Sublind – Metalmorphosis (EP, 2025)

I Sublind vengono dal Lussemburgo e, per chi bazzica la scena thrash più votata all’old school, non sono certo un nome nuovo. Attivi dal 2005, tagliano oggi il traguardo dei vent’anni di carriera. Metalmorphosis è la quarta release ufficiale di una discografia che per ora comprende due album e due EP. Non possono di certo essere definiti prolifici ma una cosa è certa: quello che fanno, lo fanno molto bene. Come si può evincere già dall’artwork, la band è dedita a tutti gli stilemi del thrash anni ’80 ma, facendo partire il disco in questione, ci si rende subito conto che la band è altrettanto devota allo speed. Thrash it! e Revolution Execution sono due mazzate che premono a fondo sul pedale dell’acceleratore mantenendo intatta la definizione dei riff, complice anche un’ottima produzione. I pezzi sono veloci, catchy, divertenti alla maniera di Overkill ed Exodus. Si raggiungono poi i limiti del metal estremo con la title track, mentre si gioca con accelerazioni, stacchi e chitarre armonizzate nella testamentosa Necromania.

Metalmorphosis è un ottimo prodotto cha sa coinvolgere, con dei suoni eccellenti e che mostra una band in gran forma. Quello che mi chiedo è il perché di pubblicare un EP con sei pezzi quando, con un paio di canzoni in più, potevamo avere un full lenght. Considerando anche che il precedente LP è del 2023. Più che altro perché, non penso di dire una boiata, tranne rari casi gli EP tendono a passare in secondo piano rispetto agli album e qui dentro di musica da non lasciare sullo sfondo di una discografia ce n’è. Immagino che la band abbia avuto le sue ragioni, e noi possiamo solo apprezzare comunque il risultato. Un consiglio, guardatevi il video di Metalmorphosis linkato qua sotto perché è BELLISSIMO.

[Lenny Verga]

Mitochondrial Sun – Machine Dialectics (2025)

Questo album si trova sulle nostre pagine per un unico motivo: dietro al nome Mitochondrial Sun si cela l’ormai ex chitarrista dei Dark Tranquillity Niklas Sundin. Cosa ci avrà mai portato il chitarrista svedese con Machine Dialectics? Un album per nostalgici dei bei tempi dello swedish death melodico? Assolutamente no. Una sua visione di come avrebbe dovuto essere oggi il sound della sua ex band? Neanche per sogno. Uno sfogo creativo indipendente verso lidi che non ci saremmo mai aspettati? Fuochino.

Machine Dialectics, prima di tutto, non ha niente a che fare col metal. Nemmeno un po’. Le dieci tracce contenute sono strumentali elettroniche fatte esclusivamente di synth, senza neanche l’accompagnamento o una sezione ritmica. Se il vostro primo pensiero è “Cheppalleoh!” non avete proprio tutti i torti. Non che manchi l’estro creativo qui dentro, ma i brani sembrano quasi non avere una direzione ben precisa, come se vivessero di vita propria e andassero un po’ di qua, un po’ di là.

Devo dire che un pizzico di immaginazione me l’hanno anche messa in moto e alcuni pezzi starebbero bene come colonna son ora di qualche videogioco indie di fantascienza, di quelli dove si esplorano mondi e si risolvono enigmi. Ecco, potremmo inquadrare i Mitochondrial Sun del genere “space” qualcosa (ambient? Synthwave? Tutti e dude?). Nel complesso, però, fatico a capire a chi un lavoro di questo tipo sia diretto. Non va bene nemmeno come sottofondo perché non è comunque un easy leastening e rischierebbe di estraniare l’ascoltatore dalla musica. Se Sundin voleva sorprenderci in qualche modo, ci è riuscito. Io devo ammettere che non sono riuscito ad apprezzare, forse perché non sono riuscito a capire.

[Lenny Verga]

Seether – Karma and Effect

Per i Seether il discorso è sempre particolare, non perchè siano complicati (mio Dio, no!), ma perchè si entra a piedi uniti nella settorialità più spinta e nella voglia di ciclicità del suono. Mi spiego meglio. I Seether suonano grunge e lo fanno e faranno per tutti i dischi, un grunge ispirato a quello originario di Seattle (sponda Nirvana) e alle copie degli originali (cosa che farebbe dei Seether un figlioccio di terza generazione). Se siete amanti del genere, proseguite la lettura, se vi schifa allora lasciate perdere che tanto prima o dopo un articolo che vi piace apparirà – credo.
Karma and Effect è uno di quegli LP che vengono fagocitati da due dischi (quello del 2003 e quello del 2007) che contengono alcuni dei singoli più conosciuti della band sudafricana (Fine Again e Fake It) e poi è un questo è un disco nato difficoltoso. Un parto complesso dovuto alle ingerenze pesantissime della casa discografica e i litigi con Schaun Morgan sono aspri, con uno dei due contendenti che vuole promuovere il lato melodico/strappamutande (secondo voi chi?) e quelli che vorrebbero presentare il lato più “pesante” e rock (anche qua, chi potrebbe essere?). Tutto questo combattere non fa benissimo, ma Karma and Effect riesce comunque a tenere sulla distanza. Il suo unico problema è che la durata mostruosa di un’ora di musica molto simile a sé stessa stenderebbe anche un elefante. Attenzione, non sto criticando che i Seether hanno fatto un disco di genere, se no sparerei su gente come Ac/Dc o Cannibal Corpse o sul grande Lemmy e questo è un errore; no, il problema è che è un’ora di musica che, di suo/dalla nascita, è derivativa. Quando ascolto i Seether mi viene sempre voglia di sentire qualsiasi altra band grunge dell’epoca, non di ascoltare un secondo LP dei sudafricani. Penso che dica molto di quello che provocano sul mio cervello. Per le nuove generazioni, lo ammetto, un disco come Karma and Effect è oro puro. Ci sono così tante band porcheria, così tanti gruppi nu-grunge o similia che hanno sfasciato anche il minimo senso che quel “movimento musicale” (chiamiamolo così, giusto per essere veloci.. ma la realtà sta da altre parti), mentre un richiamo sincero e appassionato come quello fatto dai Seether sa proprio di omaggio puro. Ci sta. Lo si apprezza per quello che è, ma non chiedete di venerarlo in maniera spasmodica o di sopravvalutarlo.
Karma and Effect ha dentro alcuni singoli potenti e buone melodie, solo che alla lunga perdo l’attenzione. E verso il finale, anche i Seether devono essersi persi un po’, visto che i brani migliori sono sicuramente messi all’inizio della tracklist. mentre poi si incomincia ad assistere all’effetto oscilloscopio.
[Zeus]

Sentenced – The Funeral Album (2005)

Chiedete ai fan dei Senteced cosa significa per loro questo album e riceverete, probabilmente, risposte alquanto diverse: c’è chi lo reputa immondizia, chi lo ritiene semplicemente poco ispirato e chi invece lo apprezza. Ma un punto è costante, The Funeral Album non è all’altezza del passato glorioso della band finnica. Dove mi posiziono io? Io mi metto nella seconda categoria, di quelli che lo ritengono semplicemente poco ispirato. Non si può dubitare che sia un disco Sentenced, ma il passato gli mangia in testa a questo The Funeral Album che non riesce a sopravvivere al peso del nome che porta sulla copertina. L’album ha anche i suoi momenti, con quelle melodie che sono tipiche della band e quella mestizia e voglia di appendersi al primo albero, ma tutto sommato sembra che ci sia realmente poco cuore dentro. Che ne so, forse Miika Tenkula ormai non c’era con la testa o forse Ville aveva rivolto i suoi interessi ai dimenticabili Poisonblack (usciti due anni prima con il debutto Escapexstacy, titolo agghiacciante), ma The Funeral Album non riesce ad esprimere il potenziale che i Sentenced hanno sempre avuto. Il tempo passa per tutti e gente come H.I.M. et similia (To/Die/For?) nel 2000 avevano già messo a ferro e fuoco il mercato musicale con il gothic acchiappone e i vecchi dinosauri Sentenced erano fuori tempo massimo. Ecco forse il perchè Here Last 5 Minutes suona così… H.I.M. Chi lo sa?
Nel loro ultimo disco Ville e soci non tengono la concentrazione e i 13 pezzi sono troppo altalenanti. Ci sono quelli che mi piacciono ancora oggi (il pseudo-blues di Despair-Ridden Hearts) o gli omaggi al passato (lo strumentale Where Waters Fall Frozen, che qua c’entra poco o niente) e poi una marea di canzoni che non me le ricordo per più di 10 minuti dopo che le ho ascoltate. La seconda metà del disco è semplicemente piena di cose scritte con la mano sinistra, rimandi di citazioni ai dischi precedenti e soprattutto la voglia di finire la registrazione senza troppo soffrire. C’è ancora un po’ di nerbo metallico, ma è un pallido ricordo del passato.
Questa era la mia idea molti anni fa e adesso che lo sto riascoltando con molti più peli grigi nella barba non posso che ribadire questo concetto: The Funeral Album è semplicemente spompo. Non c’è niente da fare.
Quello che mi chiedo è: ma secondo voi questo The Funeral Album era pensato realmente come saluti e giù il sipario o è venuto fuori a metà proprio perchè le condizioni della band erano allo stremo? Si sente che i Sentenced sono a fine corsa, quindi spero proprio che sia stata l’accettazione della fine. Una sorta di scrollata di spalle, l’ultima suonata insieme e poi via. Perchè pensare ad un finale così, con un LP di questo tipo e con questa selezione di pezzi, è realmente un peccato. I Sentenced avrebbero potuto fare un finale degno del grande nome che si portavano appresso, ma questo non è stato possibile per tutti i motivi che sapete.
[Zeus]


Audioslave – Out of Exile (2005)

Forse non vi interessa o forse sono cose che sapete anche voi, visto che vi reputo più furbi della media: ma veramente qualcuno si ricorda granchè degli Audioslave? O li reputa superiori a Soundgarden o Rage Against The Machine. Già il fatto di leggere queste righe vi mette su un altipiano di saggezza che molti non raggiungeranno mai, ma visto che le leggete in due, mi sa che vi sentite soli/e. Pazienza. Dove eravamo con gli Audioslave? Dopo 3 anni dal debutto, la band rientra in studio con la longa manus di Rick Rubin a tenere i cordoni della borsa e della creatività. Lati positivi di Out of Exile? Di certo è più corto, contro i 65 minuti dell’esordio, questi 53 sono quasi una passeggiata. Non nel parco, visto che comunque la band non riesce mai a dirmi realmente qualcosa di profondo. Sarà che dopo un po’ gli squick di Morello son due coglioni tanto, ma è anche una questione di… quid, di qualcosa che mi riesce a prendere. L’amalgama è migliorato, mescolando molto meglio quello che entrambe le anime possono portare alla band e contribuendo a formare gli Audioslave e non a riproporre l’esordio, ma il risultato finale è strano. Non ha un vero momento altissimo, un qualcosa che mi prende bene al primo ascolto o anche dopo. Quella di Out of Exile è musichetta che metterei mentre pulisco il bagno. O mentre lavo il balcone (cosa che non ho ancora fatto, quindi capite quante volte passa da me). Out of Exile è il classico album che potrei sentirmi proposto da chi si è svegliato un giorno sentendo un pezzo dei durissimi Maneskin e convertito al rock. Non siamo al livello dei bravissimi italiani (sic), qua stiamo parlando di gente di reale talento, ma come (quasi)tutti i supergruppi la somma dei talenti al loro interno partorisce un topolino piuttosto che un elefante. Va bene, i Down hanno partorito un T-Rex con NOLA, ma era un tempo diverso. E giravano droghe migliori.
Riascolto Out of Exile adesso, a vent’anni di distanza (visto che l’unica canzone che, qualche volta, capita fuori nelle compilation è Be Yourself) e mi ritrovo a pensare che tutte le valutazioni positive che ho letto negli anni passati sono molto generose. Chris Cornell canta meglio? Dicono che l’aver abbandonato alcol e nicotina gli abbia fatto meglio, ma io mi ricordo Cochise e non Man or Animal (e che due palle i trucchetti da scratching di Morello, messi proprio per far vedere che è lui e che sa farlo – ma non c’entrano un cazzo). I critici hanno spergiurato sulla migliore amalgama? Ma io mi ricordo Show me how to live e non The Worm.
No, per me Out of Exile non è questo gran disco. Ma non credo neanche che gli Audioslave furono questa grande band. Hanno fatto il loro tempo, hanno tentato di tirar fuori qualcosa, ma c’era e c’è di meglio in giro. Molto di meglio.
[Zeus]

Throne – Ossarium (2025)

Blackened Sludge è la classificazione con cui gli emiliani Throne si sono presentati a noi. A differenza di altre etichette più o meno fantasiose che abbiamo visto di recente, qui si capisce subito cosa la band propone: riff pesanti come macigni filtrati attraverso sonorità che puntano al black, al metal più estremo. Aggiungete parti vocali che spaziano tra growl e scream, una sezione ritmica che pesta come un’industria siderurgica e il quadro è completo.

In questo quarto album in studio, intitolato Ossarium, i Throne eseguono sei pezzi dalla durata consistente (quarantacinque minuti in totale, la media è presto fatta), carichi e inesorabili come schiacciasassi. Anche quando virano verso il doom, come in Blind Agony, la tensione non viene mai a mancare, anzi, se possibile aumenta ancora di più. Ad intensificare la botta ci pensa la seguente Aten, che, per contrasto, parte come un vero e proprio pezzo black, per poi rallentare e ispessirsi. Tortura si apre alla melodia nell’introduzione, per quanto disturbante, e si assesta su un mid tempo ipnotico. L’album procede senza cedere un momento fino alla sua conclusione, assumendo anche suggestioni ritualistiche (The All Father).

Ossarium è un album oscuro e trasudante rabbia, che riesce nel suo intento di estremizzare lo sludge e lo fa in modo convincente. Certo i pezzi sono lunghi e non fanno dell’immediatezza la propria caratteristica principale, a volte anche eccessivamente e risultando un po’ ripetitivi (i quasi dieci minuti della traccia conclusiva), ma per l’ascoltatore alla ricerca di qualcosa di viscerale e che sappia scuotere le parti più oscure dell’animo, per chi non si limita ad un ascolto superficiale ed è disposto a concedere tempo, li troverà sicuramente interessanti.

[Lenny Verga]

Gentle Beast – Vampire Witch Reptilian Super Soldier from Outer Space (2025)

Lo ammetto, a farmi scegliere questo album tra le decine di arretrati da recensire che ho accumulato è stato il titolo: Vampire Witch Reptilian Super Soldier from Outer Space. Quel trash unito alla fantascienza vecchio stampo è stato un richiamo irresistibile. Dietro alla copertina fumettosissima e all’ingombrante titolo, si nasconde un eccellente album stoner. I Gentle Beast aprono le danze con due pezzi polverosi e massicci, Planet Drifter e Voodoo Hoodoo Space Machine, dopodiché si addentrano in spazi psichedelici con Mammoth Roams dove ai riffoni di chitarra si aggiungono inserti di tastiera che ti trasportano su altri piani dimensionali. Un pezzo che ti sballa. Da qui in poi l’elemento psichedelico diventa quasi preponderante (Lodestone, Endelss, la conclusiva, bellissima The Last Smoke), lasciando comunque spazio alla parte più dura e grezza del sound (Revenge of the Buffalo).

Vampire Witch Reptilian Super Soldier from Outer Space è stata una piacevole sorpresa e tra i diversi album stoner che mi sono capitati tra le mani dall’inizio dell’anno è sicuramente il migliore. Ben suonato, ben prodotto, vario anche grazie a un cantato che non ha paura di spaziare e osare. La band svizzera sa il fatto suo e questo album lo dimostra dalla prima all’ultima traccia, manipolando con capacità un genere ben codificato e delineato entro certi confini. Fate partire l’album e preparatevi per il viaggio.

[Lenny Verga]

Dire Straits – Brothers in Arms (1985)

Parlare dei Dire Straits significa parlare di passato, di avvicinamento alla musica. Qua su TMI non hanno posto, e anche a ragion veduta. Anche se molte volte mi piglia il momento guilty pleasure, questa è e rimarrà una webzine di musica estrema. Il mio problema è che sono un fottuto romantico in termini musicali e quando mi capitano sotto il naso compleanni come questo di Brothers in Arms, mi scende la lacrimuccia e allora ci scrivo sopra due righe. Mi ricordo ancora oggi quando ho portato una cassettina della BASF, gialla come il piscio, in una gita di classe delle elementari. Nessuno conosceva la band, ci mancherebbe altro, e io che piazzo su Money for Nothing inspirando lo sguardo stupefatto e schifato degli altri bambini. Ero orgoglioso. Probabilmente non sapevo ancora bene chi cazzo fossero i Dire Straits. Sapevo ripetere a pappagallo il nome e conoscevo quella cassettina come le mie tasche, visto che era l’unica musica che girava con costanza nelle gite in macchina con i miei genitori. Eccovi spiegato il motivo dei Dire Straits in gita di classe: quella era musica da viaggio. Forse non la preferita, ma una che conoscevo benissimo. Rock, pop, AOR… si mischia tutto qua in Brothers in Arms. Questa è musica da anni ’80 con il capello cotonato, le spalline larghe e i profili dei grattacieli di New York sullo sfondo. Fumo di sigaretta e whisky. Ma che cazzo ne sapevo io di tutto questo? In realtà era musica che ascoltavo perchè piacevole. E il quartetto iniziale di Brothers in Arms lo conosco a memoria, anche se il terzetto iniziale è quello che mi piace e poi Your Latest Trick è piacevole e cotonata, ma non è al livello delle prime tre. Un po’ troppo gigolò. Un po’ troppo pulitina e piacevole anche per il me over-40.
Il lato B di questo LP non mi è mai entrato nelle vene. Non posso certo demonizzare Mark Knopfler, il suo suono di chitarra è riconoscibile fra mille (tipo Santana e altri), solo che non mi viene mai voglia di ascoltarle granchè. Ma quella chitarra su The Man’s Too Strong adesso, con molte miglia dietro le spalle, un certo effetto lo fa. Il resto non me lo ricordo e vabbeh, pazienza, va bene così. Non è detto che un disco debba essere perfetto al 100% per essere ricordato. A Brothers in Arms basta un buon 60% e si porta a casa il risultato, visto che il disco finisce con la title-track e vabbeh, certo che questa me la ricordo. Come potrei non farlo? Questa canzone è entrata nel DNA, anche se non volevo. Ma forse sì, in fin dei conti servono pezzi come una Brothers in Arms per farti capire tutto lo spettro musicale che c’è al mondo.
Non vi ho parlato del disco, lo so, ma cosa volete che vi dica su un LP uscito nel 1985 e che ha vinto premi su premi e che rimase in testa alle classifiche USA e UK per 9 e 14 settimane? Dai, non scherziamo
[Zeus]


System of a Down – Mesmerize (2005)

Nel 2005 i System of a Down erano come i quei pugili suonati che non hanno capito quando è ora di smettere. Vagano sul ring sperando di reggere sulle gambe, di tenere duro, di non cadere bocconi perchè l’antagonista, di diversi anni più giovane, si muove agile e veloce sulle punte dei piedi. Certo, il jab c’è ancora. Hanno una mano pesante come un boiler, quando la mettono in porto, ma sono lenti e prendono più colpi di quelli che danno. Perchè restano sul ring? Questione di ego, immagino. Quella sensazione umana, molto umana, che non ci fa accettare che è la nostra ora di salutare, di voltare le spalle al pubblico e andare verso il sipario. L’occhio di bue ormai è da altre parti.
I System of a Down, nel 2005, non hanno ancora capito che la loro ora è ormai suonata. Forse era già suonata da quel Steal This Album!, ma nel 2001 viaggiavano ancora sull’onda grossa di Toxicity e chi li voleva fermare? Le canzoni, sul quel disco, non erano niente di ricordabile. Ma una seconda chance la si da a tutti. Soprattutto se ci tentano con una B.Y.O.B che girava ovunque sui canali tematici e che rimane in testa. Il disco è meglio di quello precedente, scalini sotto Toxicity sia chiaro, ma almeno ha un quartetto di canzoni (la suddetta B.Y.O.B., Cigaro, Revenga, Radio/Video) che danno un senso a Mesmerize. Il problema è l’ego, come detto prima. Malakian decide di avercelo immensamente grosso e si prende una grossissima fetta delle lyrics e anche delle parti vocali, cosa che non giova molto. Ci sta finchè fa la seconda voce, ma Malakian non è dotato come Tankian, quindi la differenza si sente.
Violent Pornography del “lato B” è un’altra canzone che mi ricordo anche oggi, ma non mi ricordavo che fosse su questo disco (insieme a Question! o Sad Statue). Da Toxicity in avanti, per me, i SOAD sono diventati una nebulosa che di cui non riesco a capire partenza e arrivo. Mi dimentico su che disco sono certe canzoni e, soprattutto, che queste canzoni son realmente esistite. Ho il sincero dubbio che questo sia il più brutto “complimento” che si possa fare ad una band.
Adesso lo dico, anche se è un concetto che annusate da inizio recensione: Mesmerize non offre niente di nuovo. Niente di cui i System of A Down possano dire: abbiamo fatto un gran disco, abbiamo superato Toxicity. Le soluzioni musicali sono spesso quelle, Tankian è dotato vocalmente ma fa spesso le stesse scelte nelle linee vocali e il contributo di Malakian non sempre aggiunge qualcosa di positivo Ditemi, per esempio, se Old School Hollywood è realmente decente.
Lost in Hollywood, cantata da Malakian e con Tankian come seconda voce, è bellina (non me la ricordavo, ma va?) ma Aerials era tutta un’altra cosa. Voglio essere sincero. Anche perchè la voce nasale di Malakian va bene fino ad un certo punto.
Lascio a voi un sunto di Mesmerize, la mia opinione penso che l’avete capita.
[Zeus]

Greh – Dysphoric Devotion (2025)

Presentarsi bene è importante. Al giorno d’oggi, in mezzo alla massa, spiccare alla prima occhiata può essere un vantaggio. I tedeschi Greh, grazie alla copertina qui sopra, sono riusciti ad attirare l’attenzione, e devo dire che ne è valsa la pena. Dysphoric Devotion, primo full lenght dopo due EP del 2022 e 2023, è una sassata in pieno plesso solare. Prendete dei granitici riff sludge, aggiungete un sound death, piazzateci sopra un’incazzatissima voce che pesca a piene mani sia dal death che dal black e avete il quadro della situazione. I pezzi sono compatti, brevi (la media è sotto i quattro minuti), con pochi riff ma tanta carica e una rabbia esplosiva; la title track e The Breath Not Mine, giusto per fare due esempi, sono dei veri schiacciasassi. Per conferire un minimo di varietà all’insieme, i Greh sconfinano anche nel doom con Illusional Cenotaph e la conclusiva Enter My Oblivion.

In se la proposta rasenta il minimalismo in quanto a strutture, non ci sono nemmeno assoli di chitarra (scelta stilistica non poi così rara) e l’unica concessione fuori dai binari scelti è un inserto di synth nell’ultima traccia. Se vi piace la roba grezza e diretta, senza fronzoli e che ha l’effetto della carta vetrata, dategli una possibilità. Otto brani, poco più di trenta minuti che fanno il loro sporco lavoro e che in sede live devono avere una grande efficacia.

[Lenny Verga]