Athlantis – Last But Not Least (2021)

Last But Not Least è il titolo della settima release degli Athlantis, band nostrana capitanata dal bassista Steve Vawamas, che si presenta con una formazione ormai quasi interamente stabile. Unico avvicendamento, infatti, è quello dietro le pelli, con l’arrivo del nuovo batterista Matt Stancioiu, che completa una line up composta da grossi nomi della scena italiana, che vede Pier Gonella alla chitarra, Stefano Molinari alle tastiere e Davide Dell’Orto alla voce.
Il nuovo album si apre con un intro “collage” dove la sintonizzazione di una radio salta tra vecchi pezzi e che, sinceramente, mi avrebbe fatto gettare il CD dalla finestra, se non fosse che ho ricevuto un press kit multimediale e il pc mi serve ancora. Sicuramente per la band tutto ciò avrà un senso, uno scopo, non lo metto in dubbio. Per fortuna il male finisce qui (sarà un mio difetto, ma sto diventando insofferente alle intro lunghe, spesso inutili) perché già il primo pezzo, Broken Soul, ci presenta degli Athlantis in gran forma, ispirati, lanciatissimi. Sappiamo tutti che stiamo parlando di grandi musicisti, ma il songwriting non si da mai per scontato e l’heavy metal classico dalle inflessioni power degli Athlantis è di livello. 
Il connubio tra la voce di Dell’Orto e la chitarra di Gonella, chitarrista che ho sempre apprezzato tantissimo, è la cosa che mi è rimasta subito in mente già dopo un primo ascolto, ma tutta la band risulta compatta, da una sezione ritmica che non ha certo bisogno di presentazioni ed un tastierista che sa come sostenere i suoi compagni.
Last But Not Least è un album heavy, ma anche melodico, onesto nelle sue intenzioni, con pezzi ben scritti e dalle idee interessanti, dal riffing solido e dagli assoli di chitarra bellissimi. Dovremmo apprezzare di più le nostre band, perché questo disco non ha niente da invidiare alle produzioni che vengono dall’estero. Date un ascolto al nuovo album degli Athlantis, che merita il vostro tempo.
Piccolo edit: dopo aver scritto la recensione sono venuto a sapere che questo sarà l’ultimo album della band, una chiusura del cerchio insomma. Quindi anche l’intro acquista un suo significato perché ci da un assaggio di tutto il percorso fino a questo capitolo finale. Continua a non piacermi eh!, ma ha la sua ragione d’essere. Non ho voluto ritoccare la recensione perché scrivo sempre di istinto ed in base alle sensazioni che ho. Un vero peccato che la storia degli Athlantis finisca qui, ma almeno è un gran finale.
[Lenny Verga]

L’unico LP dei Bolt Thrower con Dave Ingram: Honour – Valour – Pride (2001)

I Bolt Thrower sono una di quelle band che fanno della continuità e consistenza un tratto invidiabile. Me ne son reso ancora più conto nel corso delle recensioni con cui ho recuperato gli album per celebrarne i vari “compleanni” o la raggiunta maturità. Non sto dicendo che non hanno mai fatto uscire un disco meno che eccezionale, Mercenary era alquanto discontinuo, ma non hanno mai fatto uscire la puttanata oscena che ti fa rimpiangere di esserti preso il tempo di ascoltare il disco. Honour – Valour – Pride prosegue in maniera paradossalmente molto coerente il discorso già iniziato con Mercenary, soprattutto in termini di discontinuità. Questo tratto viene accentuato, o forse è sintomo di un cambio radicale, visto che post-Mercenary Karl Willets molla baracca e burattini e lascia i compagni d’avventura senza il proprio leader.
La scelta del sostituto cade su Dave Ingram dei Benediction, band che in un futuro prossimo fornirà anche chitarrista e bassista dei Memoriam, progetto dove militano gli ex Bolt Thrower Karl Willets e Andrew Whale (quest’ultimo ormai è un ex). Le band inglesi sono così deliziosamente incestuose, che riescono a creare quello che in molte altre nazioni è una sorta di miraggio: una scena metal di tutto rispetto.
Sono giorni che mi riascolto Honour – Valour – Pride e provo a trovare qualche nuovo aggettivo o definizione geniale, ma non ne esco; il motivo principale è che i Bolt Thrower, nel 2001, giocano le loro carte in maniera abbastanza monocromatica e puntano tutto su un mid-tempo costante, quadrato come le architetture razionaliste e con quello che tutti possono chiamare senza problemi groove. Il che non è un fattore negativo, sia chiaro, un disco fatto bene e con il tiro tipico degli inglesi è un piacere da ascoltare, ma all’alba del nuovo millennio la band rovista nel sacco delle idee e dentro lampi di genio non ce ne sono. Quindi cosa decidono? Fanno di necessità virtù, firmano un LP compatto, ma privo di veri guizzi. Buone canzoni, ma nessun highlight, semmai alcune che si possono skippare senza perderci il sonno la notte. Non credo ci sia un qualsiasi fan dei Bolt Thrower che possa affermare che questo disco sia il suo preferito, anche a non pensarci più di tanto trovi qualsiasi altro LP degli inglesi che lo supera senza neanche metterci impegno. Però non è così brutto o controverso come molti cercano, o cercavano, di presentarlo.
Non lo è perché i Bolt Thrower giocano su un terreno conosciuto, ma abusano della stessa idea troppe volte e senza troppa convinzione, però in quei rari momenti in cui tutto funziona, Honour – Valour – Pride gira bene. Il problema più grosso, ma qua è molto soggettivo il giudizio, è dato da Dave Ingram. Personalmente, per quanto sia un buon cantante, su Honour – Valour – Pride proprio non mi piace. Sembra non esser dentro al 100% o forse si sforza di cantare in un certo modo per essere Bolt Thrower, in ogni caso Ingram non è proprio il punto forte di questo disco e azzoppa diverse canzoni.
Per forza di cose, nel 2001 i combattenti inglesi si trovano a produrre un album di passaggio ma con tutti i classici cliché/elementi per essere un LP dei Bolt Thrower, peccato fossero un po’ a corto di idee e senza la spinta necessaria (il riff di Pride è talmente un classico e abusato che non sai se compiacertene o se incasellarlo sotto “tipico B.T.), se no troverei ben altri aggettivi per descrivere Honour – Valour – Pride.
[Zeus]

Livløst – Symphony of Flies (2021)

Terzo album in tre anni per i norvegesi Livløst, che dal 2019 puntualmente si presentano con del nuovo materiale per guadagnarsi il proprio posto nella schiera di band che cercano oggi di farsi portabandiera di un certo modo di intendere il black metal. Senza scopiazzare il sound che spopola oggi, soprattutto quello dell’est Europa, il duo propone un black melodico ed atmosferico che affonda le radici nel passato, in particolare nel sound del nostro affezionatissimo Conte, senza però dimenticarsi che siamo nel 2021 e non negli anni ’90. La produzione non è pompata, ma diretta e ben bilanciata, a tratti minimale, ma mai confusa… si sente anche il basso!
Symphony of Flies è composto da sei brani di durata piuttosto lunga, per un totale che supera i quaranta minuti; brani che trasmettono freddo, disperazione, sofferenza, rabbia, con riff ripetitivi e claustrofobici, ma affascinanti grazie a melodie azzeccate. Il duo, infatti, gioca molto con la melodia e con le atmosfere, combinando riff di chitarra e tappeti di tastiere che si intrecciano, alternando furia e quiete, inserendo narrazioni e lunghe parti strumentali. 
I Livløst sperimentano anche (sentitevi i cori di Holy Night o l’intro di Red), però senza esagerare, in modo intelligente, senza sconfinare in territori incomprensibili o incompatibili. In un paio di occasioni eccedono un po’ in lunghezza, quando minutaggio e idee all’interno del brano creano uno squilibrio a favore del primo, ma non arrivano a snervare. 
Il sound viene definito Bewitched Norwegian Black Metal e chi sono io per dire che non è vero? Se la loro intenzione era di stregarmi, ci sono riusciti.
[Lenny Verga]

Sempre più lontani dal classico deathcore. Whitechapel – Kin (2021)

Un dato è innegabile, con il passare del tempo anche i Whitechapel devono essersi stufati di suonare solo deathcore. Non vedo altra spiegazione possibile, visto che all’ottavo disco in studio (e il secondo dopo il fortunato The Valley), la band del Tennessee ha ampliato lo spettro compositivo in maniera enorme. Non possono certo allontanarsi in maniera spudorata dal genere che li ha messi sul radar dei fan, ma nel triennio 2019-2021 qualcosa deve essere successo nella loro testa.
Lo si capisce immediatamente che il ritmo di Kin è quello di un The Valley versione 2.0, con tanto di introduzione acustica di I Will Find You e il suo essere abbastanza distante da quanto proposto fino al 2019, mentre sono canzoni come Lost Boy o To The Wolves che ritornano a macinare deathcore; la prima che si divide fra deathcore (abbastanza banalotto, ad onor del vero) e parti più sfumate e la seconda più canonicamente violenta, accenni quasi Slayer-iani nel solo e una seconda parte meno “normale”.
Il lavoro introspettivo di Phil Bozeman nel precedente LP deve essere stato un sveglia nella sua testa, perché mai come in Kin il suo lavoro dietro il microfono è variegato e spazia da growl gutturali fino ad arrivare allo scream, ma su tutto le novità sono l’abbondante uso di, buone, clean vocals.
Attenzione, non sto dicendo che il nuovo LP dei Whitechapel rivoluzionerà il mondo del deathcore o del metal estremo, ma è innegabile che il lavoro che i ragazzi di Knoxville hanno fatto su sé stessi e il loro songwriting stia dando risultati molto interessanti.
Kin è meno ghettizzato in una categorizzazione, il deathcore, genere molto autoreferenziale e che fa di certi stilemi ormai sclerotizzati un punto d’onore, e dispiega una maggiore profondità d’ascolto e un più ampio utilizzo dei generi e delle possibilità date dalle chitarre e sezione ritmica. Prendete per esempio Without Us, che parte come un classico chuga-chuga deathcore, ma poi si sposta su qualcosa che potremmo sì definire metalcore, ma forse è più vicino ad un metal di stampo “Alter Bride“, nel senso di metal pesante sì ma con capacità melodica elevata. Ad andare ancora più nel profondo di un ragionamento, potrei anche dire che A.D. 2021, Bozeman &Co. fanno addirittura un tentativo di essere mainstream, con Anticure o History Is Silent, andando a creare un ponte dove mettere d’accordo il metallaro più estremo e quello che di norma ascolta metalcore o generi affini.
Voglio fargliene una colpa? No, perché è da che mondo è mondo che le band puntano ad aumentare il giro di gente che le ascolta, ovviamente tralasciamo il black metal oltranzista per cui essere ascoltati non è kvlt, quindi è abbastanza normale che, diventati più vecchi anche i Whitechapel si siano sentiti in dovere di suonare qualcosa di leggermente diverso. O hanno capito che potevano permettersi anche questa variazione, tanto ormai hanno avevano già aperto la diga con The Valley, quindi il rischio era molto minore rispetto ad un primo tentativo.
Non posso certo dire che i Whitechapel si siano svenduti, primo perché il deathcore è ancora presente e pur facendo ampio uso delle clean vocals (Orphan) e di alcuni arrangiamenti acustici/rock, non posso certo dire che Kin sia alla portata di tutti, ma quello che è certo è che il sestetto americano ha raggiunto un’inaspettata (?) maturità artistica. Adesso come adesso devono solo capire che direzione prendere, se continuare a far filtrare più generi nel deathcore o evolversi ancora di più.
Al momento son promossi, sta a loro decidere che via scegliere.
[Zeus]

Dimmu Borgir – Alive in Torment (2001)

Sancito definitivamente che la rotta dei Dimmu Borgir è impostata sul faremmo progressivamente sempre più schifo, il malefico duo Shagrath – Silenoz decide di buttare fuori un EP live, giusto per tenere le caldarroste belle calde in attesa del prossimo colpo infernale a quella che era, nel 1997, una grande band. Voi potete fare gli schizzinosi quanto volete, ma Enthrone Darkness Triumphant era ed è un gran disco e, ancora oggi, quando lo ascolto la testa fa su e giù e le corna volano verso il cielo. Poi noi sappiamo che nel giro di due anni i symphonic blackster che conoscevamo sarebbero diventati una multinazionale, ma all’epoca c’era ancora chi sperava in una redenzione postuma. Una cosa tipo volemose bene e ritorniamo a suonare qualcosa che non sia un’orgia senza senso. Tipo così, direi, ma forse questo era un pensiero da fan e non da Shagrath. Perché di tornare a suonare qualcosa di più black metal non ne avevano di certo voglia e quando lo faranno, senza grandissima convinzione, tireranno fuori In Sorte Diaboli e ho detto tutto mi sembra. Alive in Torment era un modo per far sentire, a chi non fosse ancora riuscito a vederli dal vivo, come suona la nuova formazione con Mustis, Galder, Vortex e Barker a supportare il dinamico duo di cui sopra. A vent’anni di distanza sappiamo che fine hanno fatto tutti, tranne il pelato chitarrista, e in che situazione si trovano i Dimmu Borgir fra dischi come Eonian e tour dove hanno rifatto tutto Enthrone Darkness Triumphant, che cristo era una bomba e Lord Baffon e il sottoscritto lo abbiamo visto nel Veneto.
Il trattamento Abyss Studios rende Alive in Torment sterile, quindi privo di qualsiasi ruvidezza realmente live, ma gli permette di avere un wall of sound notevole che butta nelle retrovie tutto il lavoro di Mustis, fa luccicare quanto si danna Barker dietro le pelli (The Maelstrom Mephisto) e in pratica fornisce un po’ di grinta e spinta a brani che, su disco, non erano riusciti a risaltare proprio alla grande. Se volete una prova, su The Insight and the Catharsis anche Vortex suona integrato e degno della fama che si era costruito prima di entrare nella compagine norvegese. Puritania cavalca l’onda di un sound che i Dimmu Borgir non riproporranno più, ma è un grande classico per le nuove generazioni e la conoscono veramente in moltissimi questa canzone.
Pur proponendo brani che su CD non erano una bomba (a parte, ovvio, Tormentor of Christian Souls), la spazzolata live e l’abilità di un Barker che fa la differenza in maniera sostanziale, fanno di questo Alive in Torment una sorta di testamento di come potrebbero essere i Dimmu Borgir se si concentrassero a suonare black metal, orchestrale sì ma pur sempre black metal, e non quella sorta di metal estremo da circo equestre che sono diventati.
[Zeus]


Azarath – Demon Seed (2001)

Nel 2001 il black metal si trova in una situazione instabile, coloro che hanno contribuito a crearlo o stanno cercando altre vie, o si stanno sfaldando come neve al sole o, visti i risultati di pubblico e interesse, incominciano la grande scalata alla ricerca della casa discografica capace di portarli a livelli di vendita da superstar, di genere ma superstar.
Nel grande calderone rientrano quindi anche i sottogeneri e tutte le evoluzioni, che sia la commistione fra in versione melodica del black metal e del death portata all’attenzione del mondo dai Dissection (ma non solo, ovvio) o lo spostamento del black metal verso territori più death in senso stretto del termine, come i Behemoth che già sul finire del 1990 hanno deciso di inserire riff al sapor di Kebab nella musica e un’attitudine molto death, o ci sono gli Azarath. Questi ultimi, che hanno in comune con i Behemoth batterista e nazionalità, decidono di prendere di petto la situazione e non lesinare su calci in faccia e bestemmie. In pratica, Inferno&Co. prendono quanto sta andando alla grande negli USA o nel Nord Europa e lo fanno accoppiare con la cacofonia e una generale sensibilità da black metal di stampo norvegese. Il risultato è Demon Seed ed è il debutto degli Azarath.
Nominare gli Azarath oggi, a vent’anni di distanza dal loro esordio, è anche un metro di paragone per capire se si gratta la superficie del panorama musicale polacco e si va a vedere tutte le realtà che non fanno rima con Behemoth, Mgla e affini. Nel 2001 erano “solo” l’ennesima band estrema che si affacciava sul mercato musicale. Ovvio, aver nelle proprie fila Inferno, ormai rodato batterista dei “nuovi” Behemoth è già qualcosa in termini di visibilità, ma quanto proponevano/propongono gli Azarath da vent’anni a questa parte non è musica addomesticata. Non vi trovate le fighetterie da Nergal e neanche le abilissime forme di marketing con i croccantini per i cani, ma solo l’equivalente di ricevere una punizione di Roberto Carlos in faccia.
Oggi, come allora, è inutile e dannoso mettersi a fare un track-by-track delle canzoni del debutto, visto che pur avendo ciascuna una propria autonomia, si mescolano tutte in un contesto estremo violentissimo e senza freni. Inferno spacca come non potrà più fare nei Behemoth e, in generale, sono tutti i quattro i musicisti polacchi ad essere incazzati con Cristo e non lo mandano certo a dire.
Demon Seed è uno di quei dischi che entrano, con tutti gli onori, in quella categoria formata da album come Panzer Division Marduk ecc. Dischi che ti prendono a sberle senza pietà e ti martellano i timpani in maniera ottusa, ma che ti permettono di proseguire in questa società senza tirar fuori il bazooka.
Sarà un esordio, sarà compattissimo e forse non sempre al top, pur amando l’estremo e la voglia di distruggere tutto, riconosciamo anche eventuali limiti e cose da rimettere in ordine in un LP, ma Demon Seed è un piacere da sentire. Un disco che non ha età, come non le hanno tutte le rimostranze contro Dio, Cristo e la religione in generale.
[Zeus]


Meglio parlare del Gin analcolico. Creed – Wheatered (2001)

Con l’arrivo dell’autunno ho deciso di superare un mio personale tabù, le bevande analcoliche. Ho sempre avuto una certa, giustificata, diffidenza verso le bevande analcoliche, le birre con lo 0% di alcool dentro erano una cosa pubblicizzata da Fisichella e quindi mi sono tenuto alla distante. Non ha mai raggiunto niente in F1, vuoi che si sia speso per una birra decente? Non ci credevo molto e non ci credo molto neanche ora, però il tentativo l’ho fatto e mi sono ritrovato a casa con una bottiglia di Gin analcolico.
Che fa già ridere di suo, se non fosse buono. Perché questo è il punto, il gin analcolico che ho comprato, e non era proprio un prezzo da scappati di casa, era realmente buono e non aveva niente da invidiare al classico gin che ordini al bar. Anzi, come sapori, supera di molto le porcherie che spesso di buttano dentro nei cocktail perché tanto dopo il terzo stai già leccando le piastrelle del pavimento. Nei locali decenti il discorso è diverso, sia chiaro.
Mi sono ritrovato a farmi due bicchieri di gin tonic senza colpo ferire e senza dovermi pentire il giorno dopo per eventuali cadute di stile. Non dico che è la soluzione finale della mia vita, ma ci sono momenti in cui hai solamente voglia del gusto della bevanda e non il cerchio alla testa e il vomito che ti cola dalla barba. Molto probabilmente è una questione di anzianità raggiunta e mi sto spostando sul lato della degustazione piuttosto che quello della bevuta selvaggia, anche se non credo. Vi dirò come procede questa novità.
Con la dolce metà ho anche pensato di acquistare il Whisky analcolico, ma mi sembrava una mossa azzardata visto che le recensioni erano quanto più contrastanti possibile. E, se devo essere sincero, probabilmente la maggior parte dei commenti non era proprio entusiasta della cosa… quindi meglio tenersi il ricordo del gin e non osare oltre.
E niente, nel 2001 è uscito anche Weathered dei Creed e con il gin analcolico ha una sola cosa in comune: dopo averlo ascoltato non provi niente. Tutto il resto, la bontà, il gusto, la voglia di risentirlo, l’utilità sociale e anche quella mentale da effetto placebo, non ci sono. Weathered era, e rimane tutt’oggi, un disco inutile.
[Zeus]



Katre – Behind the Resilience (2021)

Sebbene il solo leggere la parola “resilienza” ormai mia faccia venire i brividi di repulsione, dato l’utilizzo a cazzo di cane che se ne fa un po’ ovunque, mi sono avvicinato con un certo interesse a questo Behind the Resilience, secondo album dei tedeschi Katre, dato che la produzione è passata per le mani di chi si occupa di band come i The Ocean e i Leprous
Altra premessa che occorre fare è che ci troviamo di fronte ad un album strumentale, elemento che rappresenta un certo ostacolo per una buona fetta di pubblico, spesso a ragione. L’opener So Was The Life ci introduce nel mood dell’album, con melodie dilatate, tempi rallentati e tanta introspezione. Già dalla seconda traccia, The Decision,entra in gioco il lato più metal della band, con ritmiche di chitarre distorte che, per quando il termine “post” possa essere il più indicato per descrivere questo sound, a me hanno portato alla mente anche il gothic doom decadente tipico del nord Europa. 
I Katre riescono a costruire strutture interessanti, capaci di mantenere alta l’attenzione nonostante la mancanza della voce, con solo qualche piccolo cedimento qua e là e, probabilmente consapevoli dell’arma a doppio taglio in cui si può trasformare un album strumentale, non allungano inutilmente il lavoro, compattandolo in otto tracce che creano un perfetto equilibrio tra il genere e la durata.
A differenza di altri album strumentali che mi sono stati proposti di recente e che mi hanno fatto rotolare le palle sotto al tavolo già alla fine della prima traccia, Behind The Resilience mi ha colpito positivamente. Non è un disco per tutti, ma so che c’è chi sarà in grado di apprezzarlo.
[Lenny Verga]

Slipknot – Iowa (2001)

Arrivo in estremo ritardo, ma arrivo anche io a tributare gli onori al secondo disco degli Slipknot; però non ho ascoltato Iowa direttamente nel 2001, questo è certo. Devo averlo recuperato un po’ di tempo dopo, ci sta anche, visto che io e gli Slipknot non siamo mai stati realmente sulla stessa lunghezza d’onda. Nessuno ne mette in dubbio il fatto che, in un’epoca in cui il metal stava cercando di suicidarsi in maniere quanto mai bizzarre, ci volesse qualcuno che radunasse la sempre più corposa schiera di giovani metallari e assieparli ad un festival. Gli Slipknot l’hanno fatto.
Poi lo sapete anche voi, Corey Taylor & Co. li hanno incominciati a seguire in molti e tutti hanno puntato su di loro come next big thing, ma con il senno del poi c’erano già tutti i sintomi del fatto che non sarebbero durati. E così anche il nu-metal, genere in cui son stati ficcati, anche da me, a forza ma di cui non facevano realmente parte.
Il fatto è che se guardiamo i risultati discografici, la qualità si è smontata come neve al sole già a partire proprio da Iowa del 2001, perdendo progressivamente e sempre più velocemente il senso di pazzia che si portavano dietro dagli esordi.
Iowa lo conoscono in molti, forse è il disco che quasi tutti citano perché contiene canzoni che, prima o poi, molti nuovi adepti del metal butteranno in mezzo alla discussione: People = Shit o Disasterpiece o Left Behind. O altre, non saprei dire quale, probabilmente dipende da quale singolo si è sentito prima, ma di certo è la prima People = Shit ad essere citata. Titolo catchy, spaventa le mamme e ti fa sembrare duro e cattivo.
Che poi io lo ritenga un titolo fondamentalmente stupido, non perché sbagliato visto la mia generale disaffezione verso il genere umano, ma proprio perché è il tipico titolo da adolescente che scrive sulla Smemoranda qualcosa di cattivo da far firmare agli amici. O per bullarsi con la bella di turno.
Perché il 2000 segna anche un’altra cosa e nessuno ha il coraggio di sottolinearlo. Fino ad un certo punto, il metal, quello estremo, era un territorio in cui il saggio detto di Euronymous era allargato a no mosh no pit no fun no muschi. A seguito della rivoluzione del metal nel nuovo millennio, l’arrivo di sempre più band mainstream (e non sto parlando dei Metallica, che per le nuove generazioni sono spesso oggetti misteriosi e ributtanti) e con passaggi clean e con tutte le varie derive anche gothic, la popolazione femminile ai concerti incomincia ad aumentare in maniera esponenziale. Un dato di fatto.
Quante ragazze avete visto con la maglietta degli Slipknot? Io me ne ricordo diverse in quel di Bolzano, e non sto certo parlando di Milano e quindi un polo di concerti o di mode. Ma fra magliette degli Slipknot e dei Dark Funeral/Cradle of Filth, posso dire che ho incominciato a capire che anche Bolzano fosse in pieno momento metal.
Non che la città abbia mai respirato metal, ma la gente era sensibile al’arrivo di questi nuovi trend e gli Sipknot ne cavalcavano l’onda.
Iowa era il disco che andava, che spaventava ma che conteneva comunque abbastanza clean vocals da poter essere apprezzato da un po’ tutti e poi le maschere. Volete mettere le maschere? Sono cose che ti rimangono in mente mentre sei alla ricerca della tua musica e non sai da dove partire. La band dell’Iowa era al momento giusto nel momento giusto e, credetemi, per molti giovani è il momento clou, il momento che possono dire: io c’ero e li ho visti diventare famosi.
Anche se fa strano dirlo, gli Slipknot sono diventati una band generazionale. E lo sono diventati con un sound che è tutt’altro che smielato. Quello che la band propone è pur sempre una versione testosteronica e schizoide del death metal, ma ci aggiungerei anche una versione moderna del thrash, con inserti vari ma è pur sempre quella la base su cui si muovono. Il problema di Iowa è che è diventato quello che è proprio perché è il sound di una band che si ferma, che non innova e che, pur mostrando il ghigno cattivo, vuole piacere a tutti i costi. E ce la fa, cristo se ce la fa, e il tutto grazie ai singoli (Left Behind che tenta di essere radiofonico) e alla capacità di Ross Robinson di tirar fuori tutto quello che poteva dagli Slipknot.
Pur mostrando al mondo che gli Slipknot stanno diventando realmente grandi, Iowa è il testamento della band, il primo passo verso un generale livellamento e abbassamento di qualsiasi pretesa di scardinare il mondo del metal. Seguiranno dischi peggiori, almeno qua dentro ci sono ancora brani che ti fanno saltare in aria.
[Zeus]

Il primo singolo dei The Halo Effect: Shadowminds (2021)

Sono certo che la notizia non vi sia sfuggita, nel caso contrario ve la dico io: si sono formati i The Halo Effect. Per chi si fosse collegato solo ora, i The Halo Effect non sono altro che una partitella fra amici con transfughi dei vecchi In Flames (Jesper Strömblad, Peter Iwers e Daniel Svensson) e membri attuali di In Flames (Niclas Engelin, chissà per quanto rimarrà con Fridén e Gelotte visto che è andato a far comunella con degli epurati) e di Dark Tranquillity, dicasi l’onnipresente e ormai unico detentore del marchio: Mikael Stanne.
Per chi ascolta melodic death metal e non si è preso a male con la svolta deplorevole che ha preso il genere post-2000, allora può gioire e cercare una luce in questo novembre triste e con il rischio concreto di nuovi lockdown. Gli altri, invece, dovranno aspettare l’album intero per capire che cosa vogliono essere i The Halo Effect.
Perché ad ascoltare il singolo, signori e signore, non è che si capisca benissimo. A parte il fatto che Shadowminds mi solleva qualche mah, boh, non so… di troppo. E lo dico sapendo che i singoli rappresentano l’album finale come i politici il popolo, quindi praticamente niente. O solo in minima parte, e neanche quella buona.
Nelle caselle dei punti positivi metteteci pure che Shadowsmind è immediatamente riconoscibile: non ci sono dubbi che è un disco derivativo; anche se, per fortuna, non si porta appresso niente di quanto hanno fatto i Cyrha che, per quanto mi riguarda, rientrano in un incidente di percorso di Strömblad. O, almeno, continuo a ripetermelo costantemente tentando di convincermene.
Shadowsmind fa girare le lancette al contrario e mi riporta in mente i Dark Tranquillity del 2000, quelli che facevano uscire Haven, forse con un briciolo di Fiction dentro. Più la ascolto e più mi accorgo che la canzone ha tutti i tratti di quei Dark Tranquility: l’elettronica, le chitarre e le ritmiche da leggero headbanging. Ovviamente la voce. Sembra quasi un’outtake di quel periodo storico. Mentre degli In Flames sembrano pescare un po’ dal periodo intermedio, vediamo se e quanto rimarrà di questa impressione una volta che uscirà il disco vero e proprio.
Per il momento mi tengo questo primo pensiero, scrivo di getto e tento di imprimere sulla “carta” quello che sento. In un prossimo futuro forse i riferimenti cambieranno.
[Zeus]