L’apocalisse di Sakis Tolis. χ ξ ς’ – The Seven Seals of the Apocalypse​ – ​(​Revelation 6:5​-7) [2023]

Con incredibile ritardo arrivo anche io a dire la mia sul disco biblico di Sakis Tolis, uno che ce la mette tutta a sbeffeggiare la divinità e che, con buona probabilità, ha un conto in sospeso con Dio. χ ξ ς’, detto volgarmente anche 666 (trasposizione dal greco), contiene probabilmente le canzoni che Sakis non è riuscito/non ha voluto (più probabile, visto che nei Rotting Christ ha lui la prima e l’ultima parola, con Temis che fa da pupazzo gnappo in molte occasioni) utilizzare per The Heretics e, in misura minore, per il precedente Rituals. Quindi ecco tutti i Rotting Christ più lineari, ad alto contenuto sinfonico e in costante mid-tempo. Quelli che probabilmente avete, e abbiamo, rigettato al tempo di The Heretics bollando lo stakanovista greco come mezzo bollito e in debito d’ossigeno compositivo. Sentendo questo concept sull’Apocalisse di Giovanni il giudizio non cambia troppo, visto che Sakis continua nel suo periodo di esagerata bulimia compositiva e sta tirando fuori dischi e collaborazioni ad ogni pié sospinto. I risultati li conoscete tutti, quindi non mettiamoci a fare il conto dei morti o dei morenti. Avrebbe bisogno di una pausa, ma fermare Sakis significa farlo morire quindi lasciatelo continuare a guadagnarsi la pensione a forza di musica e bestemmie, solo non aspettatevi capolavori. The Seven Seals of the Apocalypse​ – ​(​Revelation 6:5​-7) viaggia abbastanza sottotraccia per le prime tre tracce, prima di sviluppare una certa vena industrial versione Rotting Christ su The Death (quindi periodo KhronosGenesis) e avere un leggero colpo di coda in termini di godibilità nel trittico finale. The Cry of the Martyrs è sui generis, certo, ma non è bruttissima e il duo finale The Weath of GodSilence in Heaven ha le stigmati di The Heretics (le melodie, le idee e soprattutto le mille parti recitate) ma va bene, le canzoni si ascoltano mentre cucini e scivolano via. Avesse preso del tempo per registrare degnamente, è proprio un progetto da cameretta questo, e valutare bene alcuni approcci e le idee, il giudizio su The Seven Seals of the Apocalypse​ – ​(​Revelation 6:5​-7) sarebbe un po’ più magnanimo. Ma visto che lo stato di forma del Sakis formato 2000 è quello di un vecchio guerriero col sfinito e col fiatone ma con ancora la voglia di alzare un dito medio verso il cielo, allora accetto anche questo prodotto mediocre. Da usare come sottobicchiere non è, ma le canzoni da tenere nel cuore sono finite almeno 10 anni fa.
[Zeus]

Wet Cactus – Magma Tres (2023)

Appassionati di stoner, sludge, desert rock, il nome Wet Cactus potrebbe essere già noto a qualcuno. La band di Cartabia, Spagna, giunge con Magma Tres al terzo album in studio in dieci anni di attività e, se già con i due precedenti lavori, l’omonimo esordio (2015) e Dust Hunger and Gloom (2017), si erano fatti notare ed apprezzare anche otre oceano, con questo nuovo disco non possono fare altro che confermare quanto di buono già detto su di loro in passato. Dopo essersi concentrati sull’attività live, la band è tornata in studio carica e sia sente.

L’intero ascolto è un susseguirsi di riff che sanno di sgommate su strade polverose, olio motore, pistoni ruggenti, insomma l’immaginario lo conoscete già. Quello che forse non ci si è aspetta è la notevole varietà che i Wet Cactus riescono ad inserire all’interno del genere, non ponendosi problemi ad accelerare, a pestare pesanti sulle corde e i tamburi, a gettarsi nell’hard rock più sporco e grezzo, a cacciarci pure una bella strumentale, Mirage, virtuosismi alle chitarre, per non parlare della prova dietro al microfono del singer, che condivide una certa affinità con il nostro Madman. Magma Tres è un album da sparare a pieno volume, da urlare al cielo, da ululare alla luna, psichedelico ed accattivante (la conclusiva Solar Prominence è un trip assurdo), che non può essere ignorato da chi apprezza queste sonorità.

[Lenny Verga]

Nine Inch Nails – The Downward Spiral (2004)

Anche io, come molti dello stesso range d’età, ho avuto un momento in cui mi sono impegnato a cercare sollievo dallo schifo esterno con la musica dei Nine Inch Nails. Pretty Hate Machine faceva il suo lavoro, ma in realtà era quasi troppo “leggero” per i miei gusti, anche se qualche volta, Head Like a Hole o Ringfinger le ascolto come guilty pleasure. Soprattutto quest’ultima, anche se non capita così spesso come un guilty pleasure potrebbe far pensare.
The Downward Spiral, che compie la bellezza di 30 anni, si pone senza minimi termini sull’altro lato dello spettro della “leggerezza”. Ecco perchè mi ha attratto, anche se il genere proposto dai Nine Inch Nails, in realtà, l’ho sempre bazzicato pochissimo. Però aveva il feeling giusto, sapeva toccare delle corde nell’anima di un poco più che ventenne che altri dischi non riuscivano. Al tempo, e per un brevissimo momento, Trent Reznor e i Nine Inch Nails mi hanno realmente parlato. Poi è finita la cosa, mi sono staccato dalla loro musica e ho scelto di prendere altre strade estreme, ma a The Downward Spiral devo dare il merito di avermi cullato con la sua bruttura, il suo essere sporco, asociale, cattivo, nichlista e quant’altro, proprio quando ne avevo bisogno. Il disco al momento giusto, quello che ti permette di tenere la barra a dritta, mentre tutto sta andando storto e le scelte sono quelle di uscire di casa e di testa. Invece no, son qua e lo devo (anche) a dischi come questo. LP che non rientrano nello spettro musicale, fuori dagli ascolti di ogni giorno o anche decennali – non sentivo tutto The Downward Spiral da anni -, ma che hanno qualcosa in più. E non sto parlando solo di Hurt, che è una canzone bellissima, dolente e tragica. Talmente un classico che riesce a trasmettere il suo nocciolo oscuro sia in versione originale, sia a seguito della cura country di Johnny Cash. In realtà è tutto il disco che trasmette vibrazioni negative, di introversione e distacco dalla realtà. Già dall’introduzione Mr. Self Distruct si capisce che Trent Reznor ha prodotto qualcosa d’altro, una bestia diversa. Closer è al tempo stesso oscena e disperata, dove le liriche ossessionate dal sesso sono in realtà un’ammissione di insensibilità. Di morte interiore. Non c’è nessun elemento “romantico” dentro Closer. Ma non penso che siete a leggervi una recensione di The Downward Spiral sperando di leggervi dentro sole, cuore amore. Vero? E poi vogliamo parlare di Heresy o di March of the Pigs (isterica, veloce e poi, improvvisamente e in maniera straniante, suadente)?
Non penso debba dire molto altro di The Downward Spiral. Un disco per una stagione, almeno per il sottoscritto. Nel mio IPod è durato poco, ma ha avuto un peso. Molti dei dischi che recensisco in questi mesi o che ho recensito negli ultimi 25 anni non possono dire altrettanto.
[Zeus]

Un colpo di coda da vecchio leone. Judas Priest – Invincible Shield (2024)

Cosa potrei chiedere ad una band con 50 anni di attività sul groppone e 19 LP messi sul mercato? Il minimo sindacale che mi auguro, è che facciano onore alla loro storia. Almeno quello, non pretendo fuochi d’artificio e neanche quella rivoluzione copernicana che nella maggior parte dei casi hanno già fatto, ma un filino di fuoco che arde in qualche parte del torace. Una passione, va bene anche arrugginita dal mestiere e dall’anzianità di servizio, ma comunque passione.
Non voletemene male, ma i Judas Priest edizione 2005-2014 erano, almeno in studio, pensionabili. Il passabile Angel of Retribution, lo sfinente Nostradamus e lo sfiancato Redeemer of the Souls non facevano onore alla leggeda Judas Priest. Era decisamente ora e tempo di portare i vecchietti di Birmingham a casetta, copertina sulle gambe e brodino per tutti. Onore e gloria immortali, qualche concerto dal vivo, i festival e poi via veloci a bersi una pinta di birra al pub o a fare i molesti durante i match del Birmingham o dell’Aston Villa (a seconda della fede, ma non fate l’errore di sbagliare squadra parlando con Geezer Butler).
Poi la malattia ha messo tutto in discussione e, per quanto la cosa sia triste, questo evento distruttivo della line-up, ha fatto entrare un po’ di linfa nuova nella band. Faulkner in Redeemer of the Soul non ha avuto un grosso impatto, mentre già sul successivo la musica cambia (ahah – sigh).
Firepower del 2018 ha ricevuto giuste lodi, sfido chiunque a dirne il contrario. Giuste perchè dopo una tripletta scarica come quella che ci hanno rifilato nel decennio precedente, la mia speranza di vedere Halford e compagnia così pimpanti era quasi al lumicino. Invece ce l’hanno fatta.
Facciamo un salto di 6 anni e raggiungiamo il 2024. La prima grossa novità e il ruolo di Faulkner, Invincible Shield porta impresso in maniera evidente il suo marchio. L’ex chitarrista della figlia di Harris mette modernità e nostalgia dentro il 20 disco in studio. Ascoltando il disco si sente tutto lo spettro, dalle garbate apparizioni dei synth (Panic Attack) fino ad arrivare a sapori speed o quasi power che si annidano qua e là dentro il maschio suono heavy metal tradizionale dei Judas Priest. Niente da far gridare allo scandalo, anzi, queste aggiunte hanno forse permesso ai Judas Priest di prendere ulteriore ossigeno in una carriera di mezzo secolo. Fa ben sperare.
In Invicible Shield tutti lavorano alla grande. I suoni sono così turgidi e possenti da lasciarti vagamente stordito ad un primo ascolto, del tipo che Cristo di suoni hanno messo su stavolta? Merito di Andy Sneap, ovvio, che pompa e lucida alla grande il suono. Halford gioca su un territorio sicuro, sfoderando una prestazione maiuscola passando dai suoi acuti per tonalità derivate dal suo periodo solista scendendo ad arrivare al crooning (anche se, permettetemi la bestemmia, in Escape from Reality arriva ad assomigliare all’Ozzy moderno).
Tutto a posto? Un disco da diesci? No, non è un disco perfetto. Buono di certo, sorprendente per essere l’opera di un gruppo di settantenni e con dentro abbastanza canzoni da inserire nelle compilation di Spotify. Ha i suoi momenti alti, la partenza è al fulmicotone, e riesce ad avere dei colpi di coda anche nella seconda metà della tracklist. Una Trial by Fire, per esempio, non è così male come molti vogliono descrivervela e ascoltandola il giusto numero di volte capite che è uno di quei brani che restano senza però avere il marchio del classico. Devil in Disguise e Gates of Hell sono divertenti, ma anche qua siamo lontani dal classico. Belle da canticchiare, ecco.
La title-track è buona, ha tiro e riff in abbondanza. Nel pre-chorus io ci sento un accenno di arrangiamento quasi alla Queen, perdonatemi la bestemmia. Forse 6 minuti son troppi, ma non scende mai nelle melmostose lande della noia. La versione ufficiale di Invincible Shield si chiude con la mediocre Sons of Thunder e l’ottima Giants in the Sky.
Parere personale, i Judas Priest hanno fatto bene ad inserire i tre brani ulteriori solo nella versione deluxe. Fight for Your Life ha quasi un riff sudista, non è male e forse avrebbe potuto scalzare Sons of Thunder; ma Vicious Cycle è sui generis mentre The Lodger non mi riesce a scaldare l’animo.
Invincible Shield non sarà così pompato come Firepower, ma ha molte cartucce dalla sua e ha il pregio di crescere con il tempo. Saranno i brani diretti, sarà che hanno lavorato bene con gli arrangiamenti anche nelle canzoni più “deboli”, ma Invincible Power è un disco che potreste trovarvi a mettere su fra molti mesi e trovarlo comunque bello e fresco. I classici sono altri, sono la coperta di Linus, ma la doppietta Firepower – Invincible Shield regala emozioni e non è poco.
[Zeus]




Bruce Dickinson – The Mandrake Project (2024)

Ho sempre seguito la carriera del Dickinson solista con molta più partecipazione rispetto alla sua carriera Maideniana, diciamo che quello che segue Fear of the Dark per me è hic sunt leones. Adesso potete incominciare a spararmi ed insultare TheMurderInn (o il recensore qui presente). I dischi con Blaze li ho sentiti a spizzichi e bocconi, mentre dalla reunion in avanti mi son ascoltato qualche singolo e poi mi son dedicato a fare altro. Non mi sento neanche in colpa, vedete voi.
Invece Bruce solista lo seguo con interesse, Accident of Birth era ed è un ottimo disco, mentre The Chemical Wedding è semplicemente spettacolare, uno di quei dischi da lacrime agli occhi. Tyranny of Souls buono, ma non è un capolavoro e questo poteva essere un caso o un LP di assestamento, tanto la qualità media era comunque più alta di quanto stavano producendo (e produrranno) i Maiden nel post-2000.
Il problema del mondo moderno è la reperibilità delle anteprime e dei singoli. Prima dovevi comprarti o la rivista o sborsare soldi per il singolo (denaro buttato nel cesso, a mio modo di vedere, mai stato un sostenitore dei singoli), adesso basta aprire Youtube, Spotify o Apple e sei già al pari. Afterglow of Ragnarok è apparso lanciando cibo agli affamati, soprattutto per quelli che l’ultimo LP dei Maiden proprio non l’avevano digerito. Il brano era un gna, viaggiava bene e male insieme. Ha parti che mi facevano ben sperare, mentre altre mi rendevano perplesso. Sui lati positivi c’era la prestazione di Dickinson e la produzione, tenetevi a mente queste due cose.
Faccio un salto temporale e arrivo al 1 Marzo e all’uscita di The Mandrake Project. Aspettative alte, ovvio, ma non mi attendevo un nuovo The Chemical Wedding, quello era un caso a parte. Irreplicabile e sarebbe assolutamente senza senso tentarci. Però il binomio Bruce – Roy Z. è di qualità, quindi un po’ di pressione gliela potevo anche mettere sulla schiena. Ricompensata? A dir la verità sono indeciso su che giudizio emettere.
Il disco non è male, assolutamente. Anzi, ci sono momenti in cui mi piglia anche bene; ma il confronto con il passato lo stronca, soprattutto per i due punti sopra citati. La produzione di The Mandrake Project è troppo spesso altalenante e in certi momenti addirittura brutta. Mi vengono in mente i demo o le pre-produzioni rilasciate “grezze” perchè i soldi per l’affitto dello studio sono finiti (figuriamoci se Dickinson finisce il grano dato dalla BMG). Per delucidazioni sentitevi Shadow of the Gods, in cui si parte anche decentemente e poi tutto viene sommerso in una scelta scellerata di volumi. E altre scelte discutibili si riscontrano qua e là per tutto The Mandrake Project.
Veniamo a Dickinson e togliamoci il peso dallo stomaco. Il singer ci tenta e si sgola, ma il risultato, soprattutto quando punta sul secondo elemento è difficilmente difendibile. Non ce la fa più a raggiungere le vette acute, in molti episodi proprio ha bisogno dell’ossigeno per arrivare ad un risultato che non è lontanamente accettabile per chi lo ha conosciuto nel suo momento d’oro. Lo stesso appunto lo facevo a Phil Anselmo sul terzo LP dei Down, Down III – Over the Under (solo che Phil si è sputtanato la voce già dal 1994 circa, quindi è un caso diverso).
Se Bruce variasse il suo stile, prendendo coscienza che ormai la sua voce non è più capace di raggiungere certe tonalità (percorso che ha fatto anche Rob Halford e che ha portato risultati eccellenti, basta vedersi gli ultimi due LP in studio), il suo rendimento in studio/dal vivo ne gioverebbe.
Face in the Mirror potrebbe essere lo specchio di quello che sto dicendo: ballata sentita con prestazione buona di Bruce, più roca ed emotiva, rovinata però da una serie di acuti che emergono alla cazzo di cane durante i ritornelli. Certe cose mi fanno cadere le palle.
Per il resto ci sarebbe bisogno di un track-by-track, ma io lo odio, quindi mi limito a far presente che Sonata (Immortal Beloved) all’inizio mi ha deluso, mentre dopo un po’ di ascolti è cresciuta, mentre il tex-mex-con panna acida di Resurrection Men è indigesto (a parte un riff di Roy Z., che sarà scontato come i prezzi alla Lidl, ma viaggia bene). The Mandrake Project procede così, dando un colpo a brani decenti, che hanno un po’ di nerbo e che mi fanno ben sperare (tripletta iniziale), e altre cose che mi hanno lasciato abbastanza freddino (ad es. una Mistress of Mercy sembra promettere, ma in realtà non incide).
Il duo Bruce Dickinson – Roy Z. non ha prodotto uno schifo, permettetemi di ripeterlo, e anzi sottolineare che in media è un LP decente. Avrebbe meritato una migliore produzione e qualche scelta meno famigerata in termini vocali e anche di songwriting – va bene tentare qualche via personale, ma certe soluzioni non reggono proprio -, ma è un disco che ha una sua dignità e, per i più giovani, buono anche da cannibalizzare per le compilation su Spotify.
Non so quante volte lo riascolterò The Mandrake Project. Ve lo dico. Ho la sensazione che sarà uno di quegli LP che prenderanno la polvere (digitale) e le statistiche non verranno nutrite dai miei ascolti. Però un vantaggio ce l’ha, è da quando che ho messo su i brani di ‘sto CD che mi è venuta voglia di riprendere un po’ della discografia precedente di Bruce e dargli un paio di ascolti, giusto per bearmi di quel ben di Dio che ha prodotto nel passato. Non è poco, ma forse dice anche abbastanza del nuovo LP di Bruce & Co.
[Zeus]

Hauntologist – Hollow (2024)

Si può essere simili e completamente diversi? Per i polacchi Hauntologist il quesito non si pone, visto che una parte di DNA ce l’hanno in comune con gli Mgla (e non potrebbe essere altrimenti), ma il risultato finale è in realtà diverso. Hollow è un disco che sa di città, quella che si vede anche sulla cover art. Di periferia immersa nella bruma della mattina, di desolazione post-lavoro o di quella sensazione strana di quando passeggi in alcuni vicoli della città e sembra che ci sia qualcuno che ti segua. Hollow è un disco di atmospheric black metal cittadino, niente atmosfere rurali, niente Tolkien o grandi paesaggi, dentro l’esordio degli Hauntologist ci sono più marciapiedi sporchi e visi rugosi, persiane mezze scostate a scoprire realtà casalinghe squallide e tutto sommato banali. Il duo DarksideThe Fall sembra aver trovato l’alchimia giusta, calibrando naturali propensioni black metal (e qua si sentono ovviamente gli Mgla, sentitevi certi passaggi sia su Ozymandian che su Golem, con le linee vocali che vengono direttamente dal libro scritto dalla band di M.), attitudini post-black metal e spezie ambient (Waves of Concrete). C’è molto di più, ovvio, ma è questa la matrice su cui si muovono, alterando la quantità di ciascun elemento a seconda di dove la musica ha deciso di puntare; così che nella prima parte del disco si respira quasi più quell’atmosfera decadente ed avvillente degli Mgla, mentre sempre più spesso entrano le chitarre acustiche, i refrain che di black metal non hanno niente e un’attitudine completamente indipendente dalla band madre. Anche se, diciamocelo, The Fall, è un gatto randagio che ha la tendenza ad avere mille progetti. Chiunque vi cercherà di vendere gli Hauntologist, e Hollow, come il disco che gli Mgla non hanno ancora fatto vi sta vendendo fumo e neanche di quello buono. Hollow gira per conto suo, lo senti nelle vene che sono due bestie differenti. Consaguinei forse, ma non figli. Cugini, ecco. Una Deathmdreamer è posizionata in maniera perfetta alla posizione quattro, non oso dire che è la migliore del lotto visto che dopo innumerevoli ascolti mi sono preso benissimo per tutto il disco, ma è di certo uno dei momenti più groovy del disco. E poi ci sono i brani come Hollow, quasi dei Tiamat polacchi svuotati ed ectoplasmatici, prima di essere risvegliati da esuberanze elettriche. Una canzone da assaporare mentre passeggiate in mezzo ai casermoni da 10 piani l’uno. Hollow (l’album) entra sottopelle, piano piano, con melodie efficaci, fatte bene, non piacione e lontane dail’essere collose come una chewing-gum troppo masticata; hanno carisma e attitudine, sia quando le chitarre hanno maggiore grinta, sia quando abbandonano il suono crispy tipico di certo black, assumendo elementi quasi atmosferici percorsi da scosse di elettricità statica. E sotto tutto è bello sentire quello che Darkside combina dietro la batteria: può piacere o meno (a me piace), ma il suo stile è riconoscibile. L’utilizzo enorme, esagerato quasi, dei piatti va a sottolineare passaggi e momenti con arguzia e stile, tanto che, per me, il suo percuotere i piatti è l’equivalente della pioggia acida che scende sulla città. Sono collegati in maniera quasi siamese.
Quando si parla di esordi, c’è sempre il rischio di esprimere giudizi affrettati, ma siamo di fronte ad un duo esperto. Se Hollow, e gli Hauntologist, rimarrà un progetto solitario e non replicabile, non ne ho idea. Al momento mi godo 44 minuti di depressione cittadina: buia, alienante e che puzza di smog, disperazione, sogni infranti e allucinazioni. La musica ideale per la primavera entrante.
[Zeus]

Compleanni importanti. Pantera – Far Beyond Driven (1994)

All’epoca si giocava spesso sull’equivoco linguistico di Far Beyond Driven che, come potete immaginare per gente con spessore morale basso come i pirati di Monkey Island, portava i giovanotti ad intitolare il terzo disco dei Pantera: le bionde guidano lontano. La deficienza è una materia che dovrebbe essere studiata a scuola. Ma come potevi esimerti dal rinominare così il primo disco estremo (nell’accezione generale del termine) a trascinarsi alla posizione num. 1 di Billboard 200 senza neanche tentare di essere realmente piacevole? Era un’altra epoca, signori miei. Il mondo cercava disperatamente un successore ai Metallica, adagiatisi su un rock e ormai impegnati ad incassare i milioni, e a tutta la cricca del thrash che ormai stava faticando un po’ causa avvento del grunge e del trend del nu-metal. Certo, c’erano i Sepultura, non dimentichiamoli assolutamente, e stavano arrivando altre band a prenderne il posto o cercare di mettere la propria impronta nel mercato musicale. E i Pantera dell’epoca, dopo aver fatto il salto di classe fra Cowboys from Hell e Vulgar Display of Power, decisero di essere la band pesante per eccellenza. Basta tentazioni heavy metal e basta clean vocals (ridotte unicamente alla cover di Planet Caravan), dentro Far Beyond Driven c’è l’equivalente di un tizio steroidato che ti arriva addosso gridando come un ossesso. Ha il suo perchè ed è un disco che mi piace sempre, però in tutta onestà, non tutto Far Beyond Driven viaggia sotto la stessa ispirata stella polare. Come non si può tacere del fatto che il quartetto iniziale sia semplicemente una bomba, tutto testosterone, chuga-chuga compresso, Phil Anselmo incazzato col mondo e con sè stesso, la parte centrale ha alcuni bassi che non reggono le aspettative. Per essere più diretti, son canzoni che mi ritrovo ad ascoltare solo quando sono in vena del disco, non dei Pantera. Good Friends and a Bottle of Pills non raggiunge sinceramente uno standard elevatissimo, mentre il binomio Hard Lines Sunken Cheeks – 25 Years non può certo essere definito come hit della band. In mezzo ci sono la violenta Slaughtered, che usavo spesso per caricarmi prima di andare a giocare a calcio, e poi si arriva al quartetto finale. Riascoltate a 30 anni di distanza, forse qualcuno in meno, ma siamo là, si notano cose che prima avevo sottovalutato: Dimebag mette da parte lo stile chitarristico di FBD in maniera continuativa solo su Shedding Skin, la quale mostra un buon riffing “vecchio-nuovo” modello e che, pur non potendo competere con le tracce d’apertura, è comunque una buona spanna superiore ad altre canzoni di Far Beyond Driven. Il duo Use My Third Arm e Throes of Rejection sono buone chiusure, violente quanto basta e, pur nel loro non essere faciloni, hanno abbastanza groove e tiro da diventare senza problemi colonna sonora di bevute assassine.
A così tanti anni di distanza mi sembra strano pensare così di una band che, senza se e senza ma, ha contribuito a formare quello che sono, ma l’esperienza porta anche a questo. Far Beyond Driven è un buon disco, ma non un ottimo LP come molti vorrebbero inculcarti nella testa a forza. Sulla corta distanza ha dei pezzi killer, ma sulla lunga distanza il precedente Vulgar Display of Power aveva più continuità e, in termini di pura causticità, cattiveria e iconoclastia, gli preferisco il successivo The Great Southern Trendkill.
[Zeus]

Il Nome della Fossa. Michele Borgogni – Kebabbari vs Alieni (Autopubblicazione/2021-2023)

Alvaro è uno studente universitario non proprio costante, anzi per niente, trasandato e squattrinato, alla ricerca di un lavoro perché la famiglia gli ha tagliato i fondi. Trova un annuncio per apprendisti dal suo kebabbaro di fiducia, Ahmed, che lo assume in nero e sottopagato. Questa svolta in meglio nella sua vita coincide con la misteriosa sparizione di diverse persone e con l’arrivo nel suo appartamento di Mary, una gnocca stratosferica, che sembra non avere una casa a cui tornare. Per non parlare dell’immensa astronave a forma di carciofo che compare sopra la città.

Kebabbari vs Alieni di Michele Borgogni è un romanzo di fantascienza ricco di umorismo, citazioni della cultura pop, birra, panini unti e traboccanti, biancheria intima e musica (dal punk, al crust, dal death metal al black, dai Gazzosa agli Obituary, passando per gli Impaled Nazarene, la colonna sonora è un elemento costante di tutta l’avventura). Ma non è tutto qui. Profondamente dedito a Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, l’autore infarcisce la storia di trovate bizzarre ed esilaranti, di creature strambe e di situazioni assurde. Alvaro, Ahmed, ATA, Mary e Mei formano una squadra sgangherata e disomogenea come poche, ma sono l’ultima speranza per salvare il nostro pianeta.

L’edizione speciale del 2023, di cui sono orgoglioso possessore, con tanto di dedica ed autografo, ha dei contenuti aggiuntivi, come ogni specialediscion che si rispetti: un nuovo epilogo che in realtà… è il prologo del prossimo capitolo delle saga, Il Kebabbaro al Termine dell’Universo di prossima uscita! In più ci sono tre racconti di altrettanti autori ambientati nello stesso universo. Stefania Toniolo (di cui sentirete presto parlare con il suo nuovo romanzo in arrivo), Mirko Sgarbossa e Alessandra Mazzilli si sono prestati alla causa dei kebabbari, inoltre sono presenti le linee guide per il gioco di ruolo a cura di Iacopo Frigerio. Che volete di più?

[Lenny Verga]

Cannibal Corpse – The Wretched Spawn (2004)

A ripensarci adesso, The Wretched Spawn l’ho ascoltato con discreta continuità sulla strada per andare al lavoro. Bici e via per 20 minuti a tratta per arrivare sul posto di lavoro fresco come una rosa mentre i Cannibal Corpse davano giù di brutto battendo il ferro caldo e la testa morbida con Severe Head Stoning e gestendo bene le aspettative con la convincente Decency Defied. Webster e compagnia davano ritmo alla gamba, anche perchè su The Wretched Spawn il discorso accelerazioni era stato in gran parte accantonato, andando a mettere l’accento su un filo meno di inventiva e gestendo i 45 minuti mettendo in saccoccia qualche accelerazione e andando a marcare il territorio anche con diversi tempi medi-lenti e dritti come certe autostrade americane (title-track o Festering in the Crypt).
In linea di principio la cosa non era un’idea stupida, dopo aver messo a ferro e fuoco le mie orecchie con l’ottimo Bloodthirst del 1999 e inaugurato il nuovo millennio col “mediocre” (ma non in senso negativo, era proprio un disco nella media) Gore Obsessed, giocare sul sicuro poteva portare solo cose buone. E ci hanno visto giusto, visto che in fin dei conti l’album gira bene fra pezzi che sono ancora oggi freschi e piacevoli da ascoltare.
The Wretched Spawn non è forse un grande disco sulla lunga distanza, ci sono degli evidenti cali di ispirazione verso un generale “suono Cannibal Corpse”, cioè quelle canzoni che vanno bene per tutte le stagioni, riconoscibili e “godibili” ma non capolavori, ma ha ancora dentro alcune canzoni da tenere e presentare ai nipoti ansiosi di sapere cosa si ascoltava nel 2004. Al nono disco in studio non potevo certo aspettarmi una rivoluzione copernicana da una band che, da un paio di dischi a questa parte, ha evidententemente cercato una propria stabilità compositiva (riuscendoci pienamente), ma uno scatto d’orgoglio rispetto a Gore Obsessed sì. L’ho ricevuto a suo tempo? Sì. Sto risentendo lo stesso effetto frustata al collo anche adesso che son passati 20 anni dalla sua uscita? Certo, ha ancora quella capacità di
farmi muovere il capo, dare la pacca sulla coscia e smuovere il piede. O tirar due sberloni al volante, se proprio volete, visto che in questa landa campagnola in cui sono finito, la questione auto assume un valore a dir poco vitale.
Bloodthrist era un paio di gradini sopra, senza dubbio, ma The Wretched Spawn non mi ha mai deluso. Oggi come allora.
[Zeus]


Il suono dei conati di vomito. Nattefrost – Blood & Vomit (2004)

Ditemelo sinceramente, quanti dei circa 32.000 ascolti giornalieri che vengono riservati al profilo di Nattefrost su Spotify sono genuine volontà di ascoltare la sua musica e quanti semplici ascolti perchè è il tizio dei Carpathian Forest, qualunque cosa cacci fuori? Un disco come Blood & Vomit non può certo definirsi il capolavoro da sentire con i nipotini e, anzi, è proprio il genere di disco che ti proporrebbe strafottente il tredicenne in fissa con tutto quello che potrebbe far incazzare i genitori.
Horror, marciume, devianze e quant’altro nello spettro dei comportamenti estremi sono sempre stati il fango dove Nattefrost ha sguazzato felice e contento, tanto da trasportare i Carpathian Forest in direzioni che, all’inizio, nessuno avrebbe mai pensato. E non sto parlando in termini positivo, visto che Defending the Throne of Evil non è stato certo uno dei miei dischi preferiti. Fra il 2003, anno di uscita del suddetto disco, e il ritorno in sala d’incisione dei Carpathian Forest (sarà il 2006 con Fuck You All!!!!!!), la Season of Mist decide di far cassa investendo su uno dei suoi protetti e apre porte e portafoglio al primo disco solista di Nattefrost. Immagino si aspettassero molto di più da questo Blood & Vomit o, almeno, così voglio sperare… ma se gli hanno fatto registrare Terrorist (Nekronaut Pt. I) l’anno successivo, così scontenti non devono essere stati. Loro, ovvio (!), perchè noi che ci ascoltiamo questa accozzaglia di pezzi registrati con la mano sinistra, scritti a membro di segugio e apertamente messi su disco per prendere per il culo l’ascoltatore, non è che dobbiamo per forza festeggiare. Anzi, a me un po’ le palle mi si girano perchè ho talmente tanti dischi da recensire, che risentirmi certe cacatine di mosca non mi interessa poi troppo. Va bene l’attitudine punk e DIY, va bene il black grezzo, sporco e terra-terra (non pretendo da tutti un disco degli Emperor), ma in Blood & Vomit si esagera. Riff senza costrutto e banali sono le fondamenta di pezzi che non ti lasciano niente, se non un generico fastidio. La voce è quella, ma non è che getti il cuore oltre l’ostacolo e tutto è avvolto in un cumulo spesso non distinguibile. E questi sono gli aspetti positivi, quelli negativi sono il minuto e mezzo di rumore di vomito e sputi su The Art of Spiritual Purification (sono eccessivi per il 12enne, galvanizzanti per il 15enne in pieno tiro ormonale e sinceramente una rottura di cazzo per me) o la già esplicativa Nattefrost Takes a Piss. I bersaglieri in piena corsa con le trombette di Still Reaching for Hell sono anticipate da una sorta di inutilissima e penosa traccia “ambient/introduttiva/salcazzo” che è meglio perderla che trovarla. E via così, fra brani senza sugo e pochissime cose che forse, in un momento di sole e con un Gin in mano, potrei anche affermare essere vagamente più piacevoli di un calcio nei denti.
Non c’è ritorno di fiamma, né giudizio buonista per Blood & Vomit di Nattefrost. Il disco era, è e di certo rimarrà un cumulo di deiezioni che potete tranquillamente risparmiarvi.
[Zeus]