Ho lottato tutta la vita contro i sensi di colpa, ogni tanto tornano a farmi visita, mi confondono. Conosco me stessa ma in alcuni momenti diventa difficile resistere a certi pensieri.
Penso ai miei genitori; avrei potuto fare qualcosa di più durante la malattia di mio padre? Oppure essere una bambina più tranquilla nei giorni infernali di mia madre?
Non riesco a slegarmi da certi ragionamenti, a volte è difficile persino respirare. Vorrei poter sentire le loro voci, ascoltare i loro pensieri, scoprire cosa pensano di me adesso. Mi piace pensarli insieme, felici di nuovo, in un luogo in cui il dolore dell’animo umano non è contemplato; io l’ho vissuto, ti senti impotente, sottomessa alla sua volontà, fa di te ciò che desidera senza lasciarti voce in capitolo.
Durante la malattia di mio padre è venuta fuori tutta la forza che era nascosta in me, non sapevo nemmeno potesse esistere. Siete mai entrati in un reparto di Oncologia? Gli sguardi dei malati che si incrociano scambiandosi coraggio, ti chiedi come possano riuscire a farlo, come riescano a caricarsi il macigno di altre vite, mentre faticano a trascinare il loro; devastante da distruggere il pensiero. La testa abbassata per la vergogna, la malattia, la parrucca, le stampelle, la nausea, i brividi di freddo, la magrezza, il dolore, la stanchezza e gli svenimenti. La consapevolezza nei loro gesti, che la vita sta cambiando, che in certi casi sta finendo, la paura li atterrisce. Davanti a tutto quel dolore diventi insignificante e non c’è nulla che tu possa dire o fare. La famiglia del malato si ammala insieme a lui, ti ritrovi a correre in bagno per strozzare il pianto, per riprendere fiato, fai cose che nella vita impari solo in certe circostanze. Diventi infermiera, oss, figlia, moglie, amica, sorella o genitore. Cambi pannoloni, metti flebo, fai punture, alzi il doppio del tuo peso per dargli un’igiene personale adeguata. Senti la dignità scivolare via, quando piega la testa dall’altra parte per il disagio. Il terrore nelle sue parole, vederlo piangere come un bambino insicuro, desideroso di rivedere la madre. Questo capita ad un malato oncologico. Il corpo sta morendo, mentre l’anima si aggrappa con tutte le forze alla famiglia.
Dopo tutto questo i sensi di colpa vengono fuori, ti sbattono al tappeto e se ne vanno. Ricordo il giorno in cui ho alzato la voce a causa della stanchezza, bastava riflettere. Scegliere il divertimento invece di dedicargli più tempo quando stava bene. Lasciarlo venire alla premiazione di una mia poesia, invece di sentirmi in imbarazzo. Non esistono giustificazioni valide.
Ho molti ricordi bellissimi che porterò per sempre nel mio cuore, consapevole di aver fatto tutto il possibile. Ma certi giorni non è abbastanza.






