Ricordi a pezzi. Twisted Sister – Stay Hungry (1984)

Questa è in realtà un mea culpa messo su schermo, che interesserà circa 2 persone in assoluto. E dato che la media dei lettori di questa webizine è di circa 1, allora posso dedurre che la stessa persona leggerà ‘sto articolo 2 volte. Le Twisted Sister li ho sempre macellati, ma non nel senso di brutte recensioni (su TMI non ce ne sono proprio), ma proprio perchè per certe band sono l’esempio perfetto del cherry picker, del selezionatore compulsivo, dei brani delle Twister Sister. L’album in sé non penso di averlo ascoltato più di 5 volte, ma potrei andare per difetto, e unicamente per curiosità perchè vuoi te non ascoltare almeno una volta Stay Hungry? E poi per le generazioni più recenti, non volete sapere dove i cattivissimi Dimmu Borgir hanno preso la loro cover di Burn in Hell? La risposta è: in questo LP, traccia numero 3.
Fatta salva la produzione (i soldoni si sentono) e lo scream di Shagrath, la battaglia la vincono comunque le Twisted Sister perchè… boh, perchè sì.
Anche se quando parte la versione dei norvegesi non cambio canale. Anzi, la reputo divertente.
E poi in Stay Hungry ci sono pezzi come la title-track, il classico da macchina We’re Are Not Gonna Take It o l’esplicita I Wanna Rock. Le conoscete tutti, vero? Ecco perchè il resto del disco passa spesso inosservato ai più o ai più distratti. Horror-Teria (con suddivisa in tre capitoli) è troppo lunga e sui quasi 8 minuti di durata si perde. Tagliata in due, avrebbe reso molto di più, mantenendo comunque tutte le caratteristiche del pezzo.
Contrariamente alla pratica consolidata di mettere la ballata alla posizione 5 (posto occupato invece da I Wanna Rock), le Twisted Sister mettono The Price ad anticipare la discesa verso le posizioni finali. Per quanto ci tentino anche in maniera più che discreta, le tre canzoni messe nel lato B non reggono il confronto con cinque su sei dei pezzi precedenti. L’unica che sa di avere mezza marcia in più è SMF, sguaiata, adrenalinica e divertente.
Ma sapete cosa? Quello che mi piace delle Twisted Sister è la capacità di essere più gruppo che solisti. Un po’ come le squadre che non hanno il fuoriclasse, ma che, pur essendo dotate di buone caratteristiche individuali, si devono arrangiare e far quadrato e compensare il minore estro con la dedizione assoluta. Le Twisted Sister non hanno musicisti eccezionali e vengono leggermente penalizzate da produzione ballerina, ma compensano alcune indubbie mancanze con una ferocia e una volontà di ferro nello scrivere pezzi che rimangono nella testa e superano, senza problemi, gli anni.
[Zeus]


Defying – Wadera (2024)

I polacchi Defying sanno sicuramente come attirare l’attenzione partendo da un concept. Prendendo spunto da un fil horror polacco del 1983 intitolato The Wolf e da un racconto del 1977 intitolato Wadera, raccontano una storia di vendetta dall’oltretomba, nella tradizione del romanticismo oscuro. E qui il nerd che è in me va in fibrillazione. E la scelta dello stile musicale è quanto mai azzeccata. Chiamatelo post, chiamatelo ambient, le etichette hanno poca importanza, la band mette insieme un mix di doom, death, black, atmospheric e dà vita ad un lavoro complesso, articolato, che richiede diversi ascolti ma che suscita reazioni positive fin da subito, se il genere vi piace. Il paragone più vicino che mi viene in mente è quello con i Triptykon di Tom Gabriel Fischer, o Tom G. Warrior se preferite, la sua creatura post Celtic Frost.

Brani lunghi, tempi dilatati, parti strumentali, chitarre dissonanti, arpeggi, inserti atmosferici, qualche strumento d’epoca (un corno da caccia e una cetra), insomma c’è tutto il menù completo. Ogni singolo brano è una struttura complessa di emozioni e umori, di contrasti tra furia e quiete, tra clean vocals e growl (tra l’altro piuttosto espressivo), tra parti distorte e acustiche, difficile fare una distinzione in termini qualitativi. Si può affermare che ci sono pezzi di più facile presa, come The Fugue, Incomprehensibly Woken, Reluctanct to the Grave, e altri più ostici da affrontare (in pratica tutti gli altri), e che dieci brani per oltre un’ora di musica (direi che la durata media si calcola in automatico) possono essere una sfida per chi non bazzica spesso da quelle zone musicali. Personalmente ho apprezzato, nonostante non possa negare una certa prolissità, ma le atmosfere e le linee melodiche dei Defying mi hanno conquistato, così come il loro immaginario horror gotico, il mood molto dark e decadente. Un degno viaggio sonoro nell’oscurità.

[Lenny Verga]

Vigljos – Tome I: Apidae (2024)

“You can’t do metal with bees”

Amorphis: “Hold my beer!”

Quando sentii questa battuta all’epoca dell’uscita di Queen Of Time degli Amorphis e, in particolare, del singolo The Bee, la trovai molto divertente e azzeccata. La band finlandese cantava, con la sua eleganza, di costruzioni di alveari, produzione di miele, allevamento di una regina. Non che non ci fosse già un sottobosco di metal dedito a tematiche ambientali, ma il discorso era un po’ diverso. E qui arriviamo al disco di oggi. Gli svizzeri Vigljos hanno fatto dell’apicoltura un vero e proprio culto su cui suonare il loro “Oscure Oldschool Beehive Blackmetal”, e tutti questi termini hanno il loro perché. Indossate vesti bianche e maschere di vimini per proteggersi il volto, si entra nell’alveare. Un ronzare di api fa da sfondo all’intro medievaleggiante Rays of Light on Liquid Gold, che sfocia nella prima canzone, Sweet Stings, che ci offre un black metal molto raw e vecchio stile. Siamo dalle parti degli Arckanum anni ’90, per dare un’idea, ma con cognizione di causa. Il suono è grezzo ma si distinguono gli strumenti, riff di chitarra minimali e tappeti di tastiere si bilanciano senza sovrastarsi mentre lo screaming si alterna a urla sguaiate. The Apiarsit, la terza traccia, gioca di più sulla melodia e sui rallentamenti, cosa che troviamo anche nella seguente Swarming. L’oldschool c’è in tutto e per tutto nei Vigljos, ci sono spunti interessanti anche se, concept a parte, non si può parlare di originalità nel riffing, nelle linee melodiche e vocali.

Le tracce che compongono Tome I: Apidae girano tutte intorno a questi elementi, a volte esasperandoli e tirandole troppo alla lunga, anche oltre gli otto minuti, ma riuscendo comunque nell’intento di trasmettere il senso di oscurità proprio del black primordiale. A metà disco trova spazio anche una strumentale, Dance of the Bumblebee (i titoli delle canzoni sono fantastici) che spezza per un attimo lo sciame, che poi riparte a pieno regime. Diciamo che l’intero album è un po’ duro da buttare giù tutto in una volta se non si apprezza il sound del black da scantinato della prima ora e una certa ripetitività di fondo non aiuta chi non è avvezzo all’ossessività di una data corrente black. Va benissimo essere ancorati alle sonorità del passato, ma un piccolo sguardo alla contemporaneità sarebbe consigliato per quanto riguarda il cantato, a volte ai limiti dell’ascoltabile. Una possibilità gliela darei in ogni caso, anche solo per apprezzare il concept. Interessanti, ma mi aspetto però qualcosa di più in futuro.

[Lenny Verga]

Sfregio – Malmignotta (Nadir Music, 2024)

Gli Sfregio arrivano dalla Liguria, terra di monti, mari e di gente che evidentemente non ha troppi peli sulla lingua. Nei nove brani proposti in questo loro nuovo album, anche se la musica fa la sua bella figura, sono i testi ad intrattenere. Invettive, prese in giro e ironia in generale vengono elergite in grande quantità e la band non molla mai la presa in questo senso, inanellando uno dietro l’altro brani di puro thrash and roll bello tosto e testi sempre sul pezzo che non vi lasceranno scampo.
“Ciabatte e Spazzolino” potrebbe essere forse il pezzo che meglio rappresenta questo album, forse quello che riesce a mescolare meglio l’attitudine punk con quella metal della band e che riesce anche ad offrire un testo giustamente dosato tra ironia e cattiveria. Ma sicuramente durante la tracklist ci sono altri momenti estremamente godibili come “Non Rompere i Coglioni”, “Cinesi”, “Giocatori di Tennent’s” a altri.
Sembra che il comune denominatore di certi pezzi e un po’ di tutto il disco siano alcune specie di donne che riducono i loro uomini come degli zerbini, e questo viene ben rappresentato anche dalla copertina, dove una donna procace assume le sembianze di un ragno (la malmignatta) e tiene imprigionati nella propria ragnatela i membri della band! Tutto abbastanza geniale, anche se c’è da dire che alla lunga questa proposta potrebbe non essere il massimo in termini di originalità, perchè una volta terminati i primi quattro o cinque pezzi anche il fattore sarcasmo inizia ad andare un po’ per le lunghe e a ripetersi, come anche lo stile musicale che appare vincente ma non abbastanza per poter ergere questo album come qualcosa di imprescindibile.
In ogni caso album gradevole e con qualche asso nella manica inaspettato, quindi consigliato.
[American Beauty]

WhileSheSleeps ci racconta Soundtrack to Your Escape degli In Flames

Oggi ospitiamo la prima recensione per TheMurderInn di WhileSheSleeps, il quale vuole darci la sua versione sul controverso disco degli In Flames (Zeus). A te la parola. E buona lettura.

Soundtrack to your Escape degli In Flames è stata la colonna sonora di una parte della mia adolescenza. Però so con certezza che questo disco è stato il mio ingresso nel metal, quello pesante. Quindi non posso che esserne riconoscente. Anzi, mi spingo di più e vado contro a quanto detto da Zeus nella sua recensione: Soundtrack to your Escape è in realtà un buon disco. Ha solo avuto un brutto ufficio stampa. Le continue recensioni negative fatte ascoltando STYE mentre invece pensavano ai dischi precedenti hanno spaccato le gambe agli In Flames. Non se lo meritavano e questo è un dato di fatto. Perchè molti giovani hanno fatto lo stesso passaggio di rito, si sono trovati senza un punto di riferimento a metà 2000. Quelli che gli altri definivano classici, o grandi band, erano per noi musicisti senza verve, senza energia. E quello che sarebbe venuto dopo, tutti i cambiamenti e le contaminazioni più assurde, erano ancora da scoprire. Eravamo la generazione di mezzo. E Soundtrack to your Escape è stato il disco del grande salto, dell’esplosione di un genere nelle orecchie di chi, il death metal melodico degli esordi, non aveva avuto modo di vederlo nascere, evolversi e diventare vecchio. Perchè sono senza dubbio grandi classici, musica che è da avere, ma è necessario evolversi per sopravvivere.
Ecco perchè mi sento di difendere questo CD. Qua dentro ci sono gli In Flames che parlano con la lingua del nuovo pubblico. Che parlano a noi senza il dovere di ribadire 100 volte che loro erano quelli di Whoracle. Con questo disco, gli In Flames hanno capito che avevamo bisogno di qualcuno che ci sbattesse in faccia qualcosa di nuovo. Qualcosa da cantare sotto il palco abbracciati ai nostri amici. E va bene anche se questo significa essere il pubblico dei festival generici. L’importante è esserci. L’importante è riconoscere che STYE esprime in maniera compiuta quanto erano gli In Flames nel 2004. The Quiet Place, My Sweet Shadow, immense, e poi perchè tutti a parlare male di F(r)iend? Non è abbastanza pesante? Non ha abbastanza carica da essere un buon brano d’apertura? A leggere in giro, tutti si lamentano che Friden e la band si sono rammolliti, poi attaccano le chitarre agli amplificatori e le fanno esplodere e continuano le critiche perchè i riff sono vuoti, perchè non c’è niente dietro quelle quattro note.
A mio modesto parere, questo è anche un piccolo segnale di ipocrisia. Come quando si sentono i vecchi ripetere che “quello che era prima, era meglio”. Adesso è tutto merda a quanto sembra.
Ho letto un’intervista a Friden di qualche anno fa. Il cantante se la rideva di gusto dicendo che avevano proposto un mix di riff vecchi (gli album storici) e nuovi (annata 2010 – 2020) ad alcuni ascoltatori e questi non sapevano distinguere da dove provenissero, spesso addirittura retrodatando la loro musica moderna al periodo ’90-’00. Non credo di dover aggiungere altro.
Soundtrack to your Escape non è un LP perfetto, lo so anche io, ma è lontano anni luce dall’essere così brutto come viene spesso descritto. Difetti ne ha, non sono sordo, ma è un disco sincero, con ottime melodie da poter cantare e l’utilizzo dell’elettronica ha aggiunto molto in termini di fruibilità.
I dischi della band svedese peggioreranno nella seconda metà del 2010 e qua non posso difenderli neanche io, ma nel 2004 erano tutt’altro che sgonfi o senza idee. Affermare questo è essere scorretti. Probabilmente è diventata un’usanza, una sorta di dimostrazione di essere true metal.
Ma a sentirlo bene, e ad essere onesti, Soundtrack to your Escape è buono, non ottimo, ma è invecchiato molto meglio di altri dischi usciti nello stesso anno (o di alcuni CD degli stessi In Flames).
[WhileSheSleeps]


Sempre con un pizzico di nostalgia… Motörhead – Inferno (2004)

Come faccio a recensire un disco dei Motörhead? Questa è la domanda che mi porto ogni volta che mi salta all’occhio che sta per cadere il compleanno di uno degli album della band di Lemmy. E poi Mr. Kilmister ha ormai lasciato questa terra nel 2015 sancendo definitivamente che di Highlander su questa terra ne esiste uno solo e si chiama Keith Richards. Io ero certo che anche Lemmy fosse immortale, non poteva che essere così visto lo stile di vita, ma così non era. Quello che rimane immortale, invece, è la sua musica. E che cazzo, fatemi essere sentimentale e un po’ con la frase ad effetto, tanto le utilizzano tutti ‘ste stronzate per riempire righe su righe di cose che comunque tutti sanno. Il problema è rendersi conto che non si è i primi a parlare di un certo disco, quindi non tiratevela troppo, stiamo comunque tutti sulla stessa barca e i Motörhead c’erano ancora prima e, quella barca, hanno contribuito a costruirla.
Dopo il per me buono Hammered, Lemmy & Co. decidono di pestare ancora di più il piede sull’acceleratore e mettere ben in chiaro che l’album precedente non era un fuoco di paglia e che di carburante ne avevano più che a sufficienza, anche se la lancetta del contachilometri di Lemmy segnava quasi 60 primavere. Però cosa conta il tempo mortale per uno che, di mortale, non aveva niente?
Ecco perchè Inferno, 18simo album in studio, è un gran disco. Forse non eccellente in tutta la sua durata, ma ha quella carica da dinamite nelle vene e voglia di headbanging che mi piglia sempre di buon umore. Anche l’incursione blues su Whorehouse Blues non difetta di charme, pur sembrando a tutti gli effetti una outsider in un disco pompato con dosi massicce di testosterone come Inferno.
Anche a vent’anni di distanza, la tracklist tiene botta senza problemi per almeno 8 tracce, prima di trovare un un duetto di canzoni in cui vacilla leggermente. Il problema è il raffronto fra il quasi speed metal di Fight e la successiva In The Year of the Wolf: pur trascinata da una buona linea vocale di Lenny, il brano è poco performante. Più o meno lo stesso discorso lo potrei fare anche per Keys to the Kingdom, bluesy ma non riesce ad imprimersi realmente. Molto meglio la seguente Smiling like a Killer, veloce, dritta e senza troppi fronzoli. Quello che mi aspetto dalla band.
Inferno non sarà l’album definitivo dei Motörhead, non può esserlo neanche a volerlo. Il passato non si cambia ed è irraggiungibile, ma sfido voi a trovare una band che è riuscita a tenere botta per, allora, quasi trent’anni e tirar fuori un 18simo disco di questo tipo: ispirato, veloce, che sa di strada, alcol e cupa ironia. In altre parole sa di Lemmy e Motörhead e, per dei sessantenni, è un grossissimo complimento vedendo quanto producono altre band quando raggiungono quelle primavere.
Mentre voi andate su Youtube/Spotify/Apple Store o a cercarlo su CD, io mi riascolto Killers. Torno un po’ più giovane e rallento un po’ anche io la lancetta del tempo che passa.
[Zeus]

New Jersey provincia sudista: Pride & Glory – s/t (1994)

Vi faccio un favore e do per scontato che tutti sappiano chi sono i Pride & Glory. Nessun pippone megalitico, nessun momento didascalico da programmi serali sulla RAI dedicati alle materie scientifiche.
Non so come e perchè son nati i Pride & Glory, probabilmente Zakk Wylde ne aveva le palle piene di starsene con le mani in mano o, come è giusto che sia, aveva anche voglia di mettere i suoi riff e la sua voce su un progetto. Un conto è essere dipendente, uno è essere libero professionista. E poi, il buon Ozzy non aveva annunciato uno dei suoi mille tour d’addio? Anche se il No More Tour sembrava quello più sincero. Almeno fino al prossimo tour, mi sembra quasi ridicolo dirlo, stiamo parlando di Ozzy.
Quindi fra un No More Tears (1991) ed un Ozzmosis (1995) un po’ di tempo c’era, un paio di compari di bevute anche (James LoMenzo al basso e Brian Tichy alla batteria) e quindi via di southern metal. Perchè questo è Pride & Glory, un disco di profondo, sporchissimo, southern metal. Il periodo, poi, era anche invitante, visto che il southern stava ritornando a far sentire la sua voce, che sia nella versione dei Grandi Vecchi come i Lynyrd Skynyrd, ormai trasformatisi in una notevole Cover band, sia che il southern sia inserito a forza o meno in progetti metal tout-court: Pantera, nello sludge e via dicendo (giusto per citare i primi che mi vengono in mente). Zakk Wylde non ha mai fatto mistero dei suoi gusti musicali, quindi il progetto Pride & Glory è coerente con tutto il background musicale del chitarrista del New Jersey.
Non sarà un genere di successo e neanche quello che ti permette di pagare le bollette, ma se suonato bene, cristo, da delle belle soddisfazioni. E l’esordio, e unico LP, dei Pride & Glory è suonato dannatamente bene e, di godurie, te ne fa assaporare molte. Sinceramente, per molti anni ho reputato questo disco il miglior LP su cui il Zakk Wylde solista avesse mai suonato. Il progetto solista con il Book of Shadow era buono, ma non da definirlo un capolavoro, mentre la Black Label Society, pur espressione unica della volontà di ferro del suoi lider maximo, non è mai brillata per costanza. Costanza che non ritrovo né nei dischi, né nelle tracklist ve lo dico chiaramente; a pezzi incredibili, seguono brani forse non loffi ma dimenticabili e così anche per i dischi, non credo di poter pensare ad un LP realmente cazzuto dall’inizio alla fine. Forse Order of the Black è una spanna in più di tutto il resto della discografia (mezzo gradino sotto ci mettiamo The Blessed Hellride e Mafia). Con Ozzy il discorso è diverso; come detto, nella Ozzy Osbourne Band è un dipendente e il capo ha l’ultima parola. Ecco perchè Pride & Glory è forse l’espressione migliore di quello che Zakk sa fare, che sia capacità musicale e compositva o concretezza nella tracklist, mai come nel 1994 praticamente priva di flessioni. Ci sono i riffoni sudisti, quelli a cazzo duro (Harvester of Pain, Toe in the Line, Troubled Wine con quell’inizio che mi ricorda sempre In my time of dyin’ dei Led Zeppelin prima di prendere derive BLS) e anche le ballad classiche del repertorio di Wylde (se impari alla scuola di Ozzy, qualcosa te lo porti dietro). I brani più country e acusticheggianti sanno di campi di frumento, vacche che pascolano, redneck in salopette di jeans e una bottiglia di bourbon (Cry Me A River, che odora di Creedence Clearwater Revival, mentre Hate Your Guts sa di presa per il culo ma è divertente) e via con tutto il repertorio che spazia dai citati Skynyrd per passare dai Sabbath ai Led Zeppelin e finendo per tirare in ballo CCR e ZZ Top.
Se non sapete dove iniziare e come approcciare qualcosa che non è né Ozzy-style, né Black Label Society, ma è puramente Zakk Wylde, vi metto davanti alla prova di Losin’ Your Mind. L’apertura di Pride & Glory è un biglietto da visita difficilmente dimenticabile: la canzone maneggia diversi registri andando ad unire, e bene, country/hillibilly (il banjo) e un riffone southern pesante come cemento. Ma quello che piace è anche il lavoro di Tichy dietro la batteria e, per me, l’oscuro lavoro di LoMenzo al basso, che gioca con ottime partiture di basso sotto gli svolazzi della chitarra di Wylde, a volte raddoppiando, a volte andando per la sua strada e producendo una marea di groove. Se questo singolo non vi smuove, se non vi fa scapocciare e vi prende immediatamente una sete del Demonio che potreste calmare solo con un una Coors Light, allora avete un bidone dell’immondizia al posto del cuore (cit).
Son passati 30 anni da quando Pride & Glory è uscito e, ancora oggi, mi mette di ottimo umore, mi porta in uno stato di relax e mi fa chiedere: perchè Zakk Wylde ha perso la capacità di scrivere LP di questo tipo? A forza di volerlo vedere come guitar hero e l’obbligo morale di doversi adattare alle aspettative che si hanno di lui, Mr. Wylde ha perso di vista la capacità di scrivere ottimi dischi, limitandosi a creare solo delle ottime canzoni.
[Zeus]

Wormwood – The Star (2024)

Aspettavo il nuovo disco dei Wormwood con discreta ansia. Nattervet era ottimo, Arkivet decisamente buono anche se lo sto ascoltando meno del suo predecessore e quindi l’idea che potessero fallire miseramente non mi è mai entrata nel cervello. Vero? Vero?! In realtà i primi ascolti di The Star mi hanno deluso profondamente. L’ho trovato scritto e suonato benissimo, con tutto l’armamentario classico dei Wormwood: black metal melodico, incursioni in territori più rock e poi il nume tutelare dato dalle languide partiture pinkfloydiane. Però era sterile. Non incideva nella carne, come dovrebbe essere un disco facente parte di un trittico di LP dedicati ad una specie di apocalisse/estinzione dell’umanità.
Parla di distruzione con il vestito della festa.
Su The Star sono combattuto, senza ombra di dubbio. Il disco regge bene, ripronendo molti elementi già trovati anche su Arkivet e l’utilizzo delle vocals femminili e certe soluzioni di tastiera danno al quarto disco un respiro più morbido. Una sorta di vellutato contraltare al black metal melodico che è la base della musica dei Wormwood (sentite Suffer Existence, che viaggia su doppia cassa, melodie brillanti, screaming, clean e anche la mezza dubbiosa scelta di inserire il violino di Martin Björklund). A volte questo contrasto funziona, a volte un po’ meno, ma di certo rende la musica degli svedesi meno prevedibile di quello che si vorrebbe pensare. O, forse, è proprio il segno distintivo di uno script già ben formato e suonato a ripetizione.
Letta così, la recensione sembrerebbe una bocciatura.
Invece mi son preso ancora del tempo ad ascoltare The Star. L’ho lasciato da parte un po’, rinfrescato le orecchie con qualche altra cosetta, e poi ci sono ritornato sopra con un pizzico di testardaggine. Ad un secondo ascolto, forse meno ossessivo alla ricerca di un nuovo Nattervet, The Star si è rivelato un disco discreto. Lontano dalla qualità assoluta del CD del 2019 e dell’esordio, forse più vicino ad Arkivet, seppur quest’ultimo sia uno scalino sopra. Sembra quasi che i Wormwood si siano messi d’impegno nel cercare di dare un seguito coerente, soprattutto musicalmente, a quanto fatto prima, ma abbiano lasciato un po’ troppo da parte le emozioni. Cosa che non dovrebbe mancare in un LP come questo, perchè le emozioni donano un colore più profondo e una maggiore resistenza all’usura della memoria e del tempo che passa. La classe è indubbia, ce ne fossero di band che riescono a maneggiare così tanti registri come fanno i Wormwood senza lasciare sul campo porcherie o cadaveri di canzoni. Sentitevi Ro, 10 minuti di epica e crescendo, che parte come simil-traditional folkloristico e poi innesta una marcia sempre più alta, in un crescendo di strati e momenti. E Ro è forse la cartina tornasole di tutto il disco, un brano con cui son partito scettico fra minutaggio e scelte musicali, e poi invece mi son accorto che i 10 minuti abbondanti passano senza colpo ferire. Le problematiche di lunghezza o di eventuali cali di tensione sono concentrati in altri pezzi.
In definitiva The Star è un disco tipico dei Wormwood e questa affermazione è una lama a doppio taglio. Un po’ troppo vicino alla loro idea di suono, troppo poco innovativo per una band per cui l’attitudine a disegnare il confine un po’ più avanti era normale. Ma è The Star è bello, profondo e ad ogni ascolto ci si può concentrare su una singola parte o un dettaglio che, ad un primo ascolto, era di certo sfuggito.
Li attendo al prossimo disco, non deluderà anche se spero che ci sia più rischio.
[Zeus]

Attic -Return of the Witchfinder (2024)

Ecco, dopo anni di silenzio il nuovo degli Attic, disco che solo io e pochi altri aspettavamo con impazienza. Ok, sappiamo che gli Attic nn sono niente di nuovo, un cantato alla King Diamond su una base di metallo tradizionale alla Judas Priest e/o Mercyful Fate (ovviamente) ma con un’attitudine (ho detto attitudine, non sonorità) alla metal estremo nordico, diciamo Dissection per dire un nome che tutti conosciamo.
E com’è questo discuzzo? Esattamente come gli altri due precedenti, che essendomi piaciuti parecchio porta al piacermi anche questo. Infatti le canzoni ci sono tutte, i ritornelli con dei lick che entrano in cervello e li rimangono e riff azzeccati, ma dove sta il problema allora? Beh, punto uno, Mister Cagliostro non è King Diamond e ogni tanto esagera un po’ con il falsetto, che già non è il suono più amabile del mondo, e quindi se usato troppo o a sproposito inizia ad infastidire. Il buon Mister dovrebbe imparare a dosarlo, gestire meglio la sua teatralità, visto che talento ne ha, e le canzoni risulterebbero più snelle e quindi più fruibili. Punto 2. Return of the Witchfinder è uguale agli altri 2 dischi precedenti, ma uguale uguale; quindi a chi conosce la band, non da quel qualcosa in più che ti fa sussultare, ti sorprende o quant’altro. Rimane comunque un ottimo disco e se passassero dalle nostre parti sarei in prima fila a fare gli ohoho di controcanto e scappociare allegramente! Ben tornati cari Attic, ma la prossima volta un po’ più di impegno!
[Lord Baffon II]

Wehmut – II: Winter (2024)

Attendevo al varco i Wehmut, il terzo disco è sempre quello più complicato da comporre. Alla soglia del terzo LP, la freschezza dell’esordio, che sia immaturità o eccesso di idee, non riesci più a riproporla (l’ho già detto molte volte, la verginità e l’effetto sorpresa non sono replicabili) e quel misto di idee pregresse-nuove che contraddistingue il secondo disco è anch’esso una chimera. E, nel caso dei tedeschi Wehmut, il secondo disco era I:Herbst ed era un ottimo LP. Il depressive black metal ibridato, autunnale, malinconico di quel disco faceva il suo gran lavoro e non è uscito dalle mie playlist d’ascolto per diverso tempo, almeno finchè non ho visto programmato II:Winter. Se il salto di qualità da Catharsis (esordio del polistrumentista Rieß) a I:Herbst è stato di quella qualità, mi aspetto altrettanto con Winter. Le contaminazioni atmospheric-post-black metal ci sono ancora tutte, con tanto di bellissime melodie brumose e malinconiche (Todtmoos) come da tradizione depressive. Il bello è che dentro ci sono anche i chitarroni grossi, col riff ciccio, e il basso di Pilatus funziona eccome. Le tastiere sono molto più contenute, lasciando spazio a diverse sovraincisioni di chitarra che forniscono profondità e strati su strati di riff che vanno dal pulito al classico zanzaroso marca black metal.
Rispetto ad Herbst, Winter sembra avere anche qualche accenno ad un potenziale alleggerimento dell’oscurità e, sinceramente, mi sembra un paradosso per un disco intitolato inverno. Non sto parlando di canzoni happy, ma le melodie cristalline che aprono Aurora Borealis sono più sognanti che depressive al mio gusto. Mi sembra che, in certi momenti, i Wehmut arrivino addirittura a lambire quanto prodotto dai Lustre (con le dovute cautele e differenze, sia chiaro) e, se devo esserne sincero, non c’è niente di sbagliato visto la qualità di quanto suonato su A Thirst for Summer Rain.
Dovessi cercare un punto negativo è la voce. Intendiamoci bene, Rieß non fa nulla di sbagliato. Anzi, sfrutta tutti i canoni del depressive black metal con tanto di voce in secondo piano e in perpetuo screaming sfascia-corde vocali, ma è uno screaming che poco o niente aggiunge alla musica. A volte, anzi, mi sembra che la presenza del cantato sia quasi “controproducente” visto che la musica, così come suonata dal musicista tedesco, parla già ad alta voce e riesce ad esprimere una varietà di sensanzioni e sentimenti a cui c’è poco da aggiungere. Parere personale, ma non è niente di negativo visto che, come detto, è voce di genere e così deve essere eseguita.
II:Winter è l’album che mi aspettavo dai Wehmut. Non ha perso elementi depressivi, ma ha aggiunto molte altre spezie nella musica. I riff si fanno ascoltare molto bene e pur durando una media di 8 minuti, non si percepisce nessuna stanchezza nella composizione. L’ampiamento dei generi, il post e l’atmospheric, non fanno altro che andare ad arricchire quanto suonato dai Wehmut e le improvvise schiarite che emergono improvvisamente, così sognanti e “delicate”, non fanno altro che sottolineare l’oscurità del resto della musica.
[Zeus]