Come scrive Annarosa Buttarelli nella nota che apre “Sputiamo su Hegel e altri scritti” di Carla Lonzi, (edizione La Tartaruga) Lonzi è probabilmente “la pensatrice femminista più amata nel mondo”. Di questo testo restano impresse molte cose, e soprattutto ci si chiede perché le nostre docenti, quando eravamo adolescenti, non ce l’abbiano presentato in qualche forma a scuola (ovviamente è una domanda retorica). A casa spesso il sesso è un tabù e così accade a scuola dove, però, tra i banchi, durante la ricreazione, o sui mezzi di trasporto, sbocciano i primi amori e i primi fidanzamenti che portano ad avere le prime esperienze sessuali. Penso soprattutto agli adolescenti di oggi, molto più precoci di noi che ora siamo nella decina degli enta. Forse i docenti pensano che organizzare all’ultimo anno – se va bene – quell’ora di educazione sessuale con esperti esterni possa ripulire le loro coscienze dai sensi di colpa di non saper intavolare l’argomento con le proprie classi.
Ebbene credo che sia urgente da parte di chi ricopre un ruolo di guida iniziare a rimboccarsi le maniche e affrontare temi imbarazzanti e scivolosi, magari portando in aula proprio dei passi scelti dai testi di Carla Lonzi. Anche se non si fa parte del movimento femminista è innegabile che ciò che scrive Lonzi sia del tutto obiettivo e utile.
In questo libro CL non sputa solo su Hegel ma anche su Marx e Freud; si tratta di scritti che hanno visto la luce tra il 1970 e il 1973. Riporto due stralci che reputo davvero importanti per avviare riflessioni prima di tutto con noi stessi e poi con tutti gli altri:
“La cultura fallica patriarcale è un riflesso dell’ossessione maschile una volta compiuta l’identificazione pene-potere. La donna clitoridea, affermando una sessualità in proprio il cui funzionamento non coincide con la stimolazione del pene, abbandona il pene a se stesso. Tutto ciò che riguarda il pene non viene più a coincidere con l’espressione del dominio, da cui l’uomo trae gli stimoli esibizionistici e l’attitudine sadica, ma con la pura e semplice manifestazione del piacere. L’erezione non è richiesta dalla donna, né la potenza, né la forza, né niente. Il pene è il sesso in proprio dell’uomo ed è per lui: esso deve riscoprirsi in questa nuova dimensione della coscienza: il delirio di potere che glielo faceva riflettere nell’estasi femminile e gliene creava l’obbligo è un inganno della sua stessa dominazione. La donna ha un suo punto privilegiato e prezioso, perfetto e infallibile da cui si partono tutte le estasi che un essere umano può arrivare a provare, e non è collegato direttamente col pene. Se l’uomo trae da questa autocoscienza femminista brutti presentimenti e si sente minacciato significa che non vede spazio per sé nel mondo se non attraverso l’imposizione dei miti della mascolinità e l’assoggettamento della donna”.
“A scuola si insegna ai giovani il funzionamento della procreazione, non il piacere sessuale. Questo si è sempre saputo, ma oggi ci accorgiamo che s’insegna il modello della soggezione alle bambine e ai bambini la conoscenza del loro sesso e l’ignoranza del sesso femminile. Cosa significa per la bambina che ha scoperto la clitoride, e più per quella che non l’ha scoperta, venire informata che il suo sesso è la vagina? Bisogna rispettare le tappe della conoscenza soggettiva del piacere nelle bambine, nelle adolescenti partendo dall’esperienza autoerotica: quella è l’educazione sessuale che in quel momento ha un nesso con sensazioni e emozioni loro proprie. Tutto il resto è imposizione di una sessuofobia riformata, paternalista, e scoraggiante per l’espansione della bambina”.
Un po’ di tempo fa, estate 2024, stavo leggendo la rivista letteraria Nuova tèchne edita dalla casa editrice Quodlibet e mi ero imbattuta in un articolo esilarante di Anna Busetto Vicari intitolato Scrittori per scherzo. Il pezzo, lungo due paginette, racconta aneddoti divertenti su alcuni dei nostri grandi scrittori del Novecento. E si chiude con un fatto comico che oltre a causarmi ilarità mi aveva emozionato intellettualmente. La storiella è la seguente, riporto le esatte parole:
Alberto Arbasino, nel 1958, da poco a Roma, entrando a un ricevimento della principessa Aldobrandini, senza farsi vedere, appoggiò su un tavolino una scatola di baci Perugina dei quai aveva ritoccato i cartigli nel pomeriggio. Così, gli ospiti mangiando il cioccolatino si trovarono a leggere frasi di questo tenore: «Sulla nobiltà io ci caco», «Chi va col marchese si prende il malfrancese», «I prìncipi hanno pochi princìpi», «Aboliremo l’aristocratico, senza rammarico», «Più che nobili siete soprammobili», «Ogni contessa va retrocessa» e così via.
Ma lo scrittore e critico lombardo, nel saggio Un paese senza. Addio agli anni settanta italiani. Un congedo da un decennio poco amato diceva pure:
Tanto fumare, tanto parlare, tanto bucarsi – per risultati così scarsi? Qualche parametro. Se nel mondo del rock bisogna farsi tanto e prendere tanta roba per arrivare a canzoni come quelle di Jimi Hendrix e di Janis Joplin, allora Wagner e Brahms che cosa avrebbero dovuto fare? mettersi un dc 10 nel dietro?
Ho finito di leggere questo libro di Saul Bellow. In passato avevo letto altri suoi testi. Che dire. Ho appreso sicuramente nuovi modi dire, come: – “Sei di nuovo di umore cimiteriale”; – “Il mondo mi angaria”: – “superdramma nevrotico”. Per citarne solo alcuni. Ma soprattutto la sovraccoperta di John Alcorn ha fatto sì che – qualche settimana fa – sognassi di avere tre seni prosperosi e di non voler andare al mare per ovvi motivi. Poi in un negozio trovavo un costume “a tre zizze” e sentendomi quindi a mio agio mi recavo al mare senza alcun tipo di pippa mentale precedente. Ecco, insomma, a cosa servono i libri: a scacciare i nostri egoismi, a conoscere le vite e le storie degli altri, che a volte seppure di fantasia, ci dicono comunque molte cose sul mondo rimettendoci al nostro posto: piccoli “foruncoli sul culo” della Terra. L’edizione che ho comprato, per interposta persona, a pochi euro a Roma è quella Rizzoli del 1976.
Miguel de Cervantes è conosciuto ai più per aver scritto il don Quijote de la Mancha. Anni fa comprai il volume a Port’Alba, nell’edizione economica integrale della Newton Compton Editori, tradotta e curata da Barbarba Troiano e Giorgio Di Dio, che fa parte della collana Mammut Gold (dove sono pubblicati tanti altri nomi della letteratura straniera). Nel libro, Cervantes fa sfoggio di molte citazioni latine e in particolare c’è n’è una che si può identificare come l’essenza del testo stesso, mi riferisco a Non bene pro toto libertas venditur auro. «La libertà non si vende neanche in cambio di tutto l’oro del mondo» (Traduzione che riporto dalla nota a piè pagina). E già questa basterebbe come compagna di viaggio da tenere in testa.
Quasi tre secoli dopo la morte di Cervantes, nasce Pablo Picasso. Qual è la sua opera più conosciuta al mondo non sta a me dirlo e non avrebbe neppure senso in questo contesto. Probabilmente, però, non tutti conoscono la sua litografia che rappresenta il Don Chisciotte, realizzata nel 1955, che ho piazzato in alto a corredo di questo post. È stata una piacevole scoperta che rafforza l’idea di quanto letteratura e arte siano non solo unite ma anche in dialogo tra loro a distanza di molti anni di differenza.
Salvatore Bruno, lo scrittore ribelle alle convenzioni narrative
L’allenatore,suo unico romanzo, compie 60 anni. Intervista a Daniele Greco, biografo di Bruno
A giugno 2023 ho intervistato Daniele Greco, l’articolo, che era uscito il 7 luglio 2023 per The Book Advisor, purtroppo ora non è più fruibile. E dunque mi sembra doveroso riportare qui, sul mio blog, il pezzo. Buona lettura!
Esattamente sessant’anni fa, il 7 luglio 1963, è finito di stampare il romanzo L’allenatore di Salvatore Bruno per l’editore Vallecchi; il 2023 è, però, anche il centenario della nascita del giornalista e scrittore salentino nato a Presicce il 10 agosto 1923.
Salvatore Bruno, Totò per gli amici, negli anni della formazione universitaria, a Firenze, ha fatto parte della Resistenza armata. Da freelance lavorava per l’Espresso, per il terzo canale della Radio e ha pubblicato innumerevoli testi firmandoli con pseudonimo.
Tuttavia, L’allenatore resta l’unico suo romanzo nonostante avesse trovato buon successo di pubblico e critica. Due le ristampe avvenute postume, prima nel 2003 da Baldini&Castoldi e poi nel 2022 da Bordeaux edizioni. Il romanzo, dedicato all’oriundo Omar Enrique Sivori, scivola sotto gli occhi del lettore (inteso ambosessi e genderfluid) come lava, quasi del tutto privo di punteggiatura, mescola registri linguistici e personaggi di varia estrazione sociale e culturale degli anni Sessanta italiani.
La metafora calcistica, testimoniata anche dal titolo, è solo un pretesto per raccontare in realtà un’ossessione sentimentale. Diviso in cinque capitoli con una struttura a clessidra, il cui centro è – appunto – nel terzo, nasconde, in più parti, pezzi autobiografici che aiutano a riscoprire questo autore laconico e solitario scomparso nel 2001.
Provo a ricordarlo intervistandoDaniele Greco (in foto), suo maggiore studioso nonché biografo, docente di italiano in provincia di Bergamo. Alla sua appassionata e importante ricerca dobbiamo la scoperta dello pseudonimo utilizzato da Bruno, Romano Salvadori, con cui firmò molti lavori. Ma Greco, oltre ad aver scritto una biografia – purtroppo – ancora inedita, ha curato anche in maniera impeccabile la postfazione dell’ultima edizione del libro edito dalla romana Bordeaux edizioni, la cui introduzione è stata invece affidata alla preziosa penna del filologo e critico letterario Massimo Raffaeli.
Due le canzoni leitmotiv del testo: Sivori cha cha cha di Don Marino Barretto Junior e Capatosta sweet di Connie Francis che si intrecciano con la bravura stilistica e linguistica di Salvatore Bruno, acuto e sensibile osservatore (anche dei nostri tempi) dagli occhi nerissimi: «l’uomo del futuro non parlerà, per esprimersi si servirà dei robot che parleranno in sua vece», «ormai scrivono tutti scrivi in prosa se i versi non ti vanno tanto è lo stesso col boom accettano qualunque modo di scrivere ho quasi deciso di provare anch’io,».
Chi era l’uomo e lo scrittore, Salvatore Bruno?
Bruno fu un giovane irrequieto che intorno ai sedici anni (fine anni ’30) scappò da Presicce con la fidanzatina dell’epoca, la figlia di un gerarca fascista locale, diretto a Numana, nelle Marche. Una volta scoperti, lei tornò a casa con la madre mentre lui venne cacciato dal paese per trasferirsi a studiare a Lecce, dove conobbe Vittorio Bodini e Oreste Macrì che lo avvicinarono a Vedetta mediterranea, un giornale fascista con una terza pagina che era una vera e propria isola letteraria.
Da Lecce andò a Firenze dove frequentò la facoltà di Magistero, senza mai laurearsi, e qui conobbe uno dei suoi maestri, Romano Bilenchi, che lo introdusse al quotidiano fiorentino Il Nuovo Corriere sia come autore di novelle sia come caporedattore della pagina sportiva. Dopo la chiusura del giornale da parte del PCI, in seguito a un editoriale di Bilenchi contro il regime staliniano che aveva represso nel sangue la rivolta degli operai di Poznan, in Polonia nell’estate del 1956, Bruno dovette trovarsi un’altra città e un altro lavoro. Scelse Roma, dove visse a lungo, facendo il giornalista per L’Espresso, Il Gatto Selvatico, Italia Domani e anche per il milanese Settimo Giorno. In questi anni si specializzò nel giornalismo sportivo, firmando con lo pseudonimo di Romano Salvadori che è un omaggio a Bilenchi, e redigendo anche diversi articoli autografi di cronaca e costume.
È da queste esperienze molteplici che ideò il suo unico romanzo L’allenatore con Vallecchi, nel 1963. In tanti gli riconobbero sempre delle grandi qualità, ma parimenti un’incapacità atavica di far fruttare il proprio talento per via di un carattere fortemente umorale e autodistruttivo.
L’autore salentino definiva il suo unico romanzo un «monologo esteriore». Qual è la principale qualità di questo testo?
Personalmente lo ritengo uno dei libri più autentici e significativi, ma meno conosciuti, degli anni Sessanta. Uscito a due anni da Ferito a morte di La Capria (1961), a un anno da La vita agra di Bianciardi (1962) e un anno prima de Il male oscuro di Giuseppe Berto (1964), L’allenatore uscì dalla fucina intellettuale di un uomo che giocò con la moda joyceana del flusso di coscienza e del monologo interiore, per mettere in scena – sono le parole di una rarissima intervista di Bruno – “l’immagine di un Narciso moderno”: quella di un uomo solitario e inaccessibile che ama la Juventus in modo parossistico e disdegna le donne. Dietro questo ritratto, solo in parte autobiografico, Bruno scrisse una satira in cui criticò l’Italia degli anni Sessanta che flirtava troppo coi miti di massa del tempo – il calcio, l’adulterio, il mutato consumo culturale – ma ricorrendo a una lingua media, una lingua parlata, che egli riversò sulla pagina quasi senza punteggiatura per mostrare la petite musique del birignao piccolo borghese. Giorgio Caproni che in quegli anni lavorava alla traduzione di Morte a credito (Garzanti, 1964) di Louis Ferdinand Céline ne scrisse su La Nazione lodando Bruno come l’autore di un romanzo che sarebbe stato letto a lungo.
Il protagonista non ha nome, la sua voce è quasi muta, la non-punteggiatura che insiste nelle 152 pagine un valore aggiunto che richiede grande attenzione al lettore. Quanto è stato innovativo Totò Bruno?
Sebbene il secondo capitolo del romanzo finì nell’antologia del Gruppo 63 (Feltrinelli, 1964) con titolo La barba lunga, partecipando alle inquietudini della Neoavanguardia che voleva radere al suolo il vecchio establishment letterario, il libro di Bruno è – come scrisse Cesare Garboli – un “orfano, non proviene che da sé stesso”. La sua originalità deriva dal fatto che Bruno reinventò alcuni motivi che egli colse negli autori a lui più congeniali, quali Joyce, Céline, Flaubert, Dostoevskij, ma anche il Michel Butor de La modificazione e l’Albert Camus de La caduta. Prendendo da ciascuno di essi, egli scrisse una sorta di autofiction antelitteram in cui il protagonista è un uomo che non riesce a integrarsi con lo spirito del suo tempo, prende la vita maledettamente sul serio e riserva la propria cristallina devozione sentimentale alla sola controparte che ricambiava il suo amore puro: la Juventus. Ma il ritratto di quest’uomo è tutto scritto dagli altri: dal “coro” di parlanti nei capitoli uno e cinque – che ricorre alla seconda persona singolare e risente de l’école du regard francese – e da due capitoli, il secondo e il quarto, in cui si leggono i soliloqui del personaggio femminile di Elisabetta. Tutti, o quasi, pressoché privi di punteggiatura.
Elisabetta è, appunto, la protagonista femminile alla cui voce sono affidati oltre due dei cinque capitoli che compongono il libro. Bruno è l’esempio di come una penna maschile possa raccontare nel profondo un personaggio femminile. Sei d’accordo?
Sì, sono d’accordo e aggiungo che Elisabetta, nelle intenzioni di Bruno, appare come una grottesca Emma Bovary della società affluente. Il suo monologare petulante, intercalato da innumerevoli mioddio, tutti tesi a sedurre e stanare il protagonista maschile dalla sua proverbiale neghittosità, è rappresentativo – come scrisse Bruno su L’Espresso ne Il seduttore sedotto (luglio 1960) – di un genere di donne agguerrite che tra gli anni cinquanta e sessanta si stavano “liberando dalla paura del padre, del marito geloso e dell’ossessione della castità”. Questa donna così libera, così disinibita mise in imbarazzo il tipo umano del protagonista maschile del romanzo, che non seppe né volle approfittarne. Ma c’è dell’altro.
Il mare ha un ruolo importante. In particolare lo Jonio e l’Adriatico, con Presicce e Numana che si contrappongono. Due città che nascondono anche dolori amorosi autobiografici.
Numana forse fu il luogo decisivo sia della vita sia del romanzo di Bruno, anche se in due stagioni diverse. Se nella sua biografia rappresentò l’inizio e la fine di una brevissima stagione di passione per una coetanea, che culminò con una fuga d’amore finita male e determinò la contestuale cacciata di Bruno da Presicce; nel romanzo, Numana è un eden piccolo borghese della classe media dove invece l’adulterio non si compie. Colui che nella finzione dell’opera accetta la corte serrata di Elisabetta, la moglie del suo migliore amico Amleto, si ritrae all’ultimo istante, rifiutando di giacere con la donna, lo fa quasi per preservare l’incanto amoroso di un luogo di gioventù che credo non avrebbe mai dimenticato per tutta la vita.
Nel romanzo, però, questo non è esplicitato. Ne L’allenatore il rifiuto di commettere l’adulterio chiude il quarto capitolo ed è l’argomento dell’intero quinto e ultimo capitolo, dove il “coro” indaga sull’eventualità che lui a Numana avesse vinto o perso. Scrivendo la biografia di Bruno, in questi anni, mi sento di affermare che l’adulterio non consumato nasconda proprio questo punto d’orgoglio dell’uomo che preserva Numana da un “amore di contrabbando”e per giustificare la sua incapacità d’amare, si attribuirà l’appellativo di allenatore, un allenatore delle donne altrui.
Quanto a Presicce, dista dal mare dieci chilometri – Lido Marini è la spiaggia più vicina –ed è centrale nel terzo capitolo del romanzo.
Il rapporto padre-figlio è affidato al dialetto salentino nel terzo capitolo, dove «il patetico viaggio di ritorno con le voci di dentro» è al tempo stesso poetico e di grande impatto visivo tra arbiri de ulìa, muretti a secco, pajare. Un capitolo costruito con lucidità e ironia (non mancano infatti riferimenti alla civiltà industriale del Nord) per raccontare tutta l’Italia degli anni Sessanta?
Il terzo capitolo de L’allenatore è il perno attorno al quale ruota l’intero romanzo. Qui, fin dall’incipit, vi compare anche la voce del protagonista che troviamo sulla banchina della stazione ferroviaria di Presicce in un dialogo faticoso col padre, in cui si alternano dialetto e italiano. Al personaggio del giornalista mondano, sempre in giro per l’Italia a scrivere i suoi articoli, Presicce appare come una copia uscita male dell’Italia del boom, dove neanche i compaesani in blue-jeans, a dicembre, davanti al juke-box gli suggerivano lo spunto per un racconto.
Ma l’intero capitolo è una resa dei conti di Bruno con la sua infanzia e giovinezza, ela figura paterna è decisiva perché nel romanzoè quella di un uomo smaccatamente sentimentale, patetico, cheaveva inibito ogni manifestazione emotiva del figlio, ripetendo di continuo che “quannu nascivi te ridivene l’occhi” (quando nascesti ti ridevano gli occhi). Nella biografia di Salvatore, suo padre Andrea Bruno, fu anche un ciabattino, poi piccolo commerciante di scarpe, ma soprattutto un autentico donnaiolo del quale egli provava una certa vergogna e che dopo la pensione scialacquò i suoi pochi risparmi nella banda musicale del paese. Qualcosa che Bruno non gli perdonò mai e di cui scrisse alla sua maniera su L’Espresso (agosto 1960) in un articolo, La cornetta primadonna, che gli costò l’ulteriore ostilità dei presiccesi tutti perché, per colpire il genitore, derise la passione dei suoi compaesani genuina per le bande musicali che egli riteneva anacronistiche, rispetto alla radio e alla nascente tv.
Nel cuore del protagonista c’è posto soltanto per la Juve. Ma quando la Vecchia Signora lo delude, o il campionato è sospeso per la pausa estiva, allora può dare attenzione alle altre donne. Un romanzo che utilizza la metafora calcistica per raccontare di una ossessione amorosa. È la paura di amare che si cela in questo habere non haberi che lo rende, a tutti gli effetti, solo un allenatore sentimentale?
Il romanzo ebbe una dedica singolare a Omar Sivori, al quale Bruno dedicò almeno tre lunghi articoli, perché egli vide nel campione argentino un fuoriclasse in mezzo a tanti prestatori d’opera, a tanti travet del pallone. Sivori – scrisse Bruno in un’intervista – “ha una personalità che lo fa essere un isolato, un solitario, quasi un Narciso per necessità: come il mio personaggio. In altre parole, c’è una sorta d’incapacità, d’impossibilità a uscire da sé, a liberarsi di se stesso che è comune sia al protagonista dell’Allenatore sia al carattere indipendente di Sivori e che spesso gli viene rimproverato come egocentrismo, egoismo. Vorrei aggiungere che nel mio libro ho anche cercato di dare, con un particolare tipo di linguaggio, il senso doloroso di questo flusso sentimentale, amorfo, puerile e insieme doloroso dei miti di cui siamo appassionati e vittime, e che è proprio questo aspetto la cosa a cui a tengo di più”.
La paura dell’allenatore di amare è la paura di cedere a dei sentimenti inautentici, posticci, massificati anch’essi, ai quali preferisce – nel gioco parossistico, arguto e anche grottesco del suo mulino filosofico – l’amore di Juventus, l’unico che fosse ricambiato dalla squadra più vincente d’Italia.
A chi suggeriresti la lettura di questo libro? (al di là dei tifosi juventini)
Consiglio il libro a chiunque ami leggere delle opere letterarie e non di intrattenimento. Il libro richiede lettori lenti che non si spazientiscano davanti a quella pagina priva di punteggiatura e che, poco alla volta, apprezzino il mood di una stagione irripetibile e al contempo il valore universale di quelle piccole manie quotidiane che ci rubano l’attenzione allontanandoci da quella che forse potremmo ancora chiamare vita vera.
A un anno quasi dal peggioramento del nostro già difficilissimo Paese, mi permetto di suggerire la visione di un documentario eccezionale: All’armi siam fascisti, realizzato dalla prima documentarista italiana: Cecilia Mangini, insieme al marito Lino del Fra e al siciliano Lino Miccichè. Interamente creato con materiali di archivio dell’epoca. Tra le altre cose vi sono testi di Franco Fortini.
“e il nemico non fu soltanto il nazifascimo, ma l’asservimento, lo sfruttamento e l’ingiustizia che lo avevano preceduto e determinato”.
Perdonarsi i fallimenti e i passi falsi. Perdoanrsi per le colpe che non sono proprie ma che pesano, ugualmente, come macigni. Cercare la propria identità, non sentirsi irrisolti. Combattere con grinta, non abbandonarsi ai sentimenti tristi e alla depressione che ne potrebbe conseguire. Lasciare andare i pensieri, vivere più d’istinto. Prepararsi ai colpi e ai sacrifici. Versare lacrime ma subito dopo reagire. Volersi bene, volere bene. Non far morire mai nessuna speranza. Dare l’esempio e imparare dagli altri. Ridere, ascoltare, amare. Non avere paura, accettare di avere paura. Non accartocciarsi in sé stessi su sé stessi anche se i motivi per farlo sono innumerevoli ogni giorno. Combattere, raccontare le ingiustizie. Se le cose non vanno, munirsi dei piani alternativi dalla B alla Z. Fregarsene del giudizio degli altri, a meno che non siano critiche costruttive volte a migliorarsi. Essere liberi. Accettare i futuri fallimenti. Prendersi in giro. Lasciare andare cose e persone. Ringraziare e mandere a fanculo. Ignorare chiacchiericci, competizioni e gli irrispettosi. Viaggiare sempre in seconda classe, in prima solo quando si è vecchi.
Per tutto il resto che ho mancato: il gelato è la soluzione/risposta.
Al supermercato trovo sempre la mia insalata preferita già imbustata: insalata iceberg. Mi piace perché è “croccante”. E allora per evitare di fare plastica inutile non la compro, prendo l’insalata trocadero che è libera da involucri e posso metterla nel sacchetto biodegradabile e pesarla alla bilancia. Il problema non è solo che siamo sommersi di plastiche inutili, ma anche che non tutti la differenziano. Tuttavia la cosa più atroce resta l’insalata imbustata che ti vendono anche i ristoranti a partire da 8 euro (almeno al centro-sud) impreziosita da un po’ di frutta secca o frutta fresca, anche questa probabilmente comprata già pulita e confezionata con la plastica. Perchè bisogna correre, bisogna portare subito il piatto al cliente, altrimenti non torna più, altrimenti non si alza e perdiamo gli altri, quelli in attesa che aspettano un tavolo per sedersi. Basta fretta. Basta plastica. Basta capitalismo e figliutt. Riappropriamoci della nostra umanità, del nostro essere umani, dei nostri gesti unici che rendono le foglie di insalata le une diverse dalle altre. Riappropriamoci di una vita lenta.
Non è vero che il tempo è tiranno, dipende dalle nostre priorità. Perché, ad esempio, compri frutta e verdura a tocchetti già pronta e pulita da mangiare in contenitori di plastica? Chi ti ha rubato il tempo di tagliare una mela, sciacquare l’insalata, bussare a casa dell’anguria? Stai vivendo veramente come vorresti vivere?
Di recente sono stata a Venezia. Parte delle mie origini sono venete, in particolare veneziane. L’ultima volta, nonché la prima, che ci sono stata avevo 9 anni e ricordo poco, sicuro che avevo dato da mangiare ai piccioni in Piazza San Marco, comprando appositamente bustine di cibo da un venditore ambulante. E ciò lo testimonia anche una foto nell’album di famiglia. Ho poi altri sprazzi di ricordi, il ponte dei sospiri e calle attraversate, e diverse foto che confermano i miei ricordi. Ritornarci da adulta è stato estremamente bello e affascinante. Anche malinconico. Gli occhi si sono velati di lacrime che non sono cadute. É stata una giornata magica. Anche arrivarci col treno lo è stato, così come la ripartenza serale. Per la prima volta – di cui ho memoria – ho visto un taxi sull’acqua. Lì la vita quotidiana è diversa dalla quella nostra, frenetica, arrabbiata, depressa, competitiva. Certo la globalizzazione e il turismo di massa, di consumo, mordi e fuggi c’è anche lì, ma forse c’è sempre stato essendo una delle città italiane più famose ed eleganti di sempre. (Ahimè ho letto che l’inquinamento dovuto soprattutto alle navi da crociera è tragico). Ma c’è una cosa che non dimenticherò mai e che non c’è da nessun’altra parte se non nei piccoli paesi di provincia abbandonati: una dimensione comunitaria vera, i bambini giocano in piazza a pallone senza ansie, senza che motori su due o quattro ruote possano sbucare da un momento all’altro. I loro sorrisi felici, le loro esultanze, le loro corse a perdifiato hanno illuminato ancor di più la giornata mentre la me adulta beveva uno spritz immaginandosi come sarebbe stato crescere e trascorrere la propria infanzia a Venezia. Sinceramente non lo so e non potrò saperlo. Ma ciò che ho sentito, ho provato, ho visto quello è vero. Lo so. E dunque grazie per questo magnifico sogno ad occhi aperti.