Per chi frequenta regolarmente le nostre pagine, quello di Luigi Musolino non è certo un nome sconosciuto. L’autore piemontese torna con un nuovo romanzo breve intitolato Della Donna Aracnide, pubblicato da Zona 42 come il precedente Pupille. A Idrasca arriva un luna park itinerante. Martina e suo fratello minore Filippo escono di casa dopo l’ennesima litigata dei genitori, con l’intenzione di divertirsi e lasciarsi i problemi famigliari alle spalle per un po’. In mezzo alle solite giostre appare una strana attrazione: la Donna Aracnide. Il fascino che proietta su di loro è irresistibile perché promette una sana dose di paura ma anche la realizzazione dei desideri. Scopriranno che l’orrore nascosto in quel carrozzone non è sopportabile e che i desideri possono realizzarsi in modi inaspettati, bizzarri e anche violenti.
Narrato su due linee temporali differenti il romanzo ci fa vivere la storia di Martina e Filippo da bambini e quella di Martina da adulta. Da quella sera al luna park la sua vita è andata irrimediabilmente distrutta. Provata nel corpo e nella mente gira per anni lungo l’Italia e l’Europa alla ricerca di quel carrozzone per avere risposte e per vendicarsi. Della Donna Aracnide colpisce duro per la crudezza della realtà che racconta e allo stesso tempo evoca visioni sovrannaturali inquietanti e spaventose. Come in ogni sua altra opera Musolino riesce a creare immagini forti che si imprimono nella mente e fanno male, non importa che riguardino la vita quotidiana o il terrore che arriva a scuoterla nelle sue già fragili fondamenta. Inutile dire che è stra consigliato. Amanti dell’horror e del weird non lasciatevelo sfuggire.
Con My Ghost i norvegesi Crest Of Darkness tagliano il traguardo dei trent’anni di carriera. Nove gli album pubblicati, compreso il qui presente, che si pone l’obiettivo di tirare un po’ le somme del loro evil extreme metal e di spostare più in su l’asticella della creatività. Quello che inizialmente sembra essere un ascolto abbastanza canonico di un black dalle influenze trash e con qualche inserto atmosferico, si trasforma presto in un’esperienza da vivere senza interruzioni fino alla fine.
Se i primi due brani, la title track e la successiva Infected, sono compatti, diretti e incentrati sulla violenza sonora, The Will of God è un pezzo elaborato, in continuo divenire, che gioca con i tempi medi e con il basso in evidenza. Si torna a pestare duro per altri due brani poi arriva il momento di Sacrificed to the Sun, caratterizzata da un tappeto di chitarre su cui si snodano melodie di tromba per l’intera durata, alle quali si aggiungono inserito di synth. Ritroviamo i fiati e i synth, anche se in misura di gran lunga minore, nella successiva Awakening, canzone che riprende le strutture elaborate e i continui cambi di umore visti in precedenza ma spingendosi ancora più oltre con parti ambient ed effetti industrial.
My Ghost è un album che a tratti può sembrare ostico a causa del suo continuo mutare e delle scelte inusuali (si vedano anche i lunghi soli di chitarra, come in Under My Spell, più affini ad altri generi), ma è sicuramente il risultato di una maturazione, di un’evoluzione artistica. Ricco di fascino, ma non adatto a tutti.
Il bassista Alberto Rigoni è già noto per aver preso parte a progetti come Vivaldi Metal Project e Twinspirits e per questo suo nuovo album, intitolato “Nemesis Call” ha voluto fare le cose davvero in grande, circondandosi di musicisti tre i quali alcuni molto noti, e altri meno noti ma davvero interessanti. L’album in questione vede la partecipazione, fra i molti guest, dei batteristi Mike Terrana (Rage, Axel Rudi Pell) e Thomas Lang (Steve Hackett), dei chitarristi , Luca Princiotta (Hardline, Doro) e Alexandra Zerner (alla chitarra solista). Riguardo i nuovi talenti coinvolti nell’album troviamo il batterista quattordicenne Sajan, la chitarrista undicenne Aanika Pai, la chitarrista 13enne australiana JayBird Byrne e molti altri. Per presentare l’album era uscito il videoclip e singolo del brano “Paradox”, che vede la partecipazione del batterista Mike Terrana e della chitarrista Loida Liuzzi. Dopo questo singolo ne sono stati estratti altri. La prima caratteristica che appare chiara è che in questo album il tasso tecnico è elevatissimo; parliamo di un album interamente strumentale dove prog e metal neoclassico si fondono a perfezione. L’album ha molti brani e una durata cospicua, ma nonostante questo non annoia, perchè abbiamo un buon bilanciamento tra episodi più veloci, altri in mid-tempo, altri ancora che cercano di sperimentare e colpire con soluzioni inusuali. Se la bravura di Alberto Rigoni al basso è ormai nota ed è possibile riscontrarla anche in questo suo nuovo lavoro, stupiscono anche tutti gli altri musicisti coinvolti in questo progetto, compresi i nuovi talenti, praticamente tutti minorenni! Delle vere e proprie promesse per il rock e il metal del futuro, dei ragazzini prodigio insomma, capaci di non sfigurare al fianco di mostri sacri come lo stesso Rigoni o Mike Terrana. Insomma, se vi piace il metal neoclassico, il power, il prog metal, e tutto ciò che ha riguardato questi generi nel periodo d’oro anni Ottanta/Novanta, non dovreste assolutamente trovare insoddisfacente questo album, anzi, potreste rimanerne sorpresi. Un disco capace di riportare la tecnica e l’arrangiamento di classe come priorità assolute di un disco metal, senza che questo vada ad offuscare altri aspetti come la fruibilità della musica e la facilità di ascolto. Tutto qui dentro è bilanciato, ma è chiaro che prodotti di questo tipo siano più adatti a chi pretende da ogni strumento il massimo. Ascolto e acqiusto più che consigliati.
Quarto album per una formazione tutta italiana che porta lo stesso monicker di un notissimo cantante americano, ma le cui similitudini finiscono qui. In questo “Hit The Road” possiamo respirare l’hard rock vecchio stile di band come Ratt o Van Halen, con incursioni nel metal più melodico e con molti riferimenti agli anni Ottanta. I riff di chitarra sono sempre trascinanti e anche la parte solista non è da meno, mentre la sezione ritmica quasi mai si lancia in velocità sostenute, ma anzi preferisce sorreggere i brani con tempi medi. Questo enfatizza un approccio radiofonico di questo prodotto, ben sorretto dal reparto vocale, sempre pronto a proporre il ritornello vincente o la strofa ben assimilabile.
Insomma, tutto procede senza errori gravi in questo album, ma bisogna anche rimarcare che, a parte i primi due o tre brani in tracklist, poi assistiamo sostanzialmente ad un appiattimento del songwriting e a un ripetersi della stessa formula quasi all’infinito. Se pezzi come “Hit the Road” e “Private Paradise” fanno sperare il meglio e infatti sono poste ad inizio lavoro, a partire da “(Screams) in the Night” la band sembra non avere più molta benzina in serbatoio. Non sto dicendo che i restanti brani siano brutti, ma che episodi come la già citata “(Screams) in the Night”, o anche “Devil Woman” o “Fly High” non lasciano il segno, imbrigliati in un hard rock nostalgico ma di maniera, sentito fin troppe volte e senza alcun elemento davvero esaltante.
In definitiva, questo “Hit The Road” potrà probabilmente saziare la fama dei nostalgici dell’hard rock anno Ottanta, ma non so bene a chi altro potrebbe interessare. E’ un diosco suonato bene e anche sanguigno, genuino e sincero, ma queste doti non servono a riscattare i molteplici filler presenti in tracklist. Occorre lavorare di più sulle linee vocali, offrire quei refrain spaccatimpani presenti nelle produzioni delle band a cui questi Machine Gun Kelly si ispirano. Questo come priuma cosa, poi lavorare un po’ di più sulla varietà e offrire più imprevedibilità.
Si salva in toto il lavoro di chitarra, che se fosse calato in un contesto di alto livello, farebbe una figura decisamente migliore. Non tutto da buttare, ma siamo lontani da un prodotto memorabile. Sufficiente sicuramente, ma non oltre. [American Beauty]
Con colpevole ritardo arrivo a recensire il nuovo e quarto album in carriera dei piemontesi Tethra. La band si cimenta in un doom/death/gothic metal dalle tinte fosche e malinconiche come il genere richiede e come è giusto che sia per noi appassionati di atmosfere decadenti. Se volete un po’ di punti di riferimento, si possono citare Opeth, Moonspell, Swallow the Sun giusto per avere un’idea su che coordinate ci muoviamo.
Nove i brani presenti su Withered Heart Standing, lunghi ed elaborati, che si svelano poco per volta in tutti i loro aspetti e riservando anche sorprese, come le parti di sassofono di Like Water, quelle di violoncello in Days of Cold Sleep e quelle di pianoforte nella conclusiva Commiato. Non mancano arpeggi, parti acustiche, voci femminili ma a dettare legge è sempre comunque l’anima più heavy, grazie a riff di chitarra ispirati ed una pesantezza di fondo sempre presente. La voce si destreggia tra un bel growl potente ed un profondo clean, in un alternarsi armonioso e ben calibrato.
Withered Heart Standing è un album da ascoltare e riascoltare per essere assimilato completamente, per coglierne tutte le sfumature e i particolari, ma ha il pregio di essere intrigante fin da subito e di attirare l’attenzione anche ad un primo ascolto superficiale, grazie ad un ottimo lavoro sulle linee melodiche, tanto che i quasi cinquanta minuti di durata scorrono via con estrema naturalezza. Bel disco davvero. Lasciatevi struggere ogni tanto, che vi fa bene, cari metallari.
Ho accennato a suo tempo di questo disco, lo so, ma adesso è il vero compleanno. Son passati 20 anni da quando il duo Sakis Tolis – The Magus hanno fatto uscire Orgia Daemonicum sotto moniker Thou Art Lord. Quindi perchè non parlarne? Tenendo conto che le cover sono sempre sul filo del pacchiano e/o brutto (tipo questa che è stata appaltata a Timo Wuerz che, di certo sotto comando del magnifico duo, ha smesso di usare in maniera saggia Photoshop e ha fatto qualcosa con PaintBrush prima di rimetterlo a posto con un programma decente. Ma che ci vuoi fare, se i Thou Art Lord non fanno uscire qualcosa di un po’ cazzaro, che cosa ci fa questa band sulla terra? Il disco lo ascolto sempre con piacere, ha dentro pezzi che mi rimangono in testa e mi fanno sorridere/battere il piede, anche se, forse, Orgia Daemonicum non è proprio il miglior parto di Sakis e The Magus. Ci sono le canzoni e il tono generale del disco ha preso una vena più spigolosa, anche per quelle chitarre che hanno un tiro quasi più black/thrash rispetto al normale, ma è anche un LP che risente dell’improvvisa stanchezza compositiva di Sakis. Con i Rotting Christ tiene ancora botta visto che ha appena fatto uscire Sanctus Diavolos e si appresta a far uscire IL disco degli anni 2000 (Theogonia), ma sta già dimostrando preoccupanti (e numerose) auto-citazioni. Il che non è sempre un male, visto che i riff dei Rotting Christ “classici” sono sempre stati tanta cosa, ma se Sakis si auto-menziona con riff dell’ultimo periodo come sta facendo adesso, beh, son cazzi. Non è il caso di Orgia Daemonicum che, a 20 anni di distanza, si fa sentire con grande piacere. Tutto il disco, vi giuro. Ha il tiro giusto, quel tocco di cazzoneria che ci sta (Sakis e The Magus ci credono e vogliono trasmettere questo concetto con tutta la forza fino a risultare quasi parodistici – ma nel senso buono, quindi direi esagerati). Orgia Daemonicum è poi una mezza succursale dei R.C. visto che ci suona dentro anche Themis, probabilmente di luna buona visto che i due si son spesso e volentieri scontrati su tutto quello che concerne la registrazione di un LP dei R.C. Il resto la fa tutto il suono crudo, quel po’ di elemento sinfonico e l’ostentata voglia di chiamare Satana sulla terra. Prima o poi ci riusciranno e il Re dell’Inferno si ricorderà dei Thou Art Lord e la loro dedizione alla causa. In poche parole, Orgia Daemonicum fa uno scarto rispetto agli LP precedenti, ma è un disco che piace, “leggero” e godibile (per essere un album di black/thrash ovvio). Io lo continuo a promuovere, ma sono uno che si affeziona quando sente il riff al profumo di Ouzo di Sakis. [Zeus]
Può un disco uscito il 21. febbraio essere già in heavy rotation nelle cuffie? Certo, se questo disco si chiama Kremess dei bavaresi Gràb. Piccolo sommario storico, giusto per chiarire chi sono. Duo bavarese con diverse band all’attivo e, sotto il moniker Gràb, attivi dal 2015. Prima un EP e poi il debutto sempre nello stesso anno (Zeitlang) e adesso, A.D. 2025, sono uscito con il successore, il qui presente Kremess. Un disco che è un successo sotto tutti i punti di vista. Spettacolare la gestione dei tempi e delle sensazioni, che variano fra momenti di pura disperazione ad aperture ambientali fino a raggiungere al tipico black metal vicino alla lezione dei Satyricon (periodo da Dark Medieval Times fino a Nemesis Divina – anche se sulla title-track Grànt tira fuori dei gorgoglii tipici di Mortuus). I Gràb si avvicinano anche alle sponde del atmospheric black metal, ma non è un vero e proprio disco atmo-black metal pur avendone una buona dose di elementi in comune. Ci sono eccezioni che tirano fuori partiture dalle radici rock (sentitevi il finale di Dà Letzte Winter, che ha una carica emotiva enorme e non mi stupirei di vederci incollata sopra l’etichetta post- in qualche altra recensione) e non disedegnano né l’utilizzo di momenti con più groove né l’utilizzo di clean vocals (dosate) per donare ancora più profondità alla narrazione di Kremess. Altra pillola storica, Kremess è possibile tradurlo come ricevimento funebre. Usanza in cui, dopo il funerale, ci si incontra tutti insieme a mangiare e ricordare il defunto (anche se può finire in ubriacature sordide, ma ci sta.. bisogna scaricare la depressione). In certi momenti mi ricordano gli Horn, ma sono suggestioni e forse l’utilizzo della lingua tedesca arcaica/regionale e delle tematiche. Non saprei dirvi un brano preferito né cosa c’è di sbagliato per il semplice motivo che, dopo innumerevoli ascolti, Kremess è un disco va ascoltato nel suo complesso (anche se le canzoni, da sole, reggono bene) e non ha momenti di calo reali. I 55 minuti passano senza problemi e, ad ogni play, mi viene voglia di riascoltare il disco da capo. Per me è uno di quei dischi che potrebbero finire in una ideale classifica di fine anno. [Zeus]
All’epoca della sua uscita, e negli anni successivi, il disco omonimo dei Paradise Lost non sono riuscito ad ascoltarlo. L’ho sempre detestato, per motivi che molto probabilmente poco avevano a che fare con il disco in sé. MI ricordo di averlo portato come materiale d’ascolto in vacanza in Slovenia, trovandolo detestabile mentre tiravo bestemmia infiocchettate alla ricerca dell’Hotel in base alle indicazioni dei fogli stampati della Guida Michelin. Non mi ricordo quanto tempo ho girato per le varie Cesta cercando il dannatissimo albergo che, come da copione, era quasi sotto il mio naso… ma pre-smartphone, il viaggio era decisamente più alla buona. Lasciando perdere le disavventure vacanziere, mi ero portato Paradise Lost perchè volevo dargli una chance on the road, la classica prova del fuoco del disco da viaggio. Nell’Hi-Fi non mi aveva convinto, ma saptete che l’ascolto in auto è diverso, porta fuori nuove sensazioni. Niente, nonostante i ripetuti ascolti sia come colonna sonora che come sottofondo, il decimo disco degli inglesi mi è sempre stato amabilmente sulle palle. Ci ho ritentato altre volte a dargli una chance, cosa che ho costantemente rimpianto ritirando fuori i dischi pre-Host. Non so da quanti anni non ho più ascoltato Paradise Lost. Potrebbero essere quasi una decina e, con più chilometri sulla schiena e diversi capelli bianchi in più, mi accorgo che il sentimento negativo nei confronti di questo LP era ingiustificato. Paradise Lost non è un brutto disco, anzi rimette di nuovo il metal al centro del villaggio dopo la sbornia di Symbol of Life, ultimo LP con fatto precisamente per diventare famosi dalla band di Halifax. All’epoca ero quasi troppo purista, ammesso e concesso che comunque ritenevo e ritengo One Second un gran disco, e la svolta Depeche Mode non mi aveva mai convinto e questo ritorno a bazzicare il metal mi aveva lasciato insoddisfatto. Ma mi mancava la prospettiva storica. Adesso che scrivo è il 2025 e la prospettiva storica è qua, visibile nel percorso musicale della band di Halifax. E il decimo disco, con quel ritorno al metal con maggiore convinzione, non può essere catalogato come fallimento unicamente per ripicca. Paradise Lost ci tenta e ci riesce a riportare il metal al centro del villaggio, cosa che con Symbol of Life non era riuscito realmente, tanto che i risultati musicali e di riscontro di pubblico, hanno fatto fare veloce marcia indietro a Holmes e soci andando proprio nella direzione metal di questo Paradise Lost. Prospettiva storica, come dicevo. Paradise Lost non è un cambio radicale, la storia non si cancella con un colpo di spugna. Ma di certo è un passo in una direzione che li porterà via dalle sirene della fama (questo LP infatti è uscito per l’ormai defunta GUN Records) e li rimetterà in quella nicchia dove, tutt’ora, possono continuare a dire la loro, da grandi vecchi del metal, e con nuovi album di qualità come tacche sulla cintura borchiata. Pur rivalutando (inaspettatamente) Paradise Lost, devo comunque ammettere che i brani spesso difettano di personalitàchitarristica, spendendosi in molti riff anonimi o sui generis. A volte i brani non riescono fisiologicamente a raggiungere un livello da applausi, abbattuti da un problema o l’altro (che sia il riff inefficace o semplicemente l‘aver perso l’abitudine a scrivere brani metal), ma qua e là salta fuori comunque una linea vocale di Holmes o una melodia a rimettere in bilancia il tutto. Questi, per esempio, sono particolari che sto apprezzando adesso e che negli anni che vanno dal 2005 al 2008 non avevo proprio voglia di capire e/o concedere alla band. Di 12 canzoni, mi verrebbe da dire che quelle degne di essere riprese stanno circa sulle dita di una mano, mentre il resto naviga su uno spettro che va dalla quasi sufficienza al sei convinto. Non avrei mai pensato di scrivere una recensione così per questo disco. Ero già pronto a portarmi appresso il carretto di merda da spalare sul disco, invece mi ritrovo a pensare che per tantissimi anni ho giudicato in maniera ingiusta un LP che non sarà il cucciolo più furbo del nidiata, ma neanche il fratello scemo. [Zeus]
Sono ancora perso nel 2024 per quanto riguarda gli album da recensire, alla ricerca di qualcosa che valga la pena proporre anche a qualche mese di distanza dalla pubblicazione. The Source, debut album dei francesi Kozoria, è stato il fulmine che mi ha dato la scossa in mezzo a una marea di ascolti poco interessanti. La band parigina si forma nel 2016 e arriva solo ora al debutto, ma nel frattempo si è impegnata nell’attività live. Il metal proposto è un death tecnico e progressive, e se, data l’origine geografica, vi sono venuti in mente subito i conterranei Gojira, più o meno ci siamo. Buttateci dentro un po’ di follia alla Devin Townsend e il quadro è piuttosto completo. Personalmente ci ho trovato anche qualcosa dei Pain of Salvation, in particolare nell’uso della voce pulita.
I Kozoria ci presentano nove pezzi dove la tecnica non è mai fine a se stessa, ispirati, coinvolgenti e con una grande carica, dove la sperimentazione non annoia perché dosata nelle giusta quantità. Ottimo il lavoro svolto sulle linee melodiche, stratificate e articolate. Altrettanto si può dire della performance vocale che passa con naturalezza dal clean al growl, sempre espressiva e personale. Il livello si mantiene altissimo dall’inizio alla fine, tanto che risulta difficile nominare un pezzo più rappresentativo degli altri, basta ascoltarne uno a caso per farsi un’idea. Anche se il ritornello di Division una volta sentito, non vi uscirà più dalla testa. Perfino l’intermezzo strumentale Dawn posto al centro dell’album ha il suo perché. Merita un menzione la title track posta in chiusura, con i suoi circa nove minuti di durata e che riassume un po’ il discorso dell’intero lavoro, anche se alcune cose come, ad esempio, le soluzioni di melodie sovrapposte presenti in Leviathan sono esclusive di quel pezzo. Ascolto consigliatissimo, nella speranza di sentir parlare di più di questa band in futuro. Tra le cose migliori dello scorso anno.
Oggi ritorno al classico, vado sui Judas Priest (in ritardo sul ventennale) e su esempi/metafore calcistiche. Tanto non è che abbia tutto questo lettorato da accontentare e quelli che fino ad oggi hanno letto, non si battono colpo… quindi, si va per questa strada. Angel of Retribution del 2005 è l’equivalente della minestra riscaldata nel calcio, l’allenatore vincente che, esonerato/andato via di sua sponte, ritorna di nuovo nella stessa squadra e prova a far rifiorire quel momento fantastico. Esempi? Il ritorno fallimentare di Sacchi al Milan del 1996/1997? La seconda venuta di Allegri alla Juventus? E potrei andare avanti ancora per molto tempo. Gente che ha tentato di far girare le lancette al contrario e provare a ricreare una magia che ormai era sparita da molto tempo. Il ritorno di Rob Halford nel 2005 è esattamente questo: il tentativo disperato di riportare indietro le lancette ad un momento storico che, ormai, non era più loro. I Maiden l’avevano fatto qualche anno prima con Brave New World e il rientro in scuderia di Bruce Dickinson. La differenza fra le due band, però, è netta. Dove i Maiden hanno fatto uscire un primo disco “post-reunion” buono e poi sono andati in spirale discendente, i Priest hanno fatto l’inverso. Nessuno può contestare il fatto che con il passare del tempo gli LP dei Priest si sono fatti via via più belli (ok, dopo il tonfo di Nostradamus e Redeemer of Souls). Dischi come Firepower o Invincible Shields, gli Iron Maiden del 2020 se li sognano. Perdonate la franchezza. Il problema è che su Angel of Retribution i JP non sanno proprio chi essere e se, in realtà, hanno voglia di essere tutti insieme sotto un unico tetto. Ovvio, i nomi ci sono, ma se manca quel qualcosa che trasporta l’essere solo un gran mucchio di ottimi nomi in un gruppo che (di nuovo) detta legge, allora il disco che ne esce è zoppo e/o loffio. E si sente lontano un miglio che nel 2005 lo fanno per contratto. Halford ci mette mezzo cuore e anche le composizioni sono mezzi occhiolini ad un passato pre-Owens e un boh, qualcosa che dovrebbe essere Priest ma non lo è al 100%. Spesso non hanno mordente e mi ritrovo a pensare alla lista della spesa me le ascolto, al posto di buttare il braccio in alto e invocare gli dei del metallo contro gli infedeli ascoltatori di Justin Bieber. Visto che ho già scritto la recensione di questo LP tempo fa, non mi metto adesso a buttar giù una Treccani. Non penso ci sia granché di nuovo da dire e, se anche ci fosse, probabilmente sarebbero delle critiche su questo o quell’aspetto. Poche rivoluzioni nel giudizio, quindi accontentatevi di questa mini-recensione. E sappiate che i Judas Priest hanno sfatato il mito del vecchio allenatore vincente che torna e fa un buco nell’acqua. No, gli inglesi non sono un Arrigo Sacchi o un Massimiliano Allegri. Ad oggi possiamo affermare che, in termini calcistici, i Judas Priest sono Zinedine Zidane al Real Madrid. Vincente prima… e anche la minestra riscaldata è stata un successo. Vediamo cosa ci riserva il futuro. [Zeus]