
Noto che questa recensione manca e, sapendo che potrei essere maledetto per anni e anni da Bruno Slowtorch, mi metto all’opera e rimedio. Inizio con un’affermazione che non potrà essere smentita: Earth Rocker è un gran cazzo di disco. Una bomba. Questa è l’affermazione principale e non ci si scappa.
E sì che, quando stavo per mettermi all’ascolto, un qualche dubbio ce l’ho avuto. Motivo? A me Strange Cousins from the West del 2009 non è che mi sia piaciuto proprio moltissimo. Mea culpa, mea grandissima culpa ma se devo dire cazzate, cosa ci faccio su TMI?
Quindi l’approccio che è stato quello: ascolto, ma con cautela.
Parte Earth Rocker e mi sono ritrovato scaraventato mezzo metro indietro gridando: Porca Troia che figata. Il resto del disco non fa che confermare questa frase lapidaria.
L’ho detto altre volte, e lo ripeto anche questa, ci sono band e ci sono dischi che hanno la capacità di ampliare la loro potenza in specifiche circostanze: quelle della strada. Quando carichi alcuni CD e li metti alla prova dell’asfalto, capisci subito di che pasta sono fatti. Se reggono l’urto e tu a) canti b) fai headbanging c) schiacci l’acceleratore come se non ci fosse un domani d) fai tutte e tre le cose, allora sai che hai trovato un CD che non teme il passare del tempo. Perché Earth Rocker, pur tornando indietro, è un passo avanti per la discografia di Neil Fallon&Co. Fino al precedente, l’evoluzione in termine di sound e composizione generale vedeva nell’Hammond la marcia in più, l’asso nella manica, per tirar fuori un sound diverso, blues-y ma con l’attitudine hard rock tipica della band del Maryland. Sentitevi Robot Hive/Exodus o anche una traccia, che io adoro, come White Ferry da From Beale Street To Oblivion e capite cosa intendo. Su questo LP del 2013 la faccenda cambia, via l’Hammond, la formazione ritorna la classica a quattro e il songwriting diventa più rock, più straight-in-your-face. Un’attitudine diversa, sicuramente mutuata dall’andare in tour con colossi come i Motörhead – cosa che si sente nel procedere in maniera diretta e senza fronzoli di questo disco. Le jamming session, quelle bellissime parti in cui sentivi di essere trasportato dalla musica, vengono ridotte a favore di un’attitudine diversa, attitudine che poi continuerà anche nei dischi successivi (Psychic Warfare, ad esempio).
Da quando è uscito, Earth Rocker è diventato un metro di paragone per i successivi dischi della band. Notevole per un disco uscito nel 2013.
PS: ma ditemi la verità, a voi Crucial Velocity, quando parte, non vi fa superare ogni limite di velocità esistente? Perché, per me, è il tipico pezzo da accompagnare alla velocità smodata (cit.).
[Zeus]








Il primo parto della nuova vita degli In Flames si chiama Sounds Of A Playground Fading ed è un disco del 2011. Per chi aveva sperato in un “rinsavimento” della band grazie allo scossone dell’abbandono del chitarrista, rimarrà deluso sotto molti punti di vista. Chi aveva visto nel futuro degli In Flames un cambio melodico, screamo/emo/metalcore, qua troverà pane per i suoi denti. Ma per chi aveva imparato ad apprezzare le canzoni, i suoni, l’energia degli svedesi, Sounds Of A Playground Fading è un pugno in pieno volto. Le canzoni non vanno da nessuna parte e hanno come canone comune quello di essere lamentose, leggere e senza il minimo nerbo (e quando tentano di fare i cattivi, ecco che sembrano scarti di Come Clarity, non inseriti in quel CD per un ben preciso motivo: perché non validi). Fridén ormai ha intrapreso la via di un clean sporco che, a tutti gli effetti, si staglia bene su un prodotto che non è niente di più che un giocattolino per adolescenti complessati (sentitevi The Attic). Forse chi ha iniziato ad ascoltare metal in quegli anni può apprezzare questa versione degli In Flames, per me sono un dead man walking che non produce una canzone memorabile in 50 minuti di musica!! Ci vuole del talento anche per fare questo, glielo riconosco.
nuovo spunto di riflessione su cosa sono diventati. Siren Charms esce nel 2014 e capisci che tutto quello in cui credevi sta letteralmente andando a puttane. Il disco è senza ombra di dubbio peggio di S.o.a.P.F. In questo non c’è niente di salvabile, qualche riff forse? Qualche melodia? Ma stiamo parlando di piccolezze in un mare di musica che non ha un briciolo dell’aggressività o di qualche componente di buon songwriting come, senza tornare ai fasti passati, dello stesso Come Clarity. Non so come fare a sottolineare il fatto che stiamo incominciando a rivalutare dischi post-2002. Questo è il metro di paragone, non più qualcosa di realmente forte, intrigante e capace di colpirti. No, stiamo ragionando su brani come In Plain View, della pochezza abissale di Everything’s Gone, la bruttura conclamata di Rusted Nail o degli inquietanti occhiolini alle classifiche di Billboard/MTV di Paralyzed (nonché canzone che trasuda nulla da tutti i passaggi). Se poi teniamo presente che Fridén si ostina a trascinarsi nei meandri del clean e che la title-track vaga senza incidere – tutti danno l’impressione di suonare con il freno a mano tirato, Svensson su tutti). When The World Explodes potrebbe suonare come gli In Flames del periodo Soundtrack… (pur senza elettronica accentuata), ma poi ammosciano tutto con l’intervengo di Emilia Feld.
Ho già avuto modo di parlare di questo disco
della band precedentemente conosciuta come In Flames. 