Hell Theater – S’Accabadora (2022)

Il secondo album per i metallers tricolori Hell Theater (più precisamente provengono da Treviso) è un ricco concept incentrato sulla figura di S’Accabadora. Chi è S’Accabadora? Ce lo spiega la band direttamente nelle note biografiche che accompagnano questo lavoro: “S’Accabadora è una donna realmente esistita nel passato e forse ancora esistente in zone molto rurali, alla quale venivano attribuite doti magiche, una sorta di strega vestita di Nero. Il suo ruolo era quello di porre fine alle sofferenze degli anziani moribondi e malati terminali, per pietà, su richiesta dei parenti, colpendo la nuca con uno speciale martello “Mazzolu”.. A volte però i parenti per amor suo ingannavano l’Accabadora e allora lei scatenava le sue maledizioni”.

Musicalmente il disco è qualcosa di realmente disturbante e al tempo stesso grandioso. L’album si ciba del miglior heavy metal classico e thrash degli anni Ottanta e ci fa scendere nei meandri di questa opera che unisce occulto, romanticismo e violenza. Le canzoni del disco sono spesso malefiche, delle stoccate metal veloci e tecniche nell’esecuzione, ma sono anche molti i momenti più epici e che emanano un alone di morte (Church of Saint Anthony, Pt. 1). Di contro, se vogliamo proprio vedere il lato più “tirato” di questo album, basta andare alla traccia successiva a questa sopra elencata, ovvero a Church of Saint Anthony, Pt. 2 per renderci conto di quanto la band possa essere incisiva quando decide di calcare il piede sull’acceleratore.

A mio avviso questo è un album quasi perfetto, dove la band ha fatto un lavoro enorme per rendere omaggio ad un concept oscuro e intrigante. La musica non viene mai meno al compito di far vivere all’ascoltatore momenti di terrore e oscura ferocia e fino alla fine la band mantiene l’ascoltatore incollato allo stereo, e lo dimostra una delle ultime tracce in scaletta, davvero convincente e che risponde al titolo di Morte Be Thy Name. Se amate il metal intinto nell’horror, l’occulto e band che non si limitano solo a suonare, ma che in un certo senso sono capaci ad inscenare un’opera a tutto tondo, fate vostro questo album.

[American Beauty]

Maȟpíya Lúta – Wóohitike (2022)

Sono arrivato ai Maȟpíya Lúta grazie ad una recensione del sito AngryMetalGuy. Lo dico subito, che poi pensate che passo tutto il giorno su Spotify. Lo faccio quando riesco e quando figlio, lavoro eccetera me lo permettono, ma in queste settimane niente. Devo buttarmi su cose consigliate da altri. Il progetto, all’esordio con Wóohitike, non poteva non entrare in loop visto che la scena americana, di stampo nativo americano, è attualmente di moda qua su TMI. Ascolto ripetutamente, riff ce ne sono e spaziano dal raw black metal ad una sorta di black-doom di stampo Sabbathiano, fino ad arrivare ad elementi folk-ish e ad un riff che sa di orgia black-stoner. Voce torturata, in pieno screaming brucia-tonsille, e una logica sporcizia sonora, ma comunque non tanto da rendere il suono una poltiglia inascoltabile. Fin qua tutto bene. Poi per la recensione ho incominciato ad informarmi di più su chi sono (non si sa), da dove vengono (idem) e tutto il resto. Vista la connessione ai pellerossa, ho lasciato correre più tempo del previsto prima del background e solo dopo ho notato che i Maȟpíya Lúta pubblicano per la ASRAR, etichetta italiana che ha nel roster più di una band NSBM e RAC. L’essere pubblicati dall’etichetta non significa immediatamente una connessione con il NSBM, ma di certo non gioca a favore della band americana e il sospetto di una comunanza d’intenti è abbastanza logico. A parte che mi chiedo che senso faccia collegare i nativi americani con il NSBM, cosa che a quanto sembra sta prendendo piede sul suolo americano e che puzza di risposta USA ai vichinghi europei, si può discutere se la proposta musicale, in sé, si possa scollegare dallla parte lirica – che comunque non si capisce e/o reperisce. Discorso spinoso e di difficile risoluzione. Musicalmente i Maȟpíya Lúta hanno un loro senso e diversi spunti contenuti sull’EP sono di buona fattura, ma sapendo che sono collegati esplicitamente ad una certa etichetta, seppur non avendo (ancora) fatto outing politico (correggetemi se trovate qualcosa), riuscite a sentirli oggettivamente? A voi la risposta. Qua a TMI non supportiamo né l’etichetta né l’ideologia, ma vi lasciamo liberi di ascoltare se ci tenete; ma almeno siete informati su quello che state ascoltando [Zeus]

Kaledon – Legend Of The Forgotten Reign – Chapter VII: Evil Awakens (2022)

Non so quante volte ho ricominciato questa recensione, che arriva con estremo ritardo rispetto all’uscita dell’album in questione. Il motivo è presto detto: non sono mai stato un grande fan dei Kaledon. Niente di personale contro la band, è più una motivazione legata al genere di appartenenza che, nel periodo di massimo splendore, mi portò alla saturazione dopo anni passati ad apprezzarlo. Senza contare che nei primi 2000 in campo power e symphonic metal la concorrenza era spietata e c’era decisamente di meglio in giro.

Fatto sta che alla fine del 2022, dopo che ormai avevo perso di vista la band già da un po’, mi capita tra le mani il nuovo Chapter VII: Evil Awakens da recensire. Al primo ascolto rimango stupito da quanto esce dalle casse e mi chiedo se la mia volontaria astinenza quasi totale dal power sinfonico mi abbia ammorbidito, ma dopo qualche replay i dubbi si sono dissipati: mi trovo davanti un ottimo lavoro e una band matura sotto ogni aspetto, che ha fatto passi da gigante.

La prima cosa che mi ha colpito è stato il suono pesante delle chitarre e il loro macinare riff, ma riff “veri”, che funzionano da soli, non una semplice base per orchestrazioni e tastiere, un sound che a volte sa quasi più di classico e roccioso heavy che del solito, canonico power, in alcune occasioni arrivando anche a giocare sui confini del thrash, soluzioni che mi hanno riportato alla mente certe cose dei Blind Guardian. In altre occasioni, invece, si spingono verso lidi più estremi, idea forse non più così originale oggi, ma sempre ottima per movimentare l’album ed espandere i propri orizzonti. Se il lavoro sulle chitarre è di gran livello, altrettanto lo è quello della sezione ritmica, granitica e con una potenza che raramente nel power si sente: batteria e basso non perdono mai di incisività. 

Al netto di qualche ritornello un po’ scontato, ci troviamo di fronte a uno dei migliori album in campo power/symphonic metal degli ultimi anni, compatto, ben composto e ottimamente suonato, che grazie alla varietà delle orchestrazioni e delle linee vocali sa essere epico, evocativo ma anche oscuro. Una bella sorpresa!

[Lenny Verga]

Il Nome della Fossa. Federico Mele – La Caduta di Macbeth (Fanucci, 2022)


L’anno nuovo porta voglia di novità e su The Muder Inn non ci tiriamo di certo indietro quando si tratta di allargare gli orizzonti verso qualsiasi forma d’arte diversa dalla nostra musica preferita. Ecco quindi che un graphic novel (romanzo a fumetti) approda sulle nostre pagine, opera dell’artista italiano Federico MeleLa Caduta di Macbeth è un adattamento a fumetti del Macbeth di William Shakespeare e per chi non ne conoscesse la trama, ecco un sunto semplificato dell’inizio: medioevo, il generale scozzese Macbeth, insieme all’amico Banquo, stanno tornando verso casa vittoriosi dopo una battaglia. Sulla strada incontrano tre streghe che profetizzano a Macbeth il suo destino di diventare re. Restio a credere alle loro parole, dopo essersi consultato con la moglie lei lo convince a mettere in atto un piano per ottenere il trono. Ne conseguono morte, tradimenti e tragedie a non finire.

Federico Mele riesce nel difficilissimo compito di ridurre in poco più di cento pagine la tragedia shakespeariana grazie ad un’accurata scelta delle scene e dei dialoghi. Il suo talento artistico colpisce nel segno fin dalla prima pagina: Federico usa sfondi neri su cui creare i suoi disegni, caratterizzati dalle sfumature del rosso e del blu per mettere in risalto la violenza, la morte e la follia dei personaggi e della storia. L’atmosfera che ne risulta è estremamente dark, con occasionali escursioni nel fantasy. 

Da fan del Macbeth quale sono (ne scrissi anche nella mia tesi di laurea), non posso che complimentarmi con Federico Mele per il risultato ottenuto. Certo gli espertoni potranno discutere su quanto è stato omesso, su quanto non è stato approfondito ecc. rispetto all’opera originale, ma non è questo il punto. La Caduta Di Macbeth non è una riproposizione fedele della tragedia (ci sarebbero volute mille pagine), ma ne rispetta lo spirito ed il significato e fa altrettanto con i personaggi. Fate un salto in libreria o in fumetteria e fatelo vostro, è un volume unico, autoconclusivo, che vi porterà a volerlo rileggere o anche solo a sfogliarlo di nuovo per ammirarne le tavole.

[Lenny Verga]

Dimitry – V (2022)

Quinto album e quinto centro, potremmo dire per Demetrio Scopelliti. Uscito leggermente in sordina nel mese di maggio 2022, questo ultimo album del musicista italiano è stato sottoposto a remaster e addizionato di tre bonus track, per una tracklist abbastanza corposa di quattordici tracce. In realtà la musica di Dimitry è abbastanza canonica ma non per questo priva di momenti davvero interessanti e sorprese cosparse un po’ in tutto l’album.

L’impalcatura sonora è quella tipica degli album incentrati sulla chitarra, non vi è alcuna parte cantata, ma ci sono episodi che stupiscono per tecnica e ispirazione (Euphoria, Entrophy, Aftermath, Deva). Non ci sono tracce riempitive ma è ovvio che in una tracklist così ampia qualche momento di stanca si fa sentire, soprattutto dove la formula del progressive metal privo di voce è un po’ tirata per le lunghe. Canzoni come Immortal Portrait e Divergence sono sicuramente gradevoli se le si analizza sotto solo l’aspetto puramente tecnico, ma compositivamente tendono un po’ a replicare stancamente gli elementi presenti in tutto l’album e in questo tipo di produzioni. Elementi che, per fortuna, trovano spazio e piena riuscita in tanti altri episodi entusiasmanti e che faranno la gioia di tanti ammiratori della chitarra elettrica e del progressive.

Scopelliti è un musicista straordinariamente dotato, ma forse paga un po’ quello che pagano tanti altri suoi colleghi cosiddetti “shredder”, ovvero il dover dimostrare per forza di saper suonare. Al netto di queste critiche, V è un album ammirevole e si sente che è scritto con passione e competenza, ma se non si amano gli album solo strumentali e con un alto tasso tecnico, potrebbe deludere. Al contrario, se amate tutto ciò, V potrebbe essere l’album giusto per voi.

[American Beauty]

Grave Pilgrim – Molten Hands Reach West (2022)

Ho rimandato questo articolo per troppi giorni, ma fra notti corti a causa del pianto dell’erede al trono, viaggi, festività che mi mettono ansia e lavoro, mi sono trovato in una cronica carenza di tempo ed energie. Inoltre qualcosa mi mancava per completare la recensione, il rimando sonoro che continuava ad arrivarmi sulla punta delle dita per poi perdersi nel nulla. Poi un giorno mi sono svegliato, ho buttato su per l’ennesima volta Molten Hands Reach West dei Grave Pilgrim e finalmente ho trovaro l’ago nel pagliaio. Il riferimento musicale, quello lirico non lo so visto che testi non ce ne sono ma dubito parlino di amore e unicorni, è facilmente riscontrabile nei Peste Noire. Bastano pochissimi minuti e ci si arriva, ma la mancanza di sonno ristoratore si fa sentire, e tanto. Però i Grave Pilgrim sono creatura a sè, americani e distribuiti dalla Death Prayer Records. Il duo dell’Oregon mischia tratti blues, rock, rockabilly e di americana al black metal. Quindi sporcizia, vocals torturate e un’impressionante quantità di riff sfoderati da TB, mastermind di tutto tranne della batteria, quest’ultima lasciata in custodia a tal CB. Il risultato sono 23 minuti di raw black metal dalla fortissima impronta rock, con addirittura spunti anche di musica celtica. Quello che peró mi ha colpito favorevolmente di Molten Hands Reach West è il suo essere cazzuto e vario fino alla fine. Non cede, neanche nei momenti in cui ho pensato che i Grave Pilgrim avevano datto tutto. Perchè è il lato B a tenere in serbo le sorprese più gustose: Forged in the Fire of a Setting Sun e Hard to be a God sono pezzi che avrebbero meritato un contorno ancora più importante, un LP per esempio. Ma questo é per me che non mi so accontentare e quando ricevo un EP decente, voglio immediatamente un LP conpleto e non mi rendo conto che, nel 90% dei casi, questo è il viatico per il mio classico ” avrebbero potuto tagliare e rendere il disco più avvincente e cazzuto”. Misteri del mio cervello, ma intanto premo play e ascolto di nuovo Molten Hands Reach West. [Zeus]

Memories Of A Lost Soul – Redefining Nothingness (2022)

La fine del 2022 ha visto il ritorno discografico dei calabresi Memories Of A Lost Soul a ben otto anni di distanza dal precedente Empty Sphere Requiem. La band, arrivata al quinto album, è attiva fin dal 1997 e, sebbene non particolarmente prolifica, è da considerarsi tra le pioniere della scena melodic death/black e affini della nostra penisola. Il quartetto propone un ibrido death black melodico che attinge dal gothic creando un sound che rimanda tanto ai Cradle Of Filth quanto ai Rotting Christ del periodo gotico e al sound tipicamente svedese di fine anni ’90 e primi duemila, in cui, oltre ai riff di chitarra, anche le tastiere hanno un ruolo importante.

Redefining Nothingness è composto da otto tracce mediamente di lunga durata più un intermezzo, che fin dall’opener They’re Coming From The Stars mettono in gioco una grandissima varietà di elementi. I pezzi sono stratificati, con strutture elaborate e tanti cambi di umore all’interno della canzone stessa. La base rimane sempre prevalentemente metal, a volte più balck, altre più death, ci sono poi momenti che virano verso il prog e altri baroccheggianti che sfruttano le orchestrazioni e la voce femminile, anche operistica in alcuni casi (The Alien ArtifactThe Unspoken Dracula). 

Memories Of A Lost Soul creano un lavoro tecnicamente ottimo, sfaccettato, estremamente ricco, ma a volte eccedono un po’: alcuni stacchi o introduzioni di nuove parti paiono di troppo e il lungo minutaggio non sempre rende giustizia al pezzo. Ma sono comunque difetti minori rispetto a quanto di buono c’è nell’album, che necessita di diversi ascolti per essere assimilato e che ha molto da offrire. Redefining Nothingness è un gradito ritorno che vale tutta l’attesa e il tempo passato per venire alla luce. 

[Lenny Verga]

Ultar – At The Gates Of Dusk (2022)

Torniamo a parlare, sulle pagine di The Murder Inn, dei siberiani Ultar che già mi avevano entusiasmato oltre ogni dire con il precedente lavoro, Pantheon MMXIX, uscito nel 2019. Nel frattempo il quintetto ha registrato un live album nel 2020 e ha rilasciato tre singoli nel corso del 2022 verso la fine del quale hanno pubblicato il nuovo album At The Gates Of Dusk

Concettualmente gli Ultar proseguono nella loro esplorazione dell’opera di Lovecraft che trova espressione nei testi. Musicalmente siamo sempre di fronte ad un ricercato mosaico di black, post black, atmospheric black metal a cui si aggiungono inserti prog e reminiscenze settantiane. La costruzione dei riff e delle melodie riprende la qualità e la ricercatezza dei precedenti lavori, dipingendo atmosfere inquietanti e oscure, a cui seguono con grande contrasto le gelide sferzate black. 

L’opener Midnight Walk and Reminiscence of Necromancy è forse il pezzo più “standard”, relativamente parlando, dove l’aspetto più black emerge prepotente, un biglietto da visita estremo e che va a segno. Dalla successiva Evening Star il lato più creativo e sperimentale emerge e rimane costante per tutte le restanti tracce, tra parti strumentali, melodie di tastiere, assoli di chitarra, arpeggi, un attentissimo uso di inserti ambient. L’uso versatile della voce completa il quadro tra scream, growl e (pochissime) clean. Antique rallenta i tempi e gioca con la malinconia e l’oscurità, alternando suoni puliti a quelli distorti ed evolvendo le melodie d chitarra, mentre Rats in the Walls evoca atmosfere disturbanti.

Se posso affermare che sono i particolari a fare la differenza, il quintetto siberiano li sa usare con intelligenza e gusto: At The Gates Of Dusk è composto da sette tracce che incantano come un rituale di magia nera e portano a schiacciare il tasto play a ripetizione per riviverli e riscoprirli.

Gli Ultar ce l’hanno fatta anche questa volta, presentando un lavoro affascinante, creativo, pieno di sfaccettature, composto ed eseguito con grande padronanza dei mezzi. Certo non c’è più l’impatto di novità e stupore del precedente album, ma la band con questo album afferma con sicurezza la propria personalità, il proprio stile, talmente ricco che, se ben impiegato, può avere ancora molto da dire.

[Lenny Verga]

Il Nome della Fossa. Luigi Musolino – Eredità Di Carne (Acheron Books, 2019)

Torniamo a parlare di narrativa nostrana e di gotico piemontese, argomento già trattato con il romanzo Unborn di Christian Sartirana un po’ di tempo fa. Oggi è il turno di Luigi Musolino, già apparso su queste pagine nella raccolta di racconti Satanica, e del suo romanzo Eredità di Carne pubblicato nel 2019. Musolino è uno dei più apprezzati autori horror e weird italiani, pubblicato anche all’estero, ed esperto di folklore. Tra le sue opere: Uironda (Kipple, 2018), Pupille (Zona 42, 2021), Un Buio Diverso (Hypnos, 2022).

Ma veniamo all’opera qui trattata. In Eredità di Carne seguiamo la storia di Michele Ciot, la cui vita sta andando in pezzi. Ha perso il lavoro, la ragazza lo ha lasciato, è senza soldi, ha problemi con l’alcol e con il fumo e si porta a dietro dei grossi traumi da quando era bambino. A risvegliarlo dal torpore e dall’indolenza quotidiani arriva un vecchio collega che gli propone un affare, rubare una collezione di antiquariato in un ex sanatorio abbandonato sulle montagne, luogo sul quale aleggia la leggenda della Strega Cannibale, spirito malvagio di una donna bruciata viva durante la Seconda Guerra Mondiale. Ciot non è molto convinto, ma vede questa proposta come unica possibilità che gli rimane per rimettersi in piedi.

In questo romanzo Musolino esplora diversi lati dell’orrore, attingendo dal folklore, dal soprannaturale fino ad arrivare allo psicologico. La paura del protagonista non deriva solo dall’esterno, dalle minacce, dagli eventi passati e presenti che lo affliggono, ma anche dall’interno, dalla sua condizione mentale. La paura di rimanere solo, dell’abbandono, di non riuscire a superare le proprie dipendenze e di rimediare ai propri errori, l’incapacità di reagire lo affliggono tanto quanto i terribili eventi che lo vedono protagonista. In Eredità Di Carne non ci sono momenti di quiete, non ci sono pause, il senso di terrore e di oppressione sono presenti in qualsiasi momento, tenendo il lettore sulle spine fino all’ultima pagina.

Se vi piace la roba tosta il mio consiglio è di leggere le opere di Luigi Musolino, questa ma anche le altre, sono tutte meritevoli. Oltre a dell’ottimo horror troverete quella conoscenza e quella passione per le storie e il folklore del nostro paese che, credetemi, hanno veramente tanto da dare alla narrativa.

[Lenny Verga]

Nazghor – Seventh Secular Crusade (2022)

A vederla con il senno di poi, il grande svantaggio di Seventh Secular Crusade dei Nazghor è l’essere uscito dopo il più che buono Infernal Aphorism. Quest’ultimo, datato 2018, aveva tutte le cose al posto giusto: vuoi le melodie, vuoi il black metal, e anche tutto il compendio di accelerazioni e atmosfere sulfuree ma ben ricordabili. La lunghezza importante, stiamo parlando di un’ora di musica, non era un problema visto che Infernal Aphorism funzionava, e bene. Seventh Secular Crusade lima la durata, però elimina insieme al grasso in eccesso delle ottime parti di carne e finisce, fuor di metafora, per non convincermi al 100%. Black metal melodico era nel 2018, black metal melodico è rimasto quindi, se siete fan della band, non vi dovete preoccupare. Quello che però peggiora è una tracklist zoppicante che non sempre mantiene quanto promette. Forse più in termini di immediatezza della composizione, o di focus, visto che di filler puri e semplici non ce ne sono. Se no non saprei come descrivere una Beyond the Grave che inizia prendendomi benissimo, caricando un buon mix di melodia, atmosfera e riff, e finisce per ricordarmi i peggiori Arch Enemy nel ritornello. La qual cosa mi disturba, visto che ogni volta che parte quel pezzo mi preparo al ritonello soffiando come i miei gatti quando si menano per casa. Toppe così eclatanti non ce ne sono nolte altre e va bene così, non posso pretendere di più dalla band. In quattro anni i Nazghor hanno mantenuto le coordinate, ma hanno rischiato aggiungendo delle spezie ad una minestra che, di suo, aveva già un buon equilibrio. Il rischio non è valso la candela, ma è un parere strettamente personale. Anche perchè, nel grande bacino dell’underground, i Nazghor di Seventh Secular Crusade non sfigurano affatto nei confronti di band con pedigree più nobile, escludendo dal contest i Dimmu Borgir ormai catalogati come caso umano, potrei citare i Batushka, incapaci di trovare una via d’eccellenza post-esordio e separazione, o con gruppi begnamini della stampa (i 1349 – tutti a parlarne e incensarli, ma senza Frost a picchiare le pelli, quanto hype in meno avrebbero?). Dentro Seventh Secular Crusade trovate tutto quello che ha reso i Nazghor quello che sono, dalle reminscenze Dissection, alle canzoni che ti prendono bene per riff e melodie “sugli scudi”; però se volete iniziare con i Nazghor, preferitegli Infernal Aphorism. Forse più lungo, forse meno propenso a farvi l’occhiolino e indugiare con il modernariato, ma è capace di farvi schiacciare play senza accorgervene. E per me è tanta cosa [Zeus]