, il metal ti fa fare quel miglio extra che, un tormentone radiofonico a caso, non potrà mai farti fare.
Colossus scorre piacevole, non è estremamente complicato anche se, i danesi, cercano comunque di far vedere che possono scrivere canzoni anche più arzigogolate. E, vi dirò, il quintetto danese, nel 2025, ha un tiro maggiore quando semplifica, quando getta il death metal oltre la seriosità e le partiture più cervellotiche e lascia andare le melodie a briglia sciolta. Perchè è dentro quell’impostazione heavy-epic metal che si nasconde il vero punto di grandezza di Colossus. Vorrei vedervi fermi, seri e con il grugno mentre sentite il riff di Imp of the Perverse. E qua sto parlando di una canzone messa alla posizione 5, nonchè uno dei millemila singoli che hanno estratto da questo LP.
Sarà che ormai è consuetudine far uscire una pletora di canzoni, perchè Spotify e gli altri servizi online hanno strutturato così l’ascolto delle nuove generazioni, ma è anche un segnale di quanto i Baest ci credono in questo vinile. E hanno ragione, perchè non cede un millimetro dal suo proposito di rallegrarti la giornata, tirarti via i cattivi pensieri e la pesantezza delle ore lavorative.
Se poi, come a me, Colossus riesce anche a tenervi in vita in palestra, allora avete trovato quel disco che potete usare in praticamente tutti gli aspetti sociali della vostra vita. Volete la carica per il primo date con la tipa? Ascoltatelo. Vi serve un momento per staccare i pensieri? Ascoltatelo. Volete avere un po’ di leggerezza ma senza rinunciare ai riff pesanti in eccesso? Ascoltatelo.
Colossus non è un capolavoro assoluto, ma è di certo la miglior versione dei Baest. Erano bravi prima (Necro Sapiens è un buon disco), ma io sono un becero ignorante e, questa versione, mi gusta molto di più.
[Zeus]

Andrea Alon – La Sagra del Diavolo (2025, Sanguanello Editore/Edizioni della Teppa)

Ci sono un perpetuo ex culturista, il gestore di un sexy shop sull’orlo del fallimento, una streghetta e un nerd fanatico delle cospirazioni… sembra l’inizio di una barzelletta e invece sono gli irresistibili protagonisti di La Sagra del Diavolo, romanzo d’esordio di Andrea Alon.
Quando una statua della Madonna viene rimossa dalla sua sede al limitare del bosco per essere spostata in un altro luogo, dal buco rimasto nel terreno esce qualcosa che arriva direttamente dall’inferno. E ha progetti precisi per gli abitanti di Mortigna, in vista della sagra di Ognissanti che avrà luogo a breve. Toccherà ai sopracitati protagonisti occuparsi della cosa, aiutati o ostacolati da tutta una serie di coloriti personaggi di contorno.
La Sagra del Diavolo mette insieme urban fantasy e horror conditi da abbondante umorismo e citazioni cinematografiche, donandoci una lettura entusiasmante e coinvolgente che ti impedisce di posare il libro. La curiosità di sapere che altro succederà dopo l’ennesimo casino o dopo una svolta inaspettata della trama è troppo forte. La caratterizzazione dei personaggi è un altro punto a favore, tutti diversi e finemente tratteggiati. Una storia originale e sorprendente che ti prende e non ti molla finché non l’hai finita.

[Lenny Verga]

Dark Watcher – The Law of Bone and Sinew (2025)

Le band come gli americani Dark Watcher sono il paradiso per il sottoscritto, sono la mangiatoia dove si abbevera il maiallo peloso e setoloso che risiede nel mio petto. Non ci posso far niente, appena mi propongono il mischione di generi quantomeno distanti, allora mi ci butto di petto. I Dark Watcher sono entrati nel mio radar nel 2019 con l’EP omonimo di debutto e poi li ho seguiti mentre tiravano fuori il secondo EP (Hymns of a Godless Land) e adesso non posso tenermi dentro tutto il mio guilty pleasure con questo The Law of Bone and Sinew, esordio sulla lunga distanza.
Cosa mischiano i Dark Watcher? Black metal e country. O, meglio, black metal, una spruzzata di country e quello che noi siamo abituati ad associare ai western grazie alle colonne sonore di Ennio Morricone. Un mix di tutto questo, non in parti uguali visto che i Dark Watcher erano e rimangono una black metal band fatta di riff veloci, screaming e un tupa-tupa che va alla grande, ma il mischione con il country/colonna sonora ci sta, fa atmosfera e mette subito in chiaro che loro vorrebbero entrare nel grande calderone del nuovo movimento americano del black metal con base Far West/Indiani e via dicendo. Una sorta di epica della frontiera in salsa black metal. Le parti melodiche, quelle western/country giusto per raggruppare tutto in un termine, sono belle, fanno da colonna sonora e, volenti o nolenti, ci si immaginano i personaggi di Sergio Leone a scorrazzare nelle pianure americane.
Per riuscire nell’intento di dar vita alla loro creatura, i Dark Watcher ci mettono il tempo necessario (i brani sono abbastanza lunghi, spesso sopra i 5 minuti) e lo fanno caricando momenti da colonna sonora per introdurre poi un black metal all’arma bianca, veloce, con screaming ossessivo e qualche reminescenza che potrebbe portare anche ai Midnight (ma sono suggestioni). In ogni caso, i Dark Watcher non vogliono sentirne di diminuire la velocità o ragionare su certi passaggi, quello che hanno come fine è di premere a tavoletta, tirar il collo alla chitarra e, per i momenti di pausa, ecco che ci pensano le eccezioni (cioè quando decidono di tirar via per poco tempo l’anfematina al chitarrista) o gli estratti western/country. Le canzoni si fanno ascoltare, ma rimane un po’ di generale piattume nel black metal. A forza di andare a mille all’ora, rischiano a volte la monotonia nei passaggi.
Inoltre, altro passo un po’ incerto, è ancora l’incostanza nel riuscire sempre a fornire un amalgama ben fatto fra le anime black metal e quella americana. Sono due mondi difficili da mettere in connessione, lo so, e qua non stiamo parlando dell’allegra compagnia degli Eluveitie, dove sono in mille con 100 strumenti. I Dark Watcher sono in quattro con strumenti tradizionali, ma riuscissero ad arrivare sempre al risultato di unire in maniera fluida i due generi, allora non avrei nessuna difficoltà a mettere un bel segno rosso sotto il nome della band e consigliarvela senza ritegno. Ad oggi, in questo debutto, c’è ancora un po’ di strada da fare e qualche spunto da affinare, perchè i risultati, su canzoni come The Trial of the Davis Kid si respira una bell’aria da frontiera e violenza e il passaggio fra “l’intro” e il black metal successivo è organico.
Un esempio di maggiore coerenza possiamo trovarlo in altre band dello stesso “movimento”, anche se dubito si possa chiamare così. Detto dei Blackbraid, che però non utilizza il country come base ma ha il black metal melodico/atmosferico come base musicale, gruppi affini possono essere quello dei Vital Spirit, il cui approccio alla materia è un bel paio di scalini sopra questo. In territori limitrofi mi viene in mente la rinnovata maturità dei Wayfarer, capaci di evolvere il suono e portarlo ad una maggiore coesione, ma anche la brutalità dei Pan-American Native Front è indice, invece, di un approccio diverso e meno dedito all’unione. Una band come i Wraithlord, invece, potrebbe essere vista nella categoria, ma il loro country/raw black metal è distante dalle velocità e dalla black metal melodico contenuto in questo The Law of Bone and Sinew.
I Dark Watcher sono una buona band. In The Law of the Bone and Sinew ci sono abbastanza momenti in cui hai realmente piacere a fermarti ad ascoltarli, pur non rivoluzionando niente o non essendo neanche delle superstar del genere. Questi ragazzi del Missouri sono piacevoli da ascoltare, i 50 minuti abbondanti del disco scorrono (qualche volta con un po’ di fiatone), ma è un esordio, quindi non vado giù troppo pesante. Li voglio sentire al secondo LP, qua si vedrà se le idee contenute su The Law of the Bone and Sinew hanno avuto il tempo di maturare o non c’è la minima crescita.
[Zeus]

1914 – Viribus Unitis (2025)

Quarto disco in studio in 10 anni di attività e una guerra vera da sopportare in Patria, ecco una brevissima biografia degli ucraini 1914. Viribus Unitis arriva a quattro anni di distanza dal precedente Where Fears and Weapons meet, un LP che ho recensito in maniera entusiasta vista la indubbia qualità che questa band riesce a immettere nel proprio sound. Il nuovo disco, sempre sotto l’egida della temibile Napalm Records (e non temibile per buoni motivi), riesce a prendere il testimone e portarlo avanti con fierezza e con idee? La risposta richiede un po’ di tempo, visto che Viribus Unitis non riesco a capire se è un disco eccellente o un ottimo disco con qualche ombra che mi fa corrugare la fronte. Forse scrivendo mi chiarisco la mente. Quindi parto subito dicendo che rispetto al 2021, gli ucraini non si sono ammorbiditi, ma hanno continuato sulla loro strada fatta di blackned-death con possenti inizioni di doom. Non mancano neanche i sempre più presenti momenti orchestrali, le ospitate di altri cantanti e una generale tendenza a sfumare l’aggressività guerresca in una nube di rarefazioni e atmosfere oscure date dal doom metal. Qua sto già distinguendo i 1914, cosa ormai risaputa, sia dagli ottimi Kanonenfieber, che guardano al lato più bombastico (perdonatemi) e diretto della Grande Guerra, sia dai truci Minenwerfer che, della guerra, mettono in musica le pallottole, i razzi e tutto il demonio che ne esce fuori. i 1914, da sempre ma con Viribus Unitis a maggior ragione, prendono sotto la loro ala uno spettro molto più ampio che spazia dalla guerra nelle trincee alle ferite psicologiche dei combattenti. Riuscire a coniugare entrambe le cose sotto la stessa egida è difficile, visto che richiedono registri sonori ed emotivi diversi.
Escludendo la classica Intro e Outro, come naturale, i 1914 sparano subito la cartuccia pesante 1914 (The Siege of Przemyśl) e la raddoppiano con 1915 (Easter Battle for the Zwinin Ridge) e 1916 (The Südtirol Offensive). Qua si apre subito il primo segnale di differenza, questa volta la band ucraina ha posto un occhio di riguardo alle battaglie su territorio italiano, andando a fare un lavoro di ricerca, anche terminologica, che è di spessore (Katzelmacher è un termine che non si trova spesso nel linguaggio odierno). E se l’aspetto lirico è diverso, pur andando a sondare i temi già affrontati, c’è un upgrade musicale notevole soprattutto per 1915 (Easter Battle for the Zwinin Ridge), dove alla parte violenta, brutale della guerra, i 1914 aggiungono anche elementi musicali tragici, con aperture melodiche drammatiche e rallentamenti “atmosferici” carichi di presegi nefasti. Questa tendenza verrà accentuata nella seconda parte del disco, a partire da 1917 (The Isonzo Front), l’ultima traccia “brutale” del disco, prima che gli ucraini lascino il posto ad un suono più orientato sulla marzialità, sul ritmi in mid-tempo e un utilizzo maggiore delle orchestrazioni.
La tripletta denominata 1918 è quella dove gli ucraini cercano il bandolo della matassa dell’aspetto psicologico, lasciandosi alle spalle il fango delle trincee per andare a scavare nelle brutture della mente, dei ricordi e di quello che la guerra ci lascia anche quando siamo via dal fronte. La marziale WIA racconta la sconfitta dell’esercito austriaco per mano degli italiani e lo fa buttando sul piano cori liturgici e una lentezza a volte mortifera, mentre POW, a due voci con Christopher Scott, racconta dall’esterno e dal punto di vista del prigioniero di guerra, la detenzione nei campi italiani. Anche qua, i 1914 non tirano fuori gli artigli, ma puntano tutto sul peso degli strumenti. Il riff è semplice ma efficace, pesante e supportato da una sezione ritmica basica e quadrata. Infine c’è Aaron Stainthorpe a dar supporto per ADE, terzo e ultimo capitolo della fuga dalla prigionia italiana e il rientro in patria, chiusa con il singulto mentre si sussurra Willkommen Österreich. L’ex My Dying Bride fa quello che gli riesce meglio e quindi dipingere di nero quello che prima era già tragico, il suo clean spezza la tensione dello screaming di k.u.k. Galizisches IR Nr.15, Gefreiter, Ditmar Kumarberg. Su questo pezzo, dopo altri due più lenti e melodici, i detrattori arriveranno come avvoltoi, sparando bombe di mortaio contro i 1914, accusandoli di aver perso pesantezza, di aver perso ferocia. Vero, in parte, perchè se aggiungiamo anche la coda straniante di 1919 (con tanto di piano distorto e Jerome Reuter dei ROME) sono quattro le canzoni in cui più della granata e della Berta, e quindi guardando con favore il sangue e le ossa disintegrarsi, si va di sfondamento per peso specifico, come gli attacchi dei Russi nella seconda guerra mondiale: tanti uomini, un fucile ogni due, e che Dio ce la mandi buona, tanto siamo centinaia di migliaia. La verità, e ci sono arrivato per ragionamento e ascolto, è che le due metà di questo disco sono ugualmente pesanti, feroci se vogliamo. Solo che devono tenere conto del tema e dei registri usati per trattarlo. Certo, si può parlare di stress post-traumatico e altri argomenti (solitudine ecc) con il blackned death, non te lo prescrive il medico di smettere di pestare a manetta, ma è indubbio che un certo lavoro di fino lo si riesce a mettere in pratica cambiando leggermente tono. Guardate gli Shores of Null e quel fantastico album sull’elaborazione del lutto. Hanno espresso le emozioni variando registro musicale e ricavandone uno dei dischi da consegnare ai figli. E, così, hanno cercato di fare anche i 1914. Riuscendoci? Sì. Adesso posso dirlo. Ero partito molto dubbioso, incapace di capire questo cambio di rotta dalle asperità della prima parte a… quel quartetto fra 1918 e 1919. Pensavo avessero scazzato, che fossero arrivati a compromessi con la casa discografica. Invece è una questione di narrazione, come in un buon film o in un libro. Toni diversi per momenti diversi. Le clean vocals nel black non sono mai state un vero plus, ma in questo caso sono il complemento necessario per arrivare a decriptare una sensazione meno tangibile di un obice che spara sulle trincee o un attacco all’arma bianca con Morgenstar, baionetta e badile da trincea.
Non penso ci siamo molto altro da dire, anche perchè il disco è uscito nel 2025 e quindi avrete già letto di tutto e di più. Se no, date un ascolto al disco senza preconcetti, ma immergendovi nei capitoli di questo LP con la stessa attitudine di quando leggete un libro.
[Zeus]

Bleeding Through – The Truth (2006)

I Bleeding Through escono con il terzo disco in piena esplosione metalcore, ormail genere si era piazzato sui radar dei festival, delle etichette e anche le classifiche musicale davano segni inequivocabili che “questo fenomeno” era arrivato al punto di esplodere nel mainstream e diventare, nel giro di qualche anno, uno dei tanti rigagnoli in cui si è scomposto il metal. A 20 anni di distanza, di quell’epoca esplosiva (per il genere) si respirano solo poche cose. I gruppi ci sono, le uscite non mancano e ci sono tonnellate di band che portano con orgoglio la coccarda con scritto metalcore sul petto. Dipende se è qualcosa che per voi è un fattore positivo o meno, ma è anche grazie a queste band che il metal ha scollinato un’epoca difficile. O, forse, vista dall’altro lato, è proprio a causa di queste band che il “vero” metal ha sofferto. Questo però lo dicevano già con il grunge. E con il punk prima. Un discorso che va indietro nel tempo.
In ogni caso, The Truth è il quarto album della band californiana e, dietro al mixer, c’è niente di meno che Rob Caggiano (all’epoca ancora bello attivo con gli Anthrax e non concentrato su altre mille cose). Risultato? Un disco grosso, compresso e, come si dice spesso, heavy (mi stupirebbe il contrario, visto che stiamo parlando di un album metal). Non è un LP scemo, visto che il sestetto americano stringe i denti e ringhia tutto il tempo prima di scaricare i ritornelli in clean o porcherie strane come su Dearly Demented (che non è neanche una grande traccia). The Truth mette insieme tutti gli stereotipi del metalcore di inizio 2000, anche se le differenze fra le band più sceme ci sono. Va bene, ci sono i breakdown, ci sono tutte le influenze swedish che escono senza pudore e anche quelle spezie hardcore che fanno del metalcore… il metalcore. Però l’aver dentro la formazione una tastiera li differenzia perchè la composizione è pensata proprio in funzione anche degli inserti delle tastiere di tal Marta Peterson. In secondo luogo, le clean vocals non sono poi così tante. Ci sono e stracciano i ….., ma questo è quello che ci si aspetta da una band di genere. Le vocals sono di proprietà del tipico Homus Americanus Metalcoris, quindi ‘na mezza montagna di muscoli e steroidi, e Brandan Schieppati (ex Throwdown e altre mille band) ci mette del suo per rendere il growl cattivo e arrogante e i clean abbastanza teneri, ma non fino ad arrivare al punto di doversi sparare in testa appena apre la bocca. Il buon Brendan non è uno che tira indietro il tricipite quando c’è da sgolarsi.
Il metalcore non è mai stata la mia tazza da tè, sono sincero. Ho ascoltato qualcosa, spesso per recensioni o perchè mia moglie piazza su Spotify alcune band di genere durante i viaggi in auto, ma non mi sono mai emozionato nel sentirlo. Ha il suo pubblico ed è in crescendo costante, spesso molte band sono anche punto d’entrata nel metal per chi, prima, era dentro l’hardcore meno estremo o per quei giovani che, cappellino a trequarti, canotta e bermuda extralarge, entrano per la prima volta in contatto con la musica di Satana. I clean riescono comunque a tenere alla briglia il sentirsi troppo “cattivi” e non scontentare la fidanzatina che, forse, non ha ancora accettato al 100% un cantante che vomita nel microfono.
Nonostante tutto, The Truth è un disco discreto. Non lo riascolterò mai più e so che non entrerà di diritto nella cerchia dei dischi che mi faranno cambiare opinione sul metalcore, ma è di certo uno di quegli LP che entrano a gamba tesa alla Cordoba, seppur mettendo un po’ di lustrini e la scarpetta rosa.
[Zeus]

Blackbraid – Blackbraid III (2025)

Devo riconoscere che Sgah’gahsowáh con i suoi Blackbraid ha un’etica del lavoro invidiabile. Nell’arco di pochi anni ha fatto uscire tre dischi e, almeno per i primi due, non ci sono commenti negativi da fare. Il primo capitolo del 2022 (Blackbraid I) mi era piaciuto subito e anche il secondo, uscito l’anno dopo, non era da meno. Entrambi buoni dischi che, rispetto alla pletora di LP atmospheric black metal che escono ogni 2 minuti, avevano la qualità incredibile di suonare genuini. All’appuntamento con il terzo LP, chiamato ovviamente Blackbraid III, ci troviamo di fronte alla continuazione ideologica, musicale e compositiva di quanto già espresso nei primi due. I Blackbraid non sono mai stati una (one man-)band innovativa, quindi immaginarsi un cambio di rotta a cambiare drasticamente la formula vincente trovata nei primi due LP sarebbe stato molto stupido. Infatti non ci ho neanche pensato, mettendo tutti i gettoni sul rosso di una continuità stilistica e musicale, perchè rischiare non è un buon modo per tenersi il bacino d’utenza che il buon Sgah’gahsowáh si è costruito negli anni.
Quindi Blackbraid III è brutto, mi contesterete. No, non lo è e la mancanza di uno scarto compositivo in avanti e la tentazione del nostro amico americano di giocare sul sicuro con palla lunga e pedalare è ripagata da un LP che ascolto senza problemi e senza ansie. Criticarlo adesso, al terzo disco simile/uguale sarebbe ipocrita, perchè ho aperto linee di credito enormi sia per i Rotting Christ (che, però, hanno dalla loro una storia musicale di altra portata), sia per gli Mgla, che da With Hearts Towards None hanno incasellato tre LP con struttura compositiva molto simile e sono arrivati a Age Of Excuse con un suono ormai fatto e finito. Non innovativo, ma ormai maturo.
Apro anche ai Blackbraid una linea di credito con questo terzo LP che, ripeto, mi piace pur sapendo il suo difetto fondamentale: è una copia/carbone dei precedenti dischi.
Blackbraid III non si discosta neanche nella forma, proponendo sei canzoni autografe, tre strumentali per far rifiatare e una cover (questa volta i Lord Belial, l’altra erano i Bathory, accomunate dal fatto che non cambiano il tempo che trovano) per arrivare alla cifra di dieci pezzi. Non sono mai stato un grandissimo fan degli intermezzi e neanche degli intro/outro, mi sembrano sempre pezzi messi o a) per allungare il brodo o b) per tentare un qualcosa di atmosferico che spesso non funziona poi granché, visto che spezza solo l’atmosfera che l’artista era andato a creare nei pezzi precedenti. Sgah’gahsowáh riesce, forse grazie anche alla permissività che gli si concede visto che entra nell’alveo dell’atmospheric black metal, a creare dei buoni intermezzi acustici. Direi di più, sono proprio delle buone canzoni acustiche, visto che durano 3 minuti circa ciascuna. Meno senso mi sembra avere metterne tre a distanza di una canzone una dall’altra. Ci si carica con l’energia del brano elettrico e si aspetta il secondo come l’acqua nel deserto per poter continuare a scapocciare, a sentire quella vibrazione nel petto, invece parte la chitarrina acustica e boh, bello, ma mi scende un po’ la voglia di disotterrare il Tomahawk.
Io rimango ancora positivo sulla capacità di Sgah’gahsowáh e dei Blackbraid di fornirci un nuovo album di qualità, perchè il ragazzo di qualità ne ha e i suoi dischi sono belli da sentire. Sono meno certo, con il tempo che passa, se questo sarà un album diverso e se Sgah’gahsowáh abbia la voglia di avventurarsi in territori un po’ più eccentrici, lasciando la coperta di Linus per un mondo più difficile e critico.
Questo, però, è un giudizio che rimando al prossimo album, se no smentisco la mia apertura di credito nell’arco di poche righe della stessa recensione.
[Zeus]

Mgla – Presence (2006)

Se il debutto vero e proprio dei polacchi Mgla lo si trova nello split Crushing The Holy Trinity del 2005 (che, per qualche motivo sconosciuto all’Homo Sapiens, non ho recensito), è con l’EP Presence che parte la produzione in studio del duo M e Daren. Stupendo debutto nello split a parte, questa sarà la sola prova dietro le pelli del batterista polacco, poi rimpiazzato alla grande dal tentacolare Darkside, il quale tutt’oggi si occupa della batteria. Nonostante la buona prova di Daren, il mio voto non può che andare a quanto farà Darkside nel futuro, il suo stile inconfondibile è uno dei veri tratti distintivi della musica dei polacchi.
Quello che mi piace di Presence è il suo essere al contempo molti fattori, anche se nessuno realmente rifinito e compiuto al 100%. Non è un vorrei ma non posso, ma piuttosto un cercare la propria voce al debutto e, come molti sanno, ci sono due vie per iniziare la propria vita discografica: o esci con un disco definitivo, che ti metterà già sul radar del mondo musicale, o hai bisogno di un EP/LP di partenza dove settare le idee per poi passare alla cassa in un secondo momento. Presence è, senza dubbio, il secondo caso. M e Daren sviluppano un suono oscuro, e gelido, non cervellotico, anzi supportato da una struttura musicale relativamente semplice, che guarda con occhio languido al black metal norvegese. Essendo Presence un disco dei Mgla c’è da mettere in conto anche la componente melodica e apocalittica del suono. Rispetto a quanto verrà, Presence è ancora alle fasi iniziali, ma i riff e le melodie presenti nelle tre tracce sono già di buona/ottima fattura e contribuiscono a creare quella sensazione di ansia e fatalità che ti attanaglia a certe ore della notte.
In termini di registrazione, Presence è un EP grezzo, con un tocco black metal più virulento rispetto alla pulizia sonora che poi arriverà con Exercises in Futility. Anche le tematiche girano più intorno al sempreverde tema di Satana, ma si avverta già quell’aspetto filosofico/apocalittico che andrà a permeare tutti i testi di M da Groza in avanti.
Chi ha conosciuto gli Mgla con gli ultimi LP, troverà questo EP un po’ diverso e, se non abituato ad un filo di grezzume, allora meno piacevole all’ascolto dei dischi più recenti. Per tutti gli altri non serve dire niente, visto che sarà già nei vostri ascolti da anni a questa parte.
[Zeus]

Creedence Clearwater Revival – Chronicle: The 20 Greatest Hits (1976)

Per Chronicles: The 20 Greatest Hits dei Creedence Clearwater Revival (o CCR, anche se sono indubbiamente due band diverse) metto da parte il mio classico scetticismo nel recensire best-of e, in secondo luogo, di andare completamente fuori dal seminato di questa webzine. Ma al cuor non si comanda e sono anni e anni che questo LP è entrato nell’Olimpo dei dischi che, in qualche modo, hanno formato il mio gusto musicale. Credo di aver recuperato questo LP in qualche mercatino dell’usato o da qualche rivista scrausa o chissà dove, ma nell’epoca pre-internet, pre-cellulare e pre-molte cose, è diventato uno di quegli ascolti costanti sia solitari che in famiglia. A tutti piacevano i CCR, c’era poco da fare, quindi potevi farli sparare fuori un po’ di sano swamp rock senza essere tacciato per disturbatore della quiete casalinga. Per quello c’erano ben altri dischi. Non sto neanche a descrivere le canzoni, se non avete ancora un’idea di chi sono i Creedence Clearwater Revival, John Fogerty e il suo/loro ruolo nella musica rock, allora c’è qualcosa di sbagliato nell’educazione musicale di questi ultimi Guardo adesso su Spotify il numero di ascolti per brano e, a parte il minimo storico dei 34 milioni di ascolti di Commotion, stiamo parlando diuna media di 9 cifre per ciascuna di queste canzoni… con il picco enorme di Bad Moon Rising (1 miliardo e cento milioni…), di Fortunate Son (1 miliardo e ottocento milioni…) e dell’imprendibile Have You Ever Seen The Rain che mette sul contachilometri una cosa come 2 miliardi e duecento milioni di ascolti.
Due miliardi e passa di ascolti da quando è stata caricata su Spotify (mi piacerebbe sapere quando, giusto per far soddisfare il mio appetito per queste minchiate). Almeno uno, signore e signori, dovete darlo anche voi.
Perchè mi piacciono le canzoni dei CCR? Perchè non sono canzoni complesse, anzi hanno una semplicità e linearità (spesso) che è un toccasana. Non hanno bisogno di arzigogoli per essere efficaci, tolgono per riempire, per essere sul pezzo. Hanno i riff e la sezione ritmica si sente e fa il suo lavoro, facendo muovere il piede e, per chi è più dinoccolato di me che sono un gatto di marmo, allora il basso fa ballare. E poi la voce di Fogerty vale il prezzo del biglietto, insieme alla capacità quasi tutta sixties-seventies di mettere insieme dei chorus a più voci realmente efficaci (esempio a bruciapelo, Who’ll Stop The Rain). Non serve poi più di tanto per creare un buon brano, vero? Sbagliato. Togliere, evitare l’abbondanza, calibrare e comunque far sì che la canzone suoni completa, piena, finita ed efficace è difficile. Difficilissimo oserei dire. Chiedete a molte delle band attuali che cercano i minutaggi elevati perchè hanno perso di vista l’arte di tagliare, di arrangiare decentemente e di avere come faro nella notte un solo fattore: la canzone. E se non ce l’hai, se sotto tutta l’infrastruttura quello che hai creato si rivela un gigante dai piedi d’argilla, allora qualcosa di sbagliato c’è. Fortunate Son dura 2:19 e non c’è niente fuori posto.
Amen. Adesso potete anche prendere la carta igienica e pulirvi il culo, perchè so che leggete questo articolo mentre state cagando.
[Zeus]