Ormai le uscite degli Inquisition sono delle sorprese, non vengono pubblicizzate o quasi, hanno zero hype, tempi di attesa ormai randomici visto che il precedente Black Mass for a Mass Grave è uscito ben quattro anni fa e, inoltre, i tour passano in sordina. Il pubblico metallaro ha la memoria lunga e anche TheMurderInn ha questa eccezionale comunanza con gli elefanti, quindi non posso (e non possiamo) chiudere gli occhi su quanto fatto da Dagon e la sua condanna. Certo, il musicista colombiano ha pagato il conto con la giustizia, in maniera tutto sommato lieve a quanto ho avuto modo di leggere in giro, ma la macchia non è evaporata ed è peggio del vestito della Lewinsky. Detto questo, veniamo a Veneration of Medieval Mysticism and Cosmological Violence e alle giuste/sbagliate (?) volontà di parlare della musica contenuta nel disco. Il nuovo LP della ditta Dagon – Incubus prosegue senza indugio alcuno sulla scia del precedente disco, lasciando ampio spazio alle tastiere, ma virando su un feeling diverso dai viaggioni mentali di dischi come Obscure Verse for the Multiverse. Dentro Veneration of Medieval Mysticism and Cosmological Violence c’è forse più misticismo terreno, più odore di muffe, riti sconsacrati e sangue rappreso. Non manca quella sensazione di gelo e desolazione che, degli Inquisition, è elemento fondamentale, ma l’inserimento in pianta stabile delle tastiere, di chitarre che aggiungono elementi heavy/epici (Crown of Light and Constellations o addirittura i sapori Sabbathiani annate Heaven & Hell – Mob Rules dello strumentale) e l’utilizzo di registri vocali diversi dal classico screaming atonale e anfibio (Secrets from the Wizard Forest of Forbidden Knowledge) ha modificato la rotta e il risultato finale della musica prodotta dal duo Dagon-Incubus. Il lavoro alla chitarra di Dagon è sempre sopraffino, capace di essere efficace sia nel “classico” riffing black metal, sia in momenti meno palla lunga e pedalare e dotati di a) complessità e stratificazione, b) elementi spuri del sound classico (ad es. Light of My Dark Essence) o c) di pesantezza e potenzialità da headbanging (il riff iniziale della title-track è semplicemente mostruoso). Tredici tracce potrebbero sembrare tante, mi son spaventato anche io prima di andare a guardarne la durata complessiva, ma Veneration of Medieval Mysticism and Cosmological Violence gira sui 45 minuti scarsi, quindi è la lunghezza giusta. Quello che mi ha trovato piacevolmente in sintonia è stata la sensazione di perdita che mi ha accompagnato durante l’ascolto. Mi spiego meglio, il nuovo disco degli Inquisition ha cambiato alcuni aspetti, aggiunto molto più che semplici scampoli di novità, ma ha mantenuto comunque la capacità di farmi perdere il senso del tempo e delle necessità terrene. Ero semplicemente dentro il disco e, in quest’epoca di ascolti fast food e pochezza generalizzata, è un dato da sottolineare e ricordare. [Zeus]
Sono stati una piacevole scoperta gli svedesi Mother Misery, che in realtà hanno pubblicato il primo album già nel 2004, e che arrivano al quinto con questo From Shadow to Ghost. Ci sono stati presentati come band hard rock/melodic metal ma giocano di continuo sul confine con sonorità più heavy, superandolo spesso e volentieri. Già dalla prima traccia, No Halo, il riffing è genuinamente metal e anche bello roccioso, mentre la parte più melodica emerge nel ritornello, caratteristica, tra l’altro, di certo metal svedese che nei Mother Misery ogni tanto fa la sua comparsa. Infatti nella successiva The Phoenix il suono si indurisce ulteriormente ricordandoci proprio quel tipo metal scandinavo.
Si continua sulla stessa scia con What Can I Say, mentre dalla quarta traccia è l’aspetto più hard rock e melodico ad emergere per qualche brano, ma mai in modo banale. Pezzi come Don’t Be the Broken e We Live, We Die si stampano immediatamente nel cervello, hanno melodie orecchiabili ma dimostrano un songwriting maturo. L’album continua poi ad alternare pezzi più pesanti ad altri più melodici, in modo coerente con ciò che abbiamo visto finora, fino alla sua conclusione. From Shadow to Ghost è un lavoro senza cedimenti, bilanciato nella forma (dieci pezzi per quarantacinque minuti di durata), coinvolgente da ascoltare. Se siete fan di band come Alter Bridge, Audrey Horne e di ciò che viaggia tra l’hard e l’heavy, se non conoscete già i Mother Misery, avete un nuovo nome da aggiungere alla lista.
Arrivano al debutto su LP, dopo un EP uscito qualche anno fa, gli ucraino-polacchi Three Eyes Of The Void, passati dall’essere una one man band per poi diventare una band dopo alcuni avvicendamenti. La copertina minimalista ma di grande effetto di The Atheist ci introduce in un viaggio filosofico che, prendendo spunto dalle opere di Friedrich Nietzsche, ci racconto del conflitto tra l’essere umano ed il concetto di divinità. Lo fa attraverso un black metal atmosferico che ma che non si concede troppo facilmente al primo ascolto. L’opener Behind the Stars inizierà anche con arpeggi melodici ma si trasforma presto in pezzo black glaciale e violento. Nei suoi quasi dieci minuti di durata percorre una vasta gamma di cambi d’umore, introducendo nuove linee melodiche e variazioni, quasi fosse prog.
La violenza continua incontrastata nella seguente Against the One, ma è dalla terza traccia Descent, che l’anima più atmosferica, con una tendenza al post black, fa la sua comparsa in maniera più preponderante. La musica si fa più introspettiva, più riflessiva (ci sono anche dei passaggi in clean vocals) pur mantenendo un’anima estrema e nera di fondo. Continua sulla stessa linea No More Light, mentre Delirium è una strumentale che rispecchia in pieno il proprio titolo, ipnotica e psichedelica. Conclude l’album la title track che riprende gli elementi più violenti di inizio album in una sorta di chiusura del cerchio. The Atheist è un album che richiede più ascolti per essere apprezzato in pieno ma che ripaga del tempo che gli si dedica.
Michael McDowell è stato uno scrittore e sceneggiatore americano, morto a soli 49 anni, noto a livello mondiale soprattutto per le sue collaborazioni con Tim Burton, ma meno, almeno fino a poco tempo fa, come autore di romanzi. Dopo essere stata riscoperta e pubblicata in Francia, la sua serie Blackwater (uno dei maggiori successi letterari del 2023 nel nostro paese) è arrivata anche in Italia grazie alla casa editrice Neri Pozza che, all’inizio di questo 2024, ci ha sorpreso con il recupero di Gli Aghi D’Oro.
Uscito originariamente nel 1980, quindi tre anni prima di Blackwater, Gli Aghi D’Oro è ambientato nella New York del 1882 e vede al centro della vicenda due famiglie. Da una parte ci sono gli Stallworth, famiglia altolocata di giudici, avvocati e reverendi che, cercando di emergere anche sul piano politico, decide di muovere guerra ai quartieri bassi della città per combattere la criminalità organizzata, la prostituzione, il gioco d’azzardo, la droga, ecc. Incrocerà la sua strada con gli Shanks, famiglia allargata di immigrati tedeschi che ha sempre vissuto di espedienti, navigando nell’illegalità ricettando merce rubata, praticando aborti, vendendo cadaveri trafugati agli studenti di medicina, tra le altre cose. Lo scontro tra le due famiglie sarà inevitabile e causerà non poco dolore, tra vendette, morti violente e raggiri.
La New York di McDowell emerge in tutti i suoi aspetti, puliti e sporchi, pubblici e privati; i quartieri, che siano di lusso o le peggiori fogne, vengono resi da dettagli vividi, vissuti dai personaggi, tutti ben caratterizzati, pieni di segreti e lati oscuri. Se proprio dobbiamo trovare un difetto, l’autore tende più a descrivere, a raccontare che a far filtrare la storia attraverso i suoi protagonisti, risultando talvolta distaccato da ciò che accade nella sua storia. Nonostante ciò, Gli Aghi D’Oro scorre a meraviglia e le sue 550 pagine volano in poche riprese, tanto la storia è coinvolgente e l’autore abile a trascinarci fino al devastante epilogo. Un po’ thriller, un po’ romanzo storico, un po’ dramma famigliare, questo romanzo è consigliato a chiunque.
La mia reticenza a recensire EP è dovuta principalmente al fatto che, soprattutto quando sono composti da soli tre o quattro brani, il giudizio finale, che sia negativo o positivo, si conclude sempre verso il vedere che cosa la band combinerà sul futuro LP, per poter avere un’idea più definitiva. Quindi, tanto vale dare spazio agli album completi, vista la quantità di roba che ci viene recapitata. Ci sono delle eccezioni a volte, e questo Nimue, che è anche l’esordio dei nord irlandesi Domhain, è una di queste. Che poi parlare di EP è anche riduttivo perché, nonostante i brani siano solo tre, il disco dura ben ventinove minuti, come Reign In Blood. Lo so che uso spesso questo termine di paragone, ma per me Reign In Blood è diventato un’unità di misura, un po’ come L’Esorciccio per Synergo o le giraffe e le balene per gli americani (a loro va bene qualsiasi cosa, basta che non sia il sistema metrico decimale). Ma sto divagando.
Questo Nimue, fin dalla copertina, ci trasporta in regni e tempi pagani e, musicalmente, lo fa attraverso quello che potete chiamare post-black, blackgaze, o come vi pare. Fatto sta che in sole tre canzoni la band mette in gioco un sacco di elementi e lo fa ottimamente, lasciando a fine ascolto un senso di completezza. Ci sono una ricerca melodica notevole, un riffing di supporto granitico, stratificazioni sonore ed ogni brano presenta le sue particolarità, che siano gli splendidi cori, le linee di basso in evidenza, gli inserti di violoncello di The Mourning Star, la furia black, le linee melodiche e il magnifico assolo di chitarra posto in chiusura di Silent Frequency, i tempi dilatati, le melodie malinconiche e decadenti, gli archi e le note di pianoforte, i contrasti di A Pile Of Stones Upon Her Grave. A cui aggiungere sempre un utilizzo molto vario delle voci.
Sono bastati tre brani ai Domhain per convincermi della capacità compositiva ed esecutiva di cui sono in possesso, non c’è bisogno di aspettare un futuro LP perché Nimue vive di vita propria. Se il genere è nelle vostre corde, questo album è da ascoltare assolutamente. Quando si parla di post-black e blackgaze i primi nomi che mi vengono in mente sono gli Alcest e i Solstafir, ma anche chi apprezza quel mix di doom, gothic e death sulla scia dei My Dying Bride, per citare un nome, potrà apprezzare abbondantemente. A me poi hanno anche ricordato i Solefald. Gli spunti ce li avete, rimane solo da far partire la musica, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare.
Vi ricordate l’uscita di The Arrival degli Hypocrisy? Correva l’anno 2004 e il mondo sembrava molto fresco a pieno di vita. Soprattutto per tutti i fan degli Hypocrisy che erano appena riusciti a digerire Catch 22, una peperonata di prima mattina in salsa musicale. Io sono riuscito solo nel 2022 a tirare un sospiro di sollievo da quella pesantezza e rivalutare il disco con orecchie più mature, pur vedendone il brutto e non lasciandomi trascinare dai ricordi e dal tempo passato. L’arrivo di un nuovo disco di Tägtgren doveva riportare la navicella Hypocrisy su rotte ben più convincenti del CD precedente. Tematica aliena check. Copertina con omini verdi check. Il singolo acchiappone (Eraser) check. Il ritorno a sonorità finalmente legate al death metal sponda melodica, check. Tutto questo avrebbe dovuto allineare i pianeti per un suono che finalmente avrebbe lavato le colpe del 2002. A vent’anni di distanza sappiamo che non è andata così e il problema è che gli Hypocrisy non sono fatti per rispondere bene alle attese, soprattutto tenendo conto dell’incostanza naturale che li tritura il songwriting e che non li permetterà mai più di replicare i fasti delle epoche che furono (The Fourth Dimension, Abducted, The Final Chapter…). E questo sapendo che nel futuro riusciranno addirittura a produrre anche LP che hanno buone intenzioni e buone conclusioni. Il problema di The Arrival del 2004 è che è un disco che ritorna sulla propria strada, che ti sbatte in faccia il death metal melodico e tutte le cose giuste che dovrebbero avere i dischi degli Hypocrisy, ma senza metterci troppo cuore. O, se proprio volete, mettendoci forse il cuore, ma non andando in profondità, non costruendo le canzoni su fondamenta solide e rendendole bulletproof. Ci sono i chorus pompatissimi, anzi sembra che molto sia stato scritto in funzione del coro, e la produzione è di nuovo chiara e potente come dovrebbe essere, ma dietro tutto si respira una sorta di fragile vacuità. Una colosso d’acciaio dai piedi di balsa. Un peccato perchè ci sono picchi più heavy, ma non spingono realmente il piede sull’acceleratore e non arrivano a pompare le vene del collo, limitandosi a spezzare un po’ l’andamento melo-death di Gothenburg che aleggia su tutto The Arrival. Mentre fuori il meteo sta producendo una sorta di anticipo di primavera (scrivo ad inizio febbraio), mi sto riascoltando tutto The Arrival per cercare di rientrare mentalmente a quando avevo 20 anni in meno sul groppone. Provo a scapocciare, ignorando il dolore alla cervicale e le nottate insonni di questi ultimi giorni, e provo a sentire il disco con l’entusiasmo del poco più che ventenne e con la maggiore esperienza del quarantenne (avanzato). The Arrival parte bene, con molti brani strutturati per piacere e rimanere nella testa (Still Born puzza di Pain, anche se non saprei bene dire perchè…), ma senza avere il pezzo realmente killer, per quanto il singolo sia piacevole da sentire e non mi stufa. Il problema è che il giochetto si rompe abbastanza presto e si nota a pelle il calo progressivo dell’ispirazione della band. Una Born Dead Buried Alive o la coppia centrale Slave to the Parasites e New World, pur avendo i loro evidenti difetti, giocano in un campionato diverso da una Dead Sky Dawning, canzone che anticipa un duetto di brani deludenti: Departure è una ballad che impallidisce al solo pensiero di essere messa in confronto con quanto prodotto nei dischi passati e War Within poteva anche non essere inserita e nessuno avrebbe protestato. Se da un lato mi ha fatto piacere che Peter sia ritornato in sè (e al melo-death) e abbia lasciato certe sperimentazioni da brivido nel recente passato, l’ascolto di The Arrival mi ha sempre lasciato un retrogusto amarognolo perchè è un disco che non mantiene le promesse. Inizia facendoti l’occhiolino come la peggiore adescatrice, ma poi non riesce a performare come ti aspetti e questo, signori e signore, è un peccato mortale per un CD che avrebbe, sulla carta, molte carte valide per poter essere un vero disco del ritorno. [Zeus]
Avete presente quando c’è un compleanno importante che si tende a presentare tutta la storia del personaggio in questione per poi fargli gli auguri e guardare al futuro? Ecco, non è questo il caso, perchè parlare di Burn dei Deep Purple a 50 anni dalla sua uscita è sconsigliabile ad ogni sano di mente. E anche se io non sono proprio la stella più brillante della torta, non mi metto certo a mettere il culo nelle pedate. Però è interessante vedere che nel febbraio del 1974 il mondo era tutto sommato abbastanza tranquillo, se non teniamo conto i problemi di Nixon con il Senato per il caso Watergate, un po’ di iniziative nel mondo arabo e, soprattutto, l’esordio di una delle serie culto delle mattinate: Happy Days. Quanti di voi, da una certa annata indietro, hanno approffitato delle mattinate a casa malato per guardarsi una scarica di serie Tv fra cui ovviamente anche le repliche delle repliche di Happy Days? Io non so quante volte ho visto Fonzie, Richard e tutta la compagnia festante. Sono un ricordo indelebile. Un po’ come lo è Burn dei Deep Purple, e sto parlando della canzone in questo caso. Un inizio così è difficile da riscontrare al giorno d’oggi, ce ne sono di brani forti, ma una Burn ha le stigmati della canzone epocale. Nella discografia della band inglese non penso ci sia una canzone d’apertura che possa tenerle testa, per gusto personale potrei dire che forse la sola Highway Star riesce nel compito di non sfigurare ed essere l’eccezione che conferma la regola. Non sono mai stato un fan ardente dei Deep Purple, ne riconosco l’importanza vitale nella musica, ma il mio cuore ha sempre battuto per i quattro di Birmingham. E questo anche se Iommi & Co. non erano, musicalmente, all’altezza delle vette di Blackmore, Lord e compagnia. Il duo Coverdale – Hughes vince il confronto vocale con Ozzy ogni giorno e in quanto ad abilità come chitarrista c’è di che discutere fra la chitarra ad impostazione classica di Blackmore e i riff heavy di Iommi. Se la giocano realmente alla pari, ma Blackmore ha una tecnica incredibile. E poi, Cristo, c’è John Lord. E Paice vogliamo dimenticarlo? Se poi tenete conto che nel 1974 i Deep Purple avevano anche appena fatto fuori un duo come Ian Gillan – Roger Glover, non proprio due scappati di casa, avendo il coraggio di sostituirli con due sconosciuti, capite che razza di rischio e che vincita per Blackmore. Ma sapete anche voi che il rapporto fra Gillan e Blackmore non è mai stato fra i più rilassati, concentrati com’erano a fare un gara a chi ce l’avesse più lungo. E Blackmore, fino ad un certo punto, ha vinto a mani basse. Questo ovviamente prima di essere semplicemente messo alla porta e sostituito senza nessun rimpianto con Steve Morse. Il chitarrista ex-Kansas e Dixie Dregs era decisamente più tranquillo del turbolento neropece-crinito chitarrista inglese. Vagli a dare torto ai Deep Purple, a leggere la biografia non autorizzata di Ritchie Blackmore, ti viene solo da esclamare che il tizio era uno stronzo. Geniale, ma uno stronzo. Cosa che comunque pensi anche a leggere le dichiarazioni di Gillan, solo che l’epiteto lo rivolgi all’attuale cantante dei Deep Purple, anch’egli un concentrato di ego sotto pressione spinta. Burn è un disco che ti fa mette in mostra il futuro virato al funky-boogie degli inglesi (la vera svolta arriverà con Stormbringer), ma rimanendo abbastanza blues-hard rock da non tirare due schiaffi troppo forti ai fan. Io ve lo chiedo, sapendo già la risposta: come fai a non innamorarti di questa svolta una volta sentita? Il carico d’adrenalina forse è stato diminuito (anche se la sola title-track è un cosa tipo speed), non ci saranno le badilate hard rock di In Rock o di Fireball, o anche un riff come quello di Smoke on the Water, ma Burn ha i coglioni fumanti e lo dimostra senza neanche arrossire nel corso di tutti i 42 minuti abbondanti di durata. Funk, boogie, blues, manciate di rock, arrangiamenti sopraffini e tutta la crema possibile: ecco una descrizione papabile di Burn. E poi vogliamo parlare di una Mistreated? Che parte a bollore leggero, mettendoti sulle spalle un plaid caldo caldo di blues che pian piano ti scalda le vene, le ossa e fa aumentare il pulsare del cuore. Io lo so, e tu che leggi anche, che quel sobbollire non è che un’anticipazione di quello che verrà, del vero caldo che poi salirà dai lombi in su. Un pezzo semplicemente eccezionale che si va ad inserire di prepotenza nelle grandi ballad blues dei seventies. Se non vi è ancora venuta la voglia di rimettere su Burn ed ascoltarvelo al volume che gli è naturale, e quindi alto!, avete un bidone dell’immondizia al posto del cuore. [Zeus]
C’è poco da fare, sto diventando un vecchio. The Works compie 40 anni e io ne parlo su TheMurderInn. Ma in fin dei conti perchè no? Perchè non celebrare anche questo disco della Regina? Forse perchè è il primo disco a riprendere un po’ le redini di un sound che Freddie Mercury stava trasportando in luoghi musicali non sempre appetibili per il sottoscritto. Non posso dirmi un fan accanito dei Queen, ma è una band che mi porto nel retro della testa visto che la ascoltavo alle elementari. Oh, erano anni di scoperta musicale e i Queen erano papabili e facilmente reperibili. Dicevo che The Works è un disco che finalmente puzza di sudore (finalmente ritorna in superficie l’hard rock, lasciato in cantina in dischi come Hot Space) pur essendo un classico disco eighties dei Queen. La parte bella è che ritorna ad esserci una tracklist abbastanza forte e con diversi singoli da tenere nelle compilation. Vi sfido ad avere una canzone di Hot Space o di Flash Gordon nelle vostre liste di Spotify o similia, ma una Radio Ga Ga (più di 500 milioni di riproduzioni su Spotify), una Hammer to Fall o una I Want to Break Free (più di 250 mil. di ascolti) sono ospiti di lusso. Ovvio, The Works non è un gratest hits e alterna momenti molto forti/conosciuti, con altri più oscuri o forse meno apprezzati (anche da me, sia chiaro). Per una Man On The Prowl (rockabilly divertente) o una classica It’s a Hard Life (tipico brano alla Freddie Mercury, che suona già come pezzi che arriveranno negli anni successivi), ci sono una Machines o una Keep Passing the Open Window…che non mi ricordavo e non me le segnerò come tracce da recuperare ad ogni costo. Adesso dovrei tessere le lodi dei soli pezzi più hard rock (scritti da May) e sputare sulle ruffianate come Radio Ga Ga, soprattutto tenendo conto che I Want It All, è uno di quei brani che hanno contribuito a formare il mio gusto per i watt. Il fatto è che non ci riesco, forse una sorta di guilty pleasure, una sorta di ritorno alla giovinezza, ma Radio Ga Ga me la ascolto anche a quasi 40 anni di distanza senza troppo imbarazzo. E non sono un die-hard fan come dicevo, solo che conosco la potenza di un brano in cui il ritmo funziona e la linea vocale rimane nelle orecchie: pop anni ’80, leccaculo e funzionante. Descrizione tranciante, ma è così. Ma non gliene faccio una colpa ai quattro inglesi, nel 1984 dovevano ritrovare un po’ di certezze post-Hot Space. Avevano appena fatto uscire un paio di dischi debolucci, indispettendo i fan che li conoscevano più ruspanti (ed ecco ritornare in The Works i pezzi a firma May – e quindi l’hard rock), ma nello stesso non potevano certo permettersi di perdere il novello pubblico acquisito negli eighties. E poi i Queen erano quattro personalità molto differenti che univano gusti molto diversi che convivevano in un possente Frankenstein musicale, riuscire ad accontentare ognuno di loro era operazione difficile, se non impossibile. Ecco perchè i dischi migliori dei Queen sono quelli più equilibrati, quelli dove tutti riescono ad emergere con le proprie peculiarità: il funk di Deacon, il rock di May, l’elettronica e l’opera di Mercury e la poliedricità di Taylor. Non ascoltavo The Works per intero da una vita e mezza, lo ammetto, però funziona. Il disco è in larga parte giocato sul sicuro ma ha idee da classifica e le mette in mostra senza troppe remore, lasciando al resto il compito di portar acqua al minutaggio e completare i 37 minuti abbondanti di durata. [Zeus]
In questo periodo sto recuperando alla grande tutto quello che mi era scappato nel corso del 2023. Non dico che riuscirò a recensire l’opera omnia metallica uscita l’anno scorso, ma almeno cerco di portarmi a pari con le cose che mi ero almeno riproposto di recensire. Nel grande calderone delle band rimaste indietro per motivi non ben specificati, ci sono gli australiani Artanor (parlo al plurale anche se è una one-man band) e i Taake (stesso discorso di cui sopra). A parte l’evidente somiglianza di gestione del lavoro, dove c’è un padre-padrone che batte il tamburo delle uscite (stakanovisti i Taake, decisamente meno gli Artanor), in qualche modo le due band, in questo 2023, hanno un qualcosa che le accomuna e, al tempo stesso, un’infinità che le differenzia. Cerco di rendere il concetto più chiaro, se riesco, nel corso di questa recensione doppia. L’attività degli Artanor non si può certo dire vivace. Fondati nel 2007, esordio nel 2009 in uno split con i Bereavement (ormai defunti) e poi il Grande Silenzio fino ad oggi. Quindi niente di niente sotto il sole australe, fino al qui presente In Servitude of Darkness.
Classificati come black metal da Metal Archives, potrebbero rappresentare un’effettiva delusione per chi si approcciasse alla band sperando di sentire risuonare le fiamme dell’inferno e tutto il croccantissimo contorno che la musica preferita dal demonio si porta appresso. Menelyagor, a.k.a. Mr. Artanor, non si limita a suonare black metal, peraltro decisamente nella parte melodica dello spettro, ma inserisce nell’impasto tutta una serie di generi che rendono gli Artanor particolari. Particolari è la parola giusta perchè all’orecchio arrivano sentori di heavy metal, death, thrash e, se si ha buon gusto, si annusa anche un po’ di Norvegia anni ’90. Una lista ampia che non può che spaventare chi, del black, vuole il rigore assoluto, cosa non presente negli Artanor. Dentro In Servitude of Darkness ci sono i mid-tempo, le cavalcate e anche alcuni attimi di reale possanza si spartiscono le luci della ribalta. Questo per dire che se siete nella schiera di chi vuole la cervicale rotta, se volete saltare in casa e disturbare i vicini e/o il Prete potete farlo. Interessante la voce, non il classico screaming torcitonsille ma un più caratteristico mezzo growl rauco. Per il resto c’è poco da dire. In Servitude of Darkness è indubbiamente un buon disco, ha il suo fascino e una discreta semplicità nell’ascolto a ripetizione, ma ad onor del vero non mi ha scaldato troppo l’animo. Lo riascolterò, mi godrò il momento e, se qualcuno dovesse venire a chiedermi un parere sulla musica di Menelyagor, non mi tirerò indietro dal consigliarlo. Però non sarebbe mai entrato in una potenziale classifica di fine anno, nel 2023 son usciti veramente degli album bomba.
Discorso simile e diverso al tempo stesso per i norvegesi. Il buon Hoest, dopo un periodo di attività frenetica con millemila fra EP e split, ha ripreso in mano il discorso Taake sul formato long play. Ed erano 6 anni che non succedeva, Kong Winter è datato 2017: sembra una vita fa con tutte ste merdate del Covid, vero? Ecco perchè l’attesa per Et hav av avstand (A Sea of Distance) era grande. è l’album del ritorno, ma è un disco che dimostra come il mainman norvegese sia ormai una scheggia impazzita in termini di composizione. Nessuno sano di mente può mettersi a criticare i primi dischi dei Taake, il seguito va a gusti. Kong Winter, per esempio, non lo riascolto mai visto che mi ha sempre annoiato un po’. E questo Et hav av avstand invece?
Et hav av avstand riesce a far meglio del suo predecessore. Però è un disco di sottrazioni, pur finendo inevitabilmente di essere un prodotto Taake al 100% . Il nuovo LP non è un semplice disco di black metal norvegese, solo che i riff e le struttuture rock, punk, dark rock, death rock e via dicendo vengono reinterpretate in ottica black metal. Et hav av avstand non è un disco di atmospheric black metal, per quanto ce ne sia l’attitudine. E il discorso, sinceramente, potrebbe andare avanti ancora un po’, visto che non c’è parte del nuovo CD che si possa dire rigorosa, ma è sempre Taake. Le canzoni rimangono schizofreniche, ma già nel passato Hoest ci aveva abituato a brani non lineari e Et hav av avstand non ne fa difetto. Il problema principale è forse riscontrabile in due elementi: a) la coesione dei pezzi che Hoest va ad unire in maniera forsennata; b) la continuità dell’ispirazione. Spesso i salti fra una parte e l’altra sono stordenti, tanto da non permettere di seguire realmente il flusso della musica e/o capire dove finisce un brano o ne inizia un secondo, me è una caratteristica che è radicata profondamente in quest’ultimo LP dei norvegesi. Approcciarsi cercando una linearità o il classico concetto di forma canzone è tempo perso e vi porterà nei territori della frustrazione; se invece arrivate ad ascoltarlo sapendo che spesso Et hav av avstand devia e sterza senza preavviso, allora potreste trovarvi a proprio agio. Non sempre quanto scritto e suonato da Hoest regge per tutta la durata del tempo che la suona: alcune buone idee vengono abusate e lo stesso dicasi per le idee più deboli (ah, la democrazia) e delle linee melodiche o dei riff glaciali arrivano al punto dell’indigestione prima di variare e cambiare registro. Et hav av avstand è il classico disco che ha bisogno di tempo e di essere ascoltato con calma e silenzio. La superficialità è il principale nemico di questo LP, che è difficile di suo e non fa niente per fare l’occhiolino al pubblico. Un passo avanti rispetto a Kong Winter, pur senza essere un capolavoro e portandosi appresso diversi dubbi compositivi, finalmente mi son trovato davanti un disco che mi farà piacere ascoltare anche in un futuro prossimo. [Zeus]
Sono passati 20 anni sia dall’uscita di questo disco che da quando Dimebag Darrell ha lasciato questo schifo di mondo. Da vecchio fan dei Pantera, parlarne è pur sempre un colpo al cuore, sia della morte di Dimebag, sia di quello che stava producendo nel suo ultimo (sfortunato e non preventivato) anno di vita. La vita fa schifo, signori miei, ma veramente molto. Cosa succedeva in quegli anni negli accampamenti degli ex Pantera? Quello che stava producendo Phil Anselmo (e, in parte, il suo sgherro Rex Brown) era sotto gli occhi di tutti, fra Superjoint Ritual e Down c’era di che leccarsi le dita. Ma i fratelli Abbott? Silenzio. Almeno finchè non è uscita la notizia che, stufi di aspettare le bizze dello stonato cantante (nel senso chimico, anche se ormai Anselmo si stava gettando senza riserve nel grande mondo degli svociati), stavano mettendo su una nuova band: i Damageplan. Voi non potete sapere quanto mi ha fatto piacere questa notizia, se lo meritava il buon Dimebag. Anche se Reinventing the Steel era una mezza ciofeca, i fratelli Abbott meritavano di rimettersi in pista e non aspettare qualcosa che non sarebbe mai venuto – almeno fino alla loro morte. All’epoca ero così accecato dalla voglia di sentire nuovi riff, nuovo groove, proveniente dalla sei corde di Dimebag, che mi sarei fatto piacere tutto. Ma veramente tutto. Il problema è che mi son trovato a recensirlo e, messo da parte il cuor di panna a rivedere il pizzetto rosso sulla copertina del disco, ho dovuto realmente ascoltarlo. E le lacrime son scese realmente, ma non per la qualità di New Found Power, il primo e ultimo LP della band. Uscito fuori tempo massimo dal periodo di gande visibilità del Nu Metal, New Found Power sembra cercare di essere qualcosa di giovanile e modaiolo, un po’ l’operazione malefica e orrenda tirata fuori poco prima dai Metallica e sbaglia completamente mira. Nel 2004 il Nu Metal era praticamente morto e cercare di riesumare il cadavere di un genere che ha avuto una vita brevissima non è stato un vero colpo di genio, soprattutto se quello che ti portavi appresso erano riff di terza scelta. E qua casca l’asino, come si diceva dalle mie parti: Dimebag sembra aver perso completamente la scintilla creativa per scrivere parti di chitarra realmente accattivanti. I primi sentori di una crisi si erano già respirati su Reinventing the Steel, ma messo il cerone di un supposto “riappropriarsi delle proprie radici, di far sentire che sono ancora i Pantera i veri paladini del groove metali”, all’epoca mi son quasi (auto-)convinto che era una scelta calibrata da un motivo ben specifico… balle. Era una semplice mancanza di idee, nascoste dal marchio Pantera, dai proclami e l’attitudine cazzo duro. Con i Damageplan riduce ancora di più l’appeal del suo riffing, dei suoi soli, e quello che mi son ritrovato davanti era cosa? Un lunghissimo LP di 14 brani (supera di pochissimo i 60 minuti) e tantissimo vuoto dentro. L’involuzione però non sclerotizza solo le dita di Dimebag, ma sembra prendersi il centro del palcoscenico e tarpa le ali a Vinnie Paul, anch’egli ombra di sé stesso su New Found Power, a Lachman (ex chitarrista dell’Halford solista) e Bobzilla. Questi ultimi vengono semplicemente triturati dalle aspettative dei fan: il secondo fa il compitino, mentre Lachman è costretto a imitare a più riprese Phil Anselmo (es. Breathing New Life) e lasciato ben poche volte libero di essere sé stesso. Ovvio, i fratelli Abbott non hanno mai digerito l’esplosione in mille pezzi del loro personale giocattolo e, mettendosi in gioco da zero dopo 20 anni di carriera nei Pantera, la paura deve averli paralizzato le gambe e quindi ecco i tentativi di mascherare il nuovo progetto con le vestigia dei vecchi Pantera. Un modo di dire: siamo ancora noi, guardate quanto siamo simili ai Pantera, ma molto più groovy e giovani e ficcanti. Sfortunatamente l’avranno pensato solo loro, perchè New Found Power è un lavoro molto debole, che senza la presenza di due membri di una delle band più influenti degli anni ’90, non avrebbe mai avuto l’esposizione che invece si è ritrovato a godere (nonché un contratto con la Elektra Records). Non voglio neanche parlare delle singole tracce o di altro, visto che le comparsate di Corey Taylor e Zakk Wylde sono tutt’altro che memorabili. Quello che rimane è il testamento di un musicista di estremo talento. New Found Power non trasmette tutta la bravura dietro la sei corde (o solo in brevissimi, fugaci, lampi), non ha niente che possa essere usato come scusa per essere ricordato, se non il fatto che è l’ultimo album che vede Dimebag farci sognare. Poi una pallottola ce l’ha portato via in maniera brutale. Come dicevo, il mondo fa schifo, molto. [Zeus]
*English translation by Lex*
It’s been 20 years both since the release of this album and since Dimebag Darrell left this rotten world. As an old fan of Pantera, talking about it is still a blow to the heart, both for Dimebag’s death and for what he was producing in his last (unfortunate and unexpected) year of life. Life sucks, my friends, but really a lot. What was happening in those years in the ex-Pantera camps? What Phil Anselmo (and, in part, his henchman Rex Brown) was producing was under everyone’s eyes, between Superjoint Ritual and Down there was enough to lick your fingers. But the Abbott brothers? Silence. At least until the news came out that, tired of waiting for the whims of the out-of-tune singer (in the chemical sense, even if by now Anselmo was throwing himself without reserve into the great world of the hoarse), they were setting up a new band: the Damageplan. You can’t know how much I liked this news, Dimebag deserved it. Even if Reinventing the Steel was a half a mess, the Abbott brothers deserved to get back on track and not wait for something that would never have come – at least until their death. At the time I was so blinded by the desire to hear new riffs, new groove, coming from Dimebag’s six strings, that I would have liked everything. But really everything. The problem is that I found myself reviewing it and, putting aside the whipped cream heart to see the red goatee on the album cover, I really had to listen to it. And the tears really fell, but not for the quality of New Found Power, the band’s first and only LP. Released out of sync with the period of high visibility of Nu Metal, New Found Power seems to be trying to be something youthful and fashionable, a bit like the evil and horrendous operation pulled off shortly before by Metallica, and it completely misses the mark. In 2004, Nu Metal was practically dead and trying to resurrect the corpse of a genre that had a very short life was not a real stroke of genius, especially if what you were bringing with you were third-choice riffs. And here’s where the donkey falls, as they used to say in my country: Dimebag seems to have completely lost the creative spark to write really appealing guitar parts. The first signs of a crisis had already been breathed in on Reinventing the Steel, but having put on the wax of a supposed “reclaiming of our roots, to make it feel that we are still the Pantera, the true champions of the metal groove“, at the time I almost (self-)convinced myself that it was a choice calibrated by a very specific reason… nonsense. It was a simple lack of ideas, hidden by the Pantera brand, by the proclamations and the hard dick attitude. With the Damageplan he further reduces the appeal of his riffing, of his solos, and what did I find myself in front of? A very long LP of 14 tracks (just over 60 minutes) and a lot of emptiness inside. However, the involution doesn’t just sclerotize Dimebag’s fingers, but seems to take center stage and clip the wings of Vinnie Paul, also a shadow of himself on New Found Power, Lachman (former guitarist of the solo Halford) and Bobzilla. These last two are simply crushed by fans’ expectations: the second one does his duty, while Lachman is forced to imitate Phil Anselmo over and over again (Breathing New Life) and left very few times free to be himself. Obviously, the Abbott brothers never digested the explosion into a thousand pieces of their personal toy and, putting themselves on the line from scratch after 20 years of career in Pantera, fear must have paralyzed their legs and so here are the attempts to mask the new project with the vestiges of the old Pantera. A way of saying: we are still us, look how similar we are to Pantera, but much more groovy and young and sharp. Unfortunately, they must have been the only ones to think so, because New Found Power is a very weak work, that without the presence of two members of one of the most influential bands of the ’90s, would never have had the exposure that instead it found itself enjoying (as well as a contract with Elektra Records). I don’t even want to talk about the individual tracks or anything else, since the appearances by Corey Taylor and Zakk Wylde are anything but memorable. What remains is the testament of an extremely talented musician. New Found Power does not transmit all the skill behind the six strings (or only in very brief, fleeting flashes), it has nothing that can be used as an excuse to be remembered, except for the fact that it is the last album that sees Dimebag make us dream. Then a bullet took him away in a brutal way. As I was saying, the world sucks, a lot. [Zeus]