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Marx

Il documento presenta un riassunto del pensiero di Karl Marx, un filosofo tedesco del XIX secolo, che ha influenzato profondamente economia, politica e filosofia. Si evidenziano le sue critiche all'idealismo di Hegel e alla società liberale, sottolineando come Marx consideri la storia come un conflitto tra classi sociali piuttosto che un processo di sintesi pacificatoria. Inoltre, si discute l'alienazione del lavoratore nella società industriale, evidenziando come il proletariato perda la propria umanità a causa delle condizioni di lavoro.
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Il documento presenta un riassunto del pensiero di Karl Marx, un filosofo tedesco del XIX secolo, che ha influenzato profondamente economia, politica e filosofia. Si evidenziano le sue critiche all'idealismo di Hegel e alla società liberale, sottolineando come Marx consideri la storia come un conflitto tra classi sociali piuttosto che un processo di sintesi pacificatoria. Inoltre, si discute l'alienazione del lavoratore nella società industriale, evidenziando come il proletariato perda la propria umanità a causa delle condizioni di lavoro.
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Marx è un filosofo complesso ma anche molto importante.

Nel suo pensiero si mescolano economia,


politica, società e molta filosofia. Quindi per spiegarlo bene ci vuole ovviamente un po' di tempo e infatti
abbiamo dedicato vari video al suo pensiero. Oggi però per chi l'ha già studiato, per chi ha già visto e ha già
sviscerato i temi più importanti della sua riflessione, facciamo un riassunto. Cioè presenteremo tutto quello
che c'era da sapere della filosofia di Marx in un'ora. Un video sarà veloce, sarà complicato ma cercheremo
di riassumere i punti chiave. Ripeto, non per sostituirci allo studio ma per ripassare e riprendere in mano
cose già approfondite. Andiamo a cominciare.

Un sorso di caffè nella solita tazza con la scritta "andiamo a cominciare" che pronuncio sempre, come ci
sono i miei compagni Topolino, Tolstoi, Batman, Danrei e il Mostro Peroso. Io mi chiamo Ermanno Ferretti,
su internet noto anche come Scrip, sono un professore di storia e filosofia che su questo canale da due
anni, quasi ogni giorno, anzi direi ogni giorno, propone un video o un podcast dedicati alla storia e o alla
filosofia. La faccio breve perché oggi abbiamo poco tempo. In un'ora vorrei riuscire a spiegarvi tutto Marx,
almeno nelle cose più importanti, nelle cose fondamentali. Ho qui con me il mio cronometro che mi indica
quanto tempo ci sto mettendo. Ho diviso ogni argomento in settori e spero di starci dentro. Ultimamente ci
riesco abbastanza bene.

Allora, chi è Marx? Carlo Marx, filosofo tedesco dell'Ottocento. Nasce nel 1818, muore nel 1883. Nativo di
Treviri, città tedesca importante, proveniente da una famiglia ebraica di origine. Il nonno era stato
addirittura rabbino, anche se il padre Richard Marx si era convertito al protestantesimo per ragioni
opportunistiche. Esercitava la professione di avvocato e per avere più facile accesso nei circoli cittadini, per
essere più facilmente inserito nella vita sociale della sua epoca, il padre di Marx, che non era
particolarmente interessato alle questioni religiose, decise di convertirsi.

Lo stesso Karl Marx viene educato in un ambiente laico, non interessato alla religione, interessato
soprattutto alle idee. Infatti viene educato soprattutto agli ideali illuministici di cui il padre era ammiratore.
Quindi si avvicina all'illuminismo, studia, inizialmente studia poi giurisprudenza, perché sembrerebbe
indirizzato a seguire le orme del padre. Ma proprio mentre all'università studia giurisprudenza, prima a
Bonn e poi a Berlino, entra a contatto anche con i circoli della sinistra hegeliana. Hegel è morto da non
molto tempo, il suo pensiero però è sedimentato, ha dato origine a varie correnti, tra cui appunto quella
della sinistra hegeliana, a cui il giovane Marx si interessa.

Si laurea quindi in filosofia, alla fine passando da giurisprudenza a filosofia con una tesi su Democrito ed
Epicuro, due materialisti antichi, e inizia a lavorare poco dopo la laurea come giornalista, inizialmente in un
giornale locale che si chiama La Gazzetta Renana. Proprio però questa prima attività da giornalista lo
costringe quasi subito a cambiare aria. Già nel 1943 si trasferisce a Parigi, perché in Germania rischia
problemi per le sue idee che non sono ben accette dal potere vigente. Si trasferisce a Parigi, lì inizia a
lavorare a alcune prime opere, ad esempio scrive il primo numero dei cosiddetti Annali Franco-Tedeschi e lì
soprattutto conosce Friedrich Engels, che sarà un suo compagno di studi e di vita per molto tempo, il suo
grande amico, con lui scriverà alcune opere e soprattutto Engels lo aiuterà anche economicamente, perché
per tutta la vita Marx avrà difficoltà economiche.
Poi cambia città più volte, va a Bruxelles, torna in Germania, a Colonia, poi alla fine si stabilisce negli anni 40
a Londra, dove passerà gran parte della sua vita, dove finalmente potrà stare abbastanza tranquillo dal
punto di vista dei pericoli con la politica. Però non che passi una buonissima vita dal punto di vista
economico a Londra, perché si deve mantenere con lavori piuttosto umili. Ad un certo punto, e per molto
tempo anche, lavora come guardia al British Museum, segno di comunque una certa difficoltà a mantenersi
con la sola filosofia. Comunque inizia a elaborare le sue idee, un punto risvolto importante arriva nel 1847,
quando si riunisce la prima lega dei comunisti, che dà a Marx edEngels l'incarico di scrivere un manifesto
programmatico. Da questa esperienza nel 1848 nasce il manifesto del Partito Comunista, prima opera
divulgativa direi, che espone l'idea chiave del pensiero di Marx e che ha un grande successo e che per tutto
poi il Novecento sarà forse il testo base dei vari movimenti socialisti e marxisti mondiali. Comunque negli
anni Cinquanta studia, lavora a Londra e negli anni Sessanta arriva la seconda svolta.

Perché prima cosa viene fondata l'Internazionale dei Lavoratori, in descrizione vi metto un link per
approfondire se volete, oltre a tutti i link sui video di Marx, Internazionale dei Lavoratori di cui Marx diventa
il capofile, il leader, e stromettendo altri esponenti come i Mazziniani, come i Baccuniani eccetera. Quindi lì
ha un ruolo di impatto, diventa il teorico del socialismo europeo.

Ma soprattutto proprio in questi anni Sessanta inizia a lavorare a quello che sarà il suo capolavoro, Il
Capitale, che viene pubblicato il primo volume nel 1867 e poi gli altri due volumi verranno pubblicati
postumi dopo la morte sulla base degli appunti che Marx aveva lasciato. Muore appunto nel 1883.

Per affrontare il pensiero di Marx bisogna partire dopo la vita dalle critiche che Marx rivolge ai sistemi di
pensiero a loro dominanti, in particolare direi dalle critiche che Marx rivolge ad Hegel e all'idealismo in
generale, che era la filosofia sicuramente dominante nella prima metà dell'Ottocento nell'area tedesca e
non solo, ma anche alla società liberale che ormai si stava imponendo in varie zone d'Europa.

Allora partiamo da Hegel. Marx, vi dicevo prima, muove i primi passi all'interno della sinistra hegeliana e in
fondo può essere anche considerato come un allievo di Hegel ideale. Perché Marx certo apprezza alcune
idee di Hegel, alcuni concetti di Hegel. Ad esempio apprezza moltissimo l'impostazione dialettica della
storia. Hegel per primo aveva dimostrato che la storia procede per contrasti, per conflitti, per scontri tra
una tesi e un'antitesi. E questo secondo Marx è vero. Effettivamente la storia è un percorso di lotte, di
scontri, di conflitti, lotta di classe dirà poi in particolare.

Ma l'errore di Hegel è stato casomai non tanto questo che invece è corretto. L'errore di Hegel è stato
pensare che questi conflitti si risolvessero autonomamente e automaticamente nella storia. Per Hegel i
conflitti ci sono ma poi dopo la tesi e l'antitesi arriva sempre la sintesi. Cioè arriva sempre un momento di
pacificazione, di superamento che è figlio di quei conflitti, è figlio di quegli scontri ma che risolve anche
quegli scontri.

Secondo Marx non è così o almeno non è sempre così. La sintesi non sempre giunge. I conflitti a volte
rimangono endemici, i conflitti a volte non vengono superati da una sintesi che prende il meglio della tesi e
dell'antitesi. Ma molto spesso i conflitti vedono trionfare un ramo della questione. Pensate alle classi
sociali. Se c'è il proletariato che può rappresentare ad esempio l'antitesi e c'è la borghesia che può
rappresentare la tesi che entrano in conflitto, non c'è poi una sintesi, cioè una soluzione pacificatoria che dà
qualcosa al proletariato e dà qualcosa alla borghesia e fa tutti contenti magicamente come sembrava voler
dire Hegel.

No, piuttosto nella storia, dice Marx, noi assistiamo al trionfo di una classe sull'altra. Non a una
pacificazione. Cioè o la tesi o l'antitesi schiaccia l'avversario. Questo è quello che più spesso avviene. Quindi
Hegel questo non l'ha capito ed è per questo criticabile.

Ma poi Hegel ha creato, e l'idealismo in generale, hanno creato una storia troppo ideale. Hanno creato una
storia troppo astratta. Sono caduti in quello che Marx chiama il misticismo logico. Cos'è questo misticismo
logico? È l'idea che il percorso della storia sia sempre necessario. Sia sempre qualcosa di mistico, di divino,
di fortissimo che si impone necessariamente. E quindi, ripeto, una tesi e un'antitesi segue sempre
necessariamente una sintesi, ma allo stesso tempo nella storia l'idea, l'ideale, l'astratto, lo spirito tende a
emergere necessariamente.

Secondo Marx non è affatto così. Nella storia soprattutto non c'è un'idea che guida la storia, c'è piuttosto
una condizione materiale che guida la storia. La storia è fatta di cose concrete, di cose materiali che
collidono tra loro. E per dire questo Marx dice, riprendendo in parte Feuerbach, che gli idealisti e Hegel in
particolare hanno operato un rovesciamento tra soggetto e predicato.

Per gli idealisti vengono prima le cose astratte e poi le cose concrete. Viene prima l'idea e poi la concretezza
della storia, come se l'idea guidasse la storia, come se l'assoluto Dio, il divino, guidasse la storia. Secondo
Marx è vero invece il contrario. Prima viene il concreto,poi viene casomai l'astratto. Prima viene la storia
vissuta giorno per giorno nelle sue lotte e nei suoi conflitti, poi eventualmente viene la teorizzazione. E
Marx per criticare questo rovesciamento idealistico fa un celebre esempio. Dice, per noi tutti prima
vengono i singoli frutti, le mele, le pere, le banane, eccetera, e poi, astraendo dai singoli frutti, viene il
concetto astratto di frutta. Per gli idealisti è il contrario. Prima hanno il concetto astratto di frutta e poi
arrivano le concretizzazioni nei vari frutti. Ma è chiaramente assurdo. Non esiste l'astratto senza il concreto.
E allora prima verrà il concreto e poi verrà l'astratto. Prima viene la storia dei lavoratori, poi viene la
teorizzazione dell'idea, eccetera. Questa è sostanzialmente in breve la critica a Hegel.

Quale critica invece rivolge alla società liberale? Marx, beh, sostanzialmente la critica principale è quella di
essere ipocrita. La società liberale promette un miglioramento delle condizioni di tutti perché dice che
esiste una società civile dove c'è il conflitto, dove ognuno guarda il proprio interesse, ma esiste, dice la
società liberale, uno stato che risolve quei conflitti, che pacifica la situazione. Anche qui c'è un riflesso di
Hegel. Pensate al sistema hegeliano, famiglia, società civile, stato. Lo stato è la sintesi che risolve i conflitti
della società civile. Nella società civile ognuno litiga, ogni classe sociale litiga, ma lo stato risolve tutto, dà
qualcosa ad ognuno e tiene in piedi la società perché riesce a essere il padre buono che dà ad ognuno
quello che serve. In realtà, dice Marx, lo stato non funziona così. Lo stato si schiera dalla parte della classe
sociale più forte, dà ragione ai più forti. D'altronde sarebbe impossibile questa pacificazione perché nella
società civile di oggi, nella società liberale, ogni cittadino, dice Marx, vive una sorta di conflitto tra la sfera
pubblica e la sfera privata. Nel pubblico dovrebbe riuscire a essere giusto ed equo, ma nel privato dovrebbe
cercare il proprio interesse. Allora come finisce per essere questa società liberale? Finisce per essere una
società egoistica in cui ognuno guarda il suo proprio interesse e non si guarda mai al bene collettivo.

Questo lo si vede, dice Marx, anche pensando ai diritti fondamentali dell'individuo nella società liberale.
Quali sono?

Diritto alla proprietà privata.

Libertà di parola.

Libertà individuali.

Sono tutti diritti individuali dell'individuo. Perché? Perché quello che conta nella società liberale è
l'individuo, mai la collettività, mai il gruppo, mai la società. Ognuno bada a sé stesso e non bada agli altri.
Questo è inevitabile, secondo Marx, in una società liberale. D'altronde, e concludo, qual è il motto
principale delle società liberali? Ognuno è uguale, ogni cittadino è uguale davanti alla legge. Cioè nei
tribunali noi dovremmo essere teoricamente uguali l'uno all'altro. Ma già dire questo, sottolinea Marx,
implica che al di fuori dei tribunali siamo tutti diversi. Siamo uguali davanti alla legge, ma per quanto
riguarda il denaro, la ricchezza, il potere, il prestigio, siamo tutti diversi. La società liberale si basa sulla
diversità, non solo sull'egoismo, sulla sopraffazione. Bisogna cambiare questa società.

I problemi della società liberale emergono in particolare nella condizione del lavoratore, secondo Marx,
perché il lavoratore nella società del suo tempo, soprattutto lui pensa al proletario, all'operaio, si sente in
una condizione di vita esistenziale, direi, drammatica. E soprattutto, così lo denina Marx, prova sulla propria
pelle una alienazione economica e poi di riflesso anche religiosa. Cosa vuol dire alienazione? Vuol dire che
l'individuo non si riesce a riconoscere più come uomo. Alienare da sé la propria umanità. Alienare vuol dire
porta fuori, butta fuori, rende altro da sé. Ogni lavoratore nella società industriale si sente sempre meno
uomo e sempre più animale macchina, qualcos'altro. Perde la propria umanità, si sente alienato, perché
non si riconosce più come uomo. Questo lo si vede proprio, soprattutto, nell'alienazione economica, cioè
nella condizione economica del lavoratore, nel lavoro di fabbrica.
Marx in particolare delinea quattro forme di alienazione. Termine che tra l'altro riprende da Feuerbach e
prima ancora da Hegel. Il lavoratore nel suo lavoro è alienato in quattro diverse situazioni rispetto a quattro
diverse cose.

Il primo luogo è alienato rispetto al prodotto che produce. Il lavoratore realizza un prodotto che però non
gli appartiene. Pensate all'operaio. Lavora in una fabbrica, che so, di automobili. L'automobile che lui
costruisce non è sua. E quindi lui non la sente appartenegli. E quindi non si sente uomo, perché gli uomini
quando fanno qualcosa possiedono quella cosa che fanno. Sono le macchine, gli animali a non possedere
ciò che costruiscono. Quindi, prima cosa, alienato rispetto al prodotto che non è suo.

Secondo aspetto, il lavoratore è alienato rispetto alla sua attività,al suo modo di fare, al suo modo di
procedere, al suo modo di lavorare. Perché si scopre uno strumento per fini che sono estranei adesso. Cioè
lui lavora per qualcun altro, lavora per uno scopo che non ha deciso lui, che ha deciso qualcun altro. Quindi
il suo lavoro non gli appartiene neppure il lavoro, non solo il prodotto, ma neanche l'attività che fa gli
appartiene.

Terzo aspetto, il lavoratore è alienato rispetto alla sua essenza. Perché il lavoro che fa non è un lavoro
libero, un lavoro fantasioso. Qual è l'essenza dell'uomo? L'essenza dell'uomo è quella di dare libero sfogo
alla propria fantasia, alla propria creatività, la possibilità di creare quello che vuole. Pensate a quello che
fate voi, quando vi sentite pienamente realizzati uomini e esseri umani, quando appunto date libero sfogo
alle vostre idee e alla vostra fantasia. E l'operaio non può farlo, perché è costretto a svolgere un lavoro
ripetitivo in cui fa quello che gli viene detto di fare, in cui obbedisce agli ordini. E quindi anche lì si sente più
macchina che uomo, più bestia che uomo. E quindi è alienato rispetto alla sua essenza.

Quarto aspetto di questa alienazione economica è alienato rispetto al suo prossimo. Perché il suo prossimo,
l'altro della secchia, è l'uomo con cui lavora. Certo sono gli operai, ma soprattutto il suo prossimo è il suo
datore di lavoro, è il capitalista. E questo capitalista non ha con lui un rapporto paritetico, non sono alla
pari. Il capitalista lo domina, il capitalista lo sottomette, il capitalista gli dà appunto gli ordini. È un padrone.
E quindi c'è un rapporto che è di servo padrone, non un rapporto alla pari, come sarebbe invece lecito
aspettarsi tra uomini.
Allora vedete, nel lavoro di fabbrica il lavoratore non si riconosce più come uomo. Questo lavoro di fabbrica
è l'aspetto fondamentale della società moderna secondo Marx. L'economia, i rapporti economici come
vedremo tra poco, sono la base della società. Pertanto questa alienazione economica è la base di ogni
forma di alienazione. È vero che l'uomo si può sentire alienato anche in altre condizioni, in altre situazioni,
anche al di fuori della fabbrica. Ma alla base di ogni forma di alienazione c'è la fabbrica, c'è quello che
accade lì, c'è questo rapporto squilibrato tra uomo e lavoro, tra uomo e prodotto, tra uomo e datore di
lavoro.

Quindi l'idea di Marx che Marx inizia a elaborare è che se io risolvessi il problema economico, questa
alienazione economica, potrei risolvere tutte le altre forme di alienazione e potrei quindi risolvere questi
problemi, questa condizione così esasperata dell'uomo moderno. Tenete conto che tutta questa
alienazione economica si fonda in realtà sul possesso dei mezzi di produzione. Perché io mi sento alienato
rispetto al mio prossimo? Perché il mio prossimo è un padrone, lui possiede la fabbrica, io no. Perché mi
sento alienato rispetto alla mia attività? Perché il padrone mi impone di lavorare in un certo modo e non
posso liberamente creare. Se fossi un artigiano, se potessi decidere io cosa fare, non sentirei quella
alienazione.

Quindi capite, il problema risiede nel possesso dei mezzi di produzione, cioè nel fatto che io non possiedo la
fabbrica. Tra tutte le altre forme di alienazione che dipendono da questa, c'è in particolare un'alienazione
famosa che è l'alienazione religiosa su cui Marx si sofferma, ispirandosi in parte a Feuerbach. Già Feuerbach
aveva parlato di questa alienazione religiosa, cioè aveva detto che l'uomo aliena da sé le sue caratteristiche,
le riversa in Dio che è un'invenzione, e ha fede in Dio. Ecco, Marx è d'accordo per molti aspetti con
Feuerbach, anche se poi finisce per criticarlo.

Cosa pensa Marx? Che la religione sia un imbroglio, sia un inganno. Dio non esiste e gli uomini sono stati
tenuti per secoli, per millenni, sotto scacco, sotto il dominio delle classi dominanti che hanno usato la
religione per sottomettere gli uomini. C'è una celeberrima frase di Marx, tratta dagli Annali Franco-
Tedeschi, la religione è l'oppio dei popoli, dice Marx. Cioè la religione è una sorta di narcotico, di droga che
le classi dominanti hanno rifilato alle masse per tenerle buone.

Perché? Perché la religione cosa ti promette? Ti promette che è vero che adesso in questa terra tu soffri,
ma che avrai una ricompensa nell'aldilà. E quindi ti dice, non ribellarti, non criticare il potere oggi, perché se
sarai buono, se sarai mansueto, se sarai sottomesso, verrai ricompensato nell'aldilà e ti promettiamo il
paradiso. È uno strumento del potere, secondo Marx, con cui il potere ti sottomette, ti dice stai buono,
promettendoti falsamente una ricompensa poi.

Per questo c'è anche una critica a Feuerbach, perché Feuerbach aveva detto qualcosa di simile, ma l'aveva
vista come un rapporto personale. L'uomo alienava da sé certe caratteristiche e non si prendeva la
responsabilità della sua vita. Marx dice che non è solo un rapporto dell'uomo, non è solo l'uomo ad alienare
da sé queste caratteristiche, è il potereche gioca sulla religione. La religione è uno strumento di controllo
politico e quindi per liberarsi da questa alienazione religiosa non basta capire cos'è un'alienazione, bisogna
cambiare la politica o meglio ancora bisogna cambiare l'economia, bisogna rovesciare i rapporti di
produzione. Se io rovescerò i rapporti di produzione e se libererò l'uomo dall'alienazione economica cadrà
anche l'alienazione religiosa.

A questo punto Marx è pronto per elaborare una propria dottrina dello Stato, della politica, dell'economia e
già nell'ideologia tedesca, un libro che inizia a scrivere ancora relativamente giovane ma verrà pubblicato
postumo, inizia a elaborare una concezione che verrà chiamata concezione materialistica della storia.

Come vi dicevo prima Hegel e gli idealisti ci hanno insegnato una storia ideale, hanno detto che la storia
viene guidata dall'idea, dall'assoluto, dallo spirito, dall'astratto. Noi dobbiamo rifiutare quella visione,
bisogna invece guardare alla storia concreta, come vi dicevo prima, alla storia materiale degli individui,
perché alla fine è questo che guida la storia, sono i rapporti materiali, sono le condizioni materiali. Tanto è
vero che Marx arriverà a dire che la storia in realtà è storia del lavoro, cioè è storia di come l'uomo ha avuto
delle aspirazioni, dei desideri, dei bisogni e ha cercato progressivamente nel corso della storia di soddisfare
questi bisogni.

Cos'è il progresso tecnologico se non l'uomo che tenta di trovare mezzi per cacciare, sopravvivere, coltivare
meglio, vivere meglio, eccetera. Alla fine la storia è storia di come l'uomo cerca di sopravvivere e cioè è
storia del lavoro e cioè è storia materiale. Materialismo storico vuol dire questo, guardare alle condizioni
concrete e materiali dell'esistenza umana e come queste si sono evolute nel corso dei secoli.

Ragionando in questi termini, Marx inizia a vedere che in ogni epoca storica si va a formare un binomio, c'è
un rapporto dialettico tra due elementi che si rapportano tra loro. Lui le chiama forze produttive e rapporti
di produzione. Cioè da un lato ci sono i lavoratori, chi lavora, la forza lavoro possiamo dire meglio, ci sono i
mezzi di produzione, cioè gli strumenti che si usano, ci sono le conoscenze tecniche che entrano in gioco e
questi sono le forze produttive. Dall'altro ci sono i rapporti di produzione, cioè ci sono i contratti, le leggi,
che stabiliscono come il prodotto viene poi ripartito, chi detiene i mezzi di produzione e così via.

Facciamo un esempio concreto per capirci. Pensiamo ad esempio all'età feudale, medioevo. Cosa abbiamo?
Abbiamo delle forze produttive che sono i contadini ad esempio, che lavorano la terra, soprattutto loro, il
grosso era mondo agricolo, quindi i contadini che lavorano la terra, eventualmente le bestie che trainavano
l'aratro, eccetera. Ci sono dei mezzi di produzione, l'aratro ad esempio, i campi, eccetera. Ci sono delle
conoscenze tecniche, ad esempio la rotazione triennale, perrineuna, oppure la semina, il raccolto, eccetera.
Questo era la forza produttiva tipica dell'età feudale medievale.

I rapporti di produzione quali erano? Erano i contratti, i rapporti tra chi lavorava. Ad esempio il feudalesimo
rappresentava un rapporto di produzione perché stabiliva che la terra fosse data in mano al feudatario e
che il contadino la lavorasse tramite le corvée tot giorni al mese, oppure che ci fosse la servitù della gleba,
oppure altre forme di contratto di questo tipo.

Questi rapporti di produzione da un lato e forze produttive dall'altro rappresentavano una base economica,
dice Marx. Cioè la base economica di quell'epoca. L'epoca feudale aveva questa base. La chiamava anche
modo di produzione di quell'epoca, la chiamava anche struttura di quell'epoca. Da questa base economica
però deriva tutta una serie di conseguenze, cioè tutta una serie di sovrastrutture. Cioè questo era il modo in
cui era organizzata economicamente la società e la produzione agricola. Ma da questa derivavano potere
politico, leggi, cultura, arte, filosofia, eccetera. Cioè le leggi medievali erano figlie di questa organizzazione
economica, perché stabilivano ad esempio il diritto del feudatario ad amministrare la giustizia e a riscuotere
le tasse, eccetera. Dicevano anche quali diritti avevano i lavoratori, ma sempre partendo dal fatto che quei
lavoratori lavoravano la terra in quel modo, in quelle circostanze.

La cultura, ad esempio, che cultura c'era nel Medioevo? Beh, la cultura, che so, del romanzo cavalleresco, il
romanzo epico, la chanson de Roland, eccetera. Che però si fondano, se ci pensate bene, su una mentalità
che è una mentalità feudale. Una mentalità feudale che era il riflesso, dice Marx, dell'economia feudale. La
mentalità, la filosofia, tutto, la religione, sono riflessi diuna economia. Tutto deriva dall'economia.

Nell'età moderna, quando si è imposta, ad esempio, con la rivoluzione francese, la borghesia, cosa è
successo? Sono cambiate le forze produttive perché non c'è più magari il contadino medievale ma c'è
adesso l'operaio che lavora in fabbrica. Sono cambiate le conoscenze tecniche perché non c'è più la
rotazione triennale, c'è la catena di montaggio magari. Non ci sono più quei mezzi di produzione, non c'è
più l'aratro, c'è la fabbrica. Ma sono cambiati anche i rapporti perché non c'è più il feudalismo, c'è adesso il
capitalismo, quindi ci sono contratti di lavoro, ci sono ripartizioni di prodotti in maniera diversa, eccetera.

Ma quindi è cambiata l'economia, c'è un'economia borghese, ma di riflesso è cambiata anche la mentalità
perché adesso c'è una mentalità borghese che porta a leggi di un certo tipo, a organizzazioni statali di un
certo tipo, a filosofie di un certo tipo. La filosofia borghese, pensate al positivismo, è completamente
diversa dalla filosofia medievale, pensate a San Tommaso. Ma questo perché? Non perché è diversa la
mentalità, ma perché è diversa l'economia. È tutto un riflesso dell'economia. Porta a una cultura diversa il
romanzo borghese, che è molto diverso dal romanzo medievale. Il cavalleresco l'asse esaltava la cavalleria e
quindi il feudalismo e quindi quel sistema economico. Qui si esalta la borghesia, l'imprenditorialità e quindi
un altro sistema economico.

Allora, sovrastruttura vuol dire cultura, arte, religione, stato, leggi, eccetera. Sono tutti riflessi della
struttura. La struttura economica, la sovrastruttura è tutto il resto, che però si appoggia sull'economia.
Quando cambia l'economia, la sovrastruttura cambia di conseguenza. Magari ci vuole un po' di tempo, ma
cambia di conseguenza.

E però, quando è che cambia la base, quando è che cambia la struttura, quando è che cambia l'economia?
Marx prova a dare una sua visione. Secondo lui, questi rapporti di produzione e queste forze produttive si
identificano di epoca in epoca con una classe. C'è sempre una classe sociale in ascesa che tende a
identificarsi con le forze produttive e c'è sempre una classe sociale dominante ma in declino che tende
invece a configurarsi, a rapportarsi come rapporti di produzione con i rapporti di produzione. Pensate
all'età del capitalismo in cui Marx scrive. I rapporti di produzione sono dominati dalla borghesia. È la
borghesia che stabilisce le leggi, che stabilisce chi detiene il potere. E quindi i rapporti di produzione sono in
mano alla borghesia. Classe dominante ma che forse inizia già a perdere un po' di smalto, a perdere un po'
di forza.
Invece le forze produttive si legano maggiormente a una classe in ascesa, al proletariato, perché le forze
produttive soprattutto si legano con gli operai in fabbrica. E questa classe, quella proletaria, è una classe
che non ha il potere ma sta crescendo, sta aumentando di numero, si stava rafforzando e mira a prendere il
potere. Quindi capite, c'è un contrasto, un conflitto. D'altronde, se ci pensate bene, le forze produttive
mutano molto rapidamente perché si basano anche sulle conoscenze tecniche e le conoscenze tecniche
mutano. Quando io invento la fabbrica, nel giro di pochi anni cambia tutto il modo di produrre. Quando
invento la catena di montaggio, nel giro di pochi anni cambia tutto il modo di produrre. E quindi cambia
anche il lavoratore di cui ho bisogno. Prima avevo bisogno dell'artigiano, poi ho bisogno dell'operaio, poi ho
bisogno dell'operaio macchina, come si diceva una volta, dell'operaio non specializzato. Quindi c'è una forte
evoluzione, una forte spinta innovativa nelle forze produttive.

Per questo la classe in ascesa inizia a premere, a crescere, a modificarsi rapidamente. Nei rapporti di
produzione invece è mutamente più lento perché i rapporti di produzione si basano sui contratti, sulle leggi
e i contratti e le leggi arrivano sempre dopo, sempre un po' in ritardo rispetto ai mutamenti della società. La
società e la tecnica si evolvono molto più in fretta delle leggi. Quindi i rapporti di produzione tendono a
essere statici, non dinamici. E anche la classe borghese che si identifica in questo momento storico con quel
ramo della questione tende a essere statica. Pertanto si arriva a un attrito.

Ripeto, le forze produttive si muovono in fretta, vengono rappresentate in una classe sociale in ascesa che
vuole il potere. I rapporti di produzione sono più lenti, sono più statici e rallentano. Quindi c'è proprio come
l'idea di una frizione, di uno scontro dialettico tra le due classi.

Cosa accade normalmente nella storia secondo Marx? Accade che a un certo punto l'equilibrio tra le due
classi si rompe. La classe in ascesa sconfigge di solito con una rivoluzione la classe in declino e la scalza, la
caccia via. Ad esempio la rivoluzione francese è proprio un esempio di questo tipo. C'era da un lato la
nobiltà che era la classe dominante, però ormai statica, ormai passiva, ormai incapace di rinnovare la
propria forza. E c'era una classe in ascesa, la borghesia, invece molto [Link] è accaduto? La classe
borghese a un certo punto è entrata in conflitto con la classe nobiliare e l'ha proprio cacciata via. Si è
arrivati alla rivoluzione francese in cui la borghesia ha cancellato la nobiltà ed è diventata essa stessa classe
dominante. Prima o poi arriverà di nuovo una rivoluzione di questo tipo. La classe in ascesa, i proletari,
scalzeranno i borghesi.

A questo punto, come vi dicevo, nel 1848 Marx insieme ad Engels scrive il manifesto del partito comunista
che è un libricino abbastanza agile, divulgativo, vi dicevo dove non c'è tantissima filosofia, non di più di
quella che abbiamo già detto, però ha un grande successo perché diffonde l'idea. In questo libro Marx tra
l'altro non è così tanto critico verso la borghesia, nel senso che la borghesia è stata per molto tempo una
classe dinamica, una classe che ha cambiato la faccia del mondo, ha saputo rinnovarsi. Il proletariato deve
un po' imparare, in un certo senso, anche dalla borghesia, ma adesso è arrivato il momento in cui devono
solo imparare ma anche scalzare la borghesia, deve metterla da parte. Ovviamente per riuscire a scalzarla
deve mettere in atto una lotta di classe.
Quel rapporto che dicevo prima, l'attrito tra le classi sociali, tra le forze produttive e i rapporti di
produzione, deve essere messo in campo dallo stesso proletariato, che deve agire come classe in lotta
contro la classe borghese, imparare dai borghesi che hanno fatto la rivoluzione francese. Per realizzare
questo bisogna però anche passare a una dimensione internazionale, perché ormai il capitalismo è
internazionale, allora anche il proletariato deve diventare internazionale. La lotta deve essere fatta a livello
globale. Infatti la celebre frase con cui si conclude in pratica il manifesto è «Proletari di tutto il mondo,
unitevi!», cioè iniziamo a lottare insieme.

Ma dopo il manifesto, come vi dicevo, Marx inizia anche a lavorare al capitale, che è l'opera più tecnica, più
difficile, ma anche più importante della sua produzione, un'opera in cui Marx riversa anche tutta una serie
di studi economici che aveva fatto negli anni precedenti. Marx studia i grandi economisti borghesi, studia
Adam Smith, studia David Ricardo e analizza il loro pensiero, cercando di vedere quali sono i pregi della loro
analisi e quali sono i difetti. Il difetto principale è quello di aver pensato, questi economisti, che il
capitalismo fosse per sempre, direi, cioè che il sistema capitalistico non fosse un effetto della storia, ma
fosse un sistema destinato a dominare per sempre. Invece, secondo Marx, il capitalismo è un effetto dello
sviluppo storico. Come avevo detto prima, prima c'era il sistema feudale, poi è arrivato il sistema
capitalistico e questo vuol dire che il capitalismo non c'è sempre stato e non è destinato ad esserci per
sempre. È possibilissimo che in futuro anche il capitalismo venga scalzato da un nuovo sistema economico,
il socialismo, che dovrà sostituirsi al capitalismo.

Questo come sarà possibile? Per capire come avverrà questo rovesciamento bisogna studiare bene il
capitalismo. In primo luogo Marx è convinto che questo capitalismo abbia in sé i germi della sua rovina,
abbia in sé dei difetti strutturali, che lui si premura di rimarcare proprio nel capitale. Quali sono i difetti del
capitalismo? In prima cosa Marx studia il valore delle merci e distingue sulla scorta di quanto avevano già
detto in parte anche Smith e Riccardo, quegli economisti borghesi di prima, distingue tra un valore d'uso e
un valore di scambio.

Il valore d'uso è il valore che deriva dall'utilità che la merce ha per chi la utilizza. Per me il valore d'uso di un
libro che mi ha cambiato la vita è molto alto, anche se poi in realtà il prezzo del libro, il valore reale
oggettivo del libro è relativamente basso, il libro costa pochi euro. Ma per me, per l'uso che io ne faccio di
quel libro, il valore è inestimabile. Mentre per un altro, uno che non legge, il valore d'uso di un libro è
scarso, magari lo usa per fare da arredamento nella libreria. Quindi il valore d'uso dipende dall'utilizzo che
ne facciamo.
Il valore di scambio invece è un altro valore e dipende, sempre sulla base di quello che avevano già detto gli
economisti borghesi, dice Marx, dalla quantità di lavoro necessaria per produrre quella merce. Cioè, ad
esempio, pensate a un'automobile. Perché l'automobile ha un valore di scambio alto? Perché per produrre
e realizzare un'automobile servono materie prime, intanto abbastanza costose, ma poi tante, tante ore di
lavoro. Tanti operai che ci lavorano per tante ore di lavoro. Quindi un prodotto che viene realizzato con
tante ore di lavoro, con una forza lavoro elevata, ha un valore di scambio più alto di un prodotto che viene
realizzato in cinque minuti da un artigiano che lavora da solo, magari, capite? Ecco.

Perché fa questa analisi Marx, che era una cosa che in realtà avevano in parte già detto gli economisti
borghesi? Perché lui vuole sottolineare che le merci non hanno valore di per sé. L'errore dell'età moderna,
del capitalismo, è quello di pensare che le merci abbiano valore di per sé. È quello di cadere nel
cosiddettofeticismo delle merci. Feticismo delle merci vuol dire, nell'ottica marxista, proprio questo. Cioè
pensare che le merci detengano un valore intrinseco. Non è così. Le merci hanno valore perché dietro alle
merci, dietro al prodotto, c'è qualcuno che ci ha lavorato. Il valore delle merci dipende dal lavoro, deriva dal
lavoro. Dietro alla merce c'è sempre un operaio che lavora. Quindi capire questo ci porta anche a capire che
ogni merce, che sia il prodotto finito, che sia anche la forza lavoro, necessita di un lavoro dietro ad esso,
necessita di un operaio che produce quella merce.

Queste premesse permettono a Marx di analizzare come si produce valore nel capitalismo. Perché lui dice,
in primo luogo, proviamo a vedere qual è lo schema economico del capitalismo e confrontiamolo con gli
schemi economici precedenti. Partiamo da quello precedente, partiamo dal Medioevo, l'età feudale di cui
parlavamo prima. Lo schema, secondo Marx, della produzione e della base economica era MDMM. M sta
per merce, D sta per denaro. Merce, denaro, merce. Cosa accadeva in pratica? Il contadino lavorava la
terra, produceva una merce, quindi M è il punto di partenza del meccanismo economico. Si lavorava, si
produceva una merce. Quella merce veniva venduta o passata, scambiata con denaro, quindi dalla merce si
passava al denaro. Quel denaro veniva utilizzato dal contadino, dall'artigiano, da chi per esso, per comprare
altre merci. Perché il contadino che coltivava la terra aveva poi bisogno di vestiti, aveva bisogno di pagare le
tasse, aveva bisogno di beni di qualsiasi tipo. Quindi merce, denaro, merce. Produceva una merce, il
raccolto lo vendeva, otteneva del denaro. Con questo denaro comprava altre merci che gli servivano. MDM.
Era un'economia di autosussistenza quella medievale in cui non c'era cumulo di capitali. Tutto quel denaro
che si otteneva col raccolto lo si spendeva per vivere. D'altronde, in genere, si era mediamente piuttosto
poveri. E anche per dire che la nobiltà non accumulava capitali, spendeva tutto quello che aveva. Spendeva
in palazzi, spendeva in prestigio, eccetera. Non c'era l'idea di conservare il denaro, di mettere da parte il
denaro, di accumulare il denaro.

Il capitalismo invece non ha più questo schema MDM, merce, denaro, merce, ma ha uno schema diverso
secondo Marx, che è DMD primo. Denaro, merce, più denaro. Perché? Perché il punto di partenza non è più
il lavoro, non è più la produzione, è il denaro. Il capitalista parte con un capitale, cioè di soldi che ha già
pronti, che vuole investire. Quindi si parte dal denaro. Questo denaro viene investito per produrre una
merce. Il capitalista ha il suo bel gruffolo di soldi, costruisce la fabbrica, assume gli operai, spende questi
soldi per produrre delle merci. Quindi DM. Queste merci poi vengono rivendute sul mercato, immesse sul
mercato, ma lo scopo del capitalista non è riottenere gli stessi soldi che ha investito all'inizio. Lo scopo del
capitalista è quello di ottenere un profitto. Quindi quando rivende la merce vuole guadagnarci e vuole
ottenere non più D, cioè il denaro investito in partenza, ma un D primo che è evidentemente maggiore di D.
Cioè mettiamo che investa 100.000 euro. Produce una merce e non vuole più ottenere dalla venta della
merce 100.000 euro, vuole ottenere 110.000, 120.000 euro, vuole avere un profitto. Questo è lo scopo.
Quindi DMD primo, denaro, merce, più denaro.

Ora il dubbio che si pone Marx è se questo è lo schema del capitalismo, e lui ne è convinto. Com'è possibile
che si produca più denaro che non in partenza? Cioè qui c'è una sorta di meccanismo strano per cui investo
100 e ottengo 110. Com'è possibile che investendo 100 ottengo 110 quando prima non accadeva questo?
Nelle epoche precedenti la conversione da merce a denaro era totale. Ora invece sembra che in questo
passaggio DM si generi un valore aggiuntivo, più denaro. Quel più denaro è un mistero che Marx si
ripropone di svelare. Quel plus denaro, come lo chiama lui, bisogna capire da dove trae origine. E secondo
Marx quel plus denaro si basa su un plus valore. Questa è la dottrina del plus valore. Cos'è il plus valore? È
in pratica il valore in più che la merce assume in questa catena, in questo passaggio, in questa struttura
produttiva. Com'è possibile che la merce che in partenza costava 100, alla fine valga 110? Allora bisogna
capire dove si origina questo plus valore. Secondo Marx questo plus valore trae origine della particolare
merce che il capitalista compra. Perché quando investe 100, costruisce la fabbrica, assume gli operai,
compra le materie prime e così via. Il problema, o meglio l'inghippo, sta nel paga gli operai. Perché gli
operai vendono la loro forza lavoro, che è una merce. Il capitalista effettivamente compra la forza lavoro.
Paga la forza lavoro come se fosse una merce. Ma questa merce ha la capacità di produrre [Link] ho
detto che il valore dipende dalla quantità di lavoro prestato. Il lavoro produce valore. E che vuol dire che gli
operai lavorando vengono pagati X. Loro producono valore. E che vuol dire che gli operai lavorando
vengono pagati X, ma producono qualcosa che non vale X, ma che vale X più X primo. È un X più alto perché
loro lavorando producono valore.

Il che vuol dire anche però che gli operai vengono pagati meno di quanto meriterebbero, perché gli operai
vengono pagati sulla base del loro valore di scambio. Cioè la loro forza lavoro viene pagata sulla base delle
leggi del mercato, come se fosse una merce e quindi sulla base del valore di scambio. E quindi viene pagata
per quello che serve all'operaio per rigenerare la sua forza lavoro.

Vi ricordo che il valore di scambio è la quantità di lavoro necessaria per produrre quella merce. Allora, il
valore di scambio di un operaio, della forza lavoro di un operaio, è quello che gli serve per rigenerare la sua
merce. Cioè, quello che gli serve per pagare un affitto e per vivere, per campare, il minimo indispensabile.

Tra l'altro, dice Marx, in una situazione di disoccupazione endemica, la paga dell'operaio è sempre bassa
perché per la legge della domanda e dell'offerta ci sono più operai di quanti posti di lavoro ci siano e quindi
il capitalista paga sempre il minimo indispensabile all'operaio. Ma l'operaio pagato poco produce un valore
che è maggiore di quello che il capitalista spende per pagargli lo stipendio, il salario. Capite? Quindi
l'operaio produce un plus valore. È come se lavorasse un tot di ore pagato e un tot di ore invece lavorasse
gratis per il capitalista. Capite?

Il capitalista magari paga, fa lavorare l'operaio otto ore. Per sette ore gli dà la paga. Per un'ora in pratica lo
imbroglia perché quello che l'operaio produce in quell'ora di lavoro in più è tutto guadagno, è tutto profitto
dell'operaio. In pratica è il profitto del capitalista. In pratica il profitto del capitalista si fonda sullo
sfruttamento del lavoratore. Se non ci fosse questo sfruttamento non ci sarebbe quel di primo. Perché il
denaro guadagnato dal capitalista sarebbe uguale al denaro speso per pagare materie prime, merci,
fabbrica e soprattutto stipendio degli operai.

In pratica il capitalista trae profitto pagando meno del dovuto il salario degli operai. Tutto questo ci porta a
capire la natura del capitalismo che come vi dicevo si basa sullo sfruttamento, si basa sul fatto che il plus
valore deriva dal plus lavoro degli operai. Gli operai lavorano di più di quanto siano pagati. Il valore che gli
viene corrisposto nel salario non corrisponde al valore che loro creano. È come se lavorassero gratis plus
lavoro.

Ma tutto questo secondo Marx certo arricchisce il capitalista però porterà il capitalismo a una crisi secondo
Marx perché già in questa struttura economica, in questi meccanismi che adesso approfondiremo ancora
un attimo, si vedono i difetti strutturali del capitalismo. Il capitalismo ha dei difetti. Ha dei difetti secondo
Marx economici, strutturali, che sono insiti nella sua natura e che lo porteranno probabilmente alla rovina.

Ma in Marx c'è un'ansia non sempre chiarissima però l'aspettativa che il capitalismo prima o poi crollerà da
solo perché i suoi difetti saranno talmente grandi da farlo cadere. Certo gli operai dovranno lottare per
accelerare questo meccanismo di caduta del capitalismo ma il capitalismo non può stare in piedi all'infinito
in questo modo.

E allora vediamoli questi difetti strutturali. Per vederli però dobbiamo introdurre alcuni elementi economici,
alcune definizioni economiche che Marx poi utilizza.

In primo luogo lui distingue tra due forme di capitale. Il capitalista porta i soldi e fa partire tutta la sua
impresa economica con un capitale, i soldi, il denaro di partenza. Ma in realtà bisogna distinguere secondo
Marx tra capitale variabile e capitale costante, così li definisce.

Il capitale variabile sono i salari. Sono quanto il capitalista spende per pagare gli operai. Variabile perché il
numero di operai può cambiare, può aumentare o diminuire. Quindi questa spesa, questa voce di spesa
può variare.

Il capitale costante invece, dice Marx, è la spesa che il capitalista compie per le macchine, per i macchinari.
Quindi un po' del suo capitale va investito in stipendi, in salari, un po' va investito nelle macchine.
E questa è la prima cosa da tenere presente, poi la riprendiamo. Seconda cosa da tenere presente, per
capire bene come funziona il meccanismo economico, bisogna introdurre due saggi. La parola saggio in
economia e anche nel linguaggio di Marx vuol dire rapporto, è un'equazione, una divisione, un rapporto.
Allora lui chiama saggio del plus valore e saggio del profitto.

Il saggio del plus valore è dato, ve lo mostro anche a schermo, dal rapporto tra plus valore e capitale
variabile. Vi ricordo che il capitale variabile sono i salari. Allora il plus valore è quel di primo, o meglio la
differenza tra di primoe di, quel valore in più che si acquisisce con la produzione. Il capitale variabile sono i
salari. Cosa indica questo saggio del plus valore? Chiaramente ci indica quanto sfruttamento c'è in una
fabbrica. Più è alto il saggio del plus valore, cioè più il plus valore è alto rispetto ai salari, più significa che il
capitalista trae vantaggio dallo sfruttamento degli operai. Perché il plus valore, vi ripeto, è sostanzialmente
il profitto, anche se non è esattamente profitto, ma per far breve, è il profitto del capitalista.

Il capitale variabile è quanto spende i salari. Se spende meno il rapporto al profitto, vuol dire che sfrutta
molto gli operai. Quindi questo saggio del plus valore ci indica la percentuale di sfruttamento di una
fabbrica. Ma poi introduce anche un altro saggio che è il saggio di profitto, che è il rapporto tra sempre il
plus valore al numeratore e la somma tra capitale variabile e capitale costante invece al denominatore.
Questo saggio del profitto è più interessante perché, adesso ne parleremo tra poco, indica il rapporto tra il
plus valore e la somma degli investimenti nelle macchine e degli investimenti nei salari.

Poste queste premesse, Marx dice che i capitalisti, capito come funziona il meccanismo, hanno provato e
stanno provando in quest'epoca ad aumentare sempre di più il plus valore, ad aumentare il loro profitto,
perché il profitto deriva dal plus valore. E come si può aumentare il plus valore? Ci sono due modi principali,
secondo Marx:

Aumento assoluto del plus valore.

Aumento relativo del plus valore.

Visto che il plus valore dipende dallo sfruttamento, da quanto lavoro fanno gli operai, si può aumentare, ad
esempio, questo è l'aumento del plus valore assoluto, il numero di ore che gli operai prestano alla fabbrica.
Vi ho detto, poniamo che l'operaio lavori otto ore. Io gli corrispondo, se sono il capitalista, a un salario che
corrisponde più o meno a sette ore di lavoro, vuol dire che quell'ora in più di lavoro che l'operaio fa me la
dona gratis. Quello che produce in quell'ora è tutto riguadagnato per me. Ma se io invece di farlo lavorare
otto ore lo faccio lavorare nove ore, allora il plus lavoro non sarà più di un'ora, sarà di due ore e quindi il
plus valore aumenterà perché il plus valore dipende dal plus lavoro. Capite? Se io lo faccio lavorare dieci
ore, un ulteriore guadagno in più.

Ecco, un modo che i capitalisti hanno tentato di sfruttare per aumentare il loro plus valore è stato quello di
far lavorare di più gli operai. Tenere in fabbrica più tempo, più ore. Questo modo viene chiamato aumento
del plus valore assoluto, ma dice Marx funziona certo dal punto di vista del capitalista, ma ha un limite. Che
gli operai a un certo punto non ce la fanno più. Ovviamente non puoi aumentare in maniera indefinita il
numero di ore di lavoro. Gli operai hanno bisogno anche del riposo per poter essere di nuovo attivi il giorno
dopo. E quindi non puoi andare oltre un certo limite. Quindi questo aumento del plus valore assoluto è
stato utilizzato soprattutto nelle prime fasi del capitalismo, quando gli operai lavoravano anche 12 ore, 13
ore al giorno.

Ma in tempi più recenti, dice Marx, si è preferito l'aumento del plus valore relativo. In cosa consiste questo
aumento? Invece di far lavorare di più gli operai, più ore, li si fa lavorare, tra virgolette, meglio. Cioè, cosa
accade? Se io, ad esempio, compro una macchina nuova, innovativa, che fa lavorare più in fretta gli operai,
perché, che so, un nastro trasportatore che è più veloce, allora l'operaio lavora magari sempre a 8 ore. Ma
se prima in 8 ore produceva, non so, 80 pezzi, deve fare un pezzo della macchina, ne faceva 80 in 8 ore. Se
io accelero il processo produttivo e faccio arrivare i pezzi più velocemente, lui in 8 ore magari non ne farà
più 80, ma ne farà 90, 100. Pur lavorando sempre a 8 ore. Allora, dicono i capitalisti, io faccio lavorare
l'operaio sempre lo stesso numero di ore, ma ne aumento la produttività. Gli faccio produrre più cose nello
stesso numero di ore. E quindi è come se lui, invece, prima dicevo, lavora 7 ore per ripagare il salario e
un'ora la regala. Aumentando la produttività riduco quelle ore necessarie a ripagare i salari. Invece di
lavorare 7 ore per ripagare i salari, lo lavorerò 6 ore per ripagare i salari e quindi 2 ore saranno donate
gratuitamente. Capite? Un altro modo per aumentare la produttività, per aumentare il plus valore, è
aumentare la produttività. E i capitalisti hanno fatto questo, ma questo ovviamente porta a investimenti
molto forti nelle macchine. Perché se io voglio aumentare la produttività devo migliorare i macchinari, devo
migliorare la tecnologia. E quindi questo vuol dire che il capitalista inizia a spendere sempre di più in
macchine. Cosa che diventerà un problema per i capitalisti. Inoltre, i capitalisti tendono a fare un altro
errore, che adesso vediamo subito che riprenderemo, quello di buttarsi a capofitto nei settori più redditizi.
Cioè c'è quella cheMarx chiama una sorta di anarchia della produzione, che fa sì che quando c'è magari
un'innovazione, un nuovo prodotto che il mercato accoglie molto bene, positivo. Ma che ha un'innovazione,
un nuovo prodotto che il mercato accoglie molto bene, positivamente, quindi una nuova macchina, una
nuova automobile, l'autoibrida, che tutti vogliono comprare. Allora anche le fabbriche che non
producevano quella merce iniziano a produrre quella merce. Mettiamo che la Toyota, l'invento, lancia sul
mercato un'innovazione nelle automobili. È chiaro che nel giro di poco tempo tutte le altre fabbriche, la
Ford, la Fiat, eccetera, tenteranno di replicare l'innovazione della Toyota e inizieranno a fare modelli simili.

Allora, quando succede questo, quando tutte le fabbriche si buttano a capofitto su un settore che sembra
redditizio, avviene quella che Marx chiama l'anarchia della produzione, cioè di colpo troppe fabbriche
producono lo stesso prodotto. Quando magari il mercato non è in grado di assorbire quel prodotto, perché
è vero che all'inizio c'era una domanda, ma questa domanda si satura molto in fretta. Si arriva cioè a una
crisi di sovrapproduzione, che secondo Marx è tipica del capitalismo.
Mentre nell'età precedente, l'età feudale, ad esempio, il nostro esempio classico, le crisi erano sempre crisi
di sottoproduzione, perché il problema è che arrivava il brutto tempo, la carestia e quindi mancava il
raccolto e quindi si moriva di fame, si produceva meno di quello di cui c'era bisogno. Nel capitalismo ci sono
crisi di sovrapproduzione, si produce di più di quello che c'è bisogno. Ad esempio si producono troppe
automobili ibride quando la gente che vuole comprare le automobili ibride non è tantissima.

Allora cosa succede? Le fabbriche hanno prodotto queste automobili e queste automobili vanno invendute,
non vendute. E quindi crisi di sovrapproduzione, si produce troppo rispetto a quello che il mercato è in
grado di assorbire. E questo è un effetto tipico del capitalismo secondo Marx, che potrebbe portare a una
grande crisi.

Non è l'unico, perché l'altro grande elemento di crisi, l'altro grande difetto strutturale del capitalismo, ce l'è
berrimo, è la cosiddetta caduta tendenziale del saggio di profitto. Prima vi ho detto che il saggio di profitto è
il rapporto tra il plusvalore al numeratore e la somma tra capitali costanti e capitali variabili al
denominatore. Cioè, detto in altri termini, il saggio di profitto è il rapporto tra il plusvalore e quanto il
capitalista spende in macchine e salari.

Ora, prima vi ho detto che il capitalista, memore del tentativo di aumentare il plusvalore, quindi l'aumento
del plusvalore relativo, e memore anche della concorrenza, perché tanti altri capitalisti gli fanno
concorrenza, è spinto ad aumentare progressivamente gli investimenti nelle macchine. A spendere sempre
di più in innovazione, tecnologia, in ricerca, per creare macchine che funzionano sempre meglio, che
migliorano sempre la produttività.

Ora, se il capitalista fa questo, noi secondo Marx potremmo assistere di anno in anno a un aumento delle
spese per le macchine, sempre maggiore, sempre più forte, che arriverà a far crescere il numeratore di
questo saggio di profitto più velocemente di quanto non cresca il plusvalore. È chiaro che se io compro
macchine, aumento anche il plusvalore, ma il plusvalore, memore della concorrenza, complici tutti questi
problemi, il plusvalore aumenterà più lentamente di quanto non aumenti il denominatore, cioè la spesa,
cioè l'investimento.

Il che vuol dire che il saggio di profitto tenderà a calare. Caduta tendenziale del saggio di profitto vuol dire
questo. Di anno in anno il saggio di profitto tenderà sempre di più a scendere, a scendere, a scendere
progressivamente. E questo è un difetto, perché il capitalismo nasce come un sistema di accumulazione,
nasce come un sistema per generare profitto.

Il capitalista, vi ho detto all'inizio, investe i soldi perché vuole guadagnarci qualcosa. Ma dove si va?
Progressivamente il guadagno, il profitto del capitalista cala. Cala progressivamente, fino quasi a tendere a
zero. E quindi il capitalismo ha un difetto. Nasce per uno scopo e non lo realizza. E prima o poi questo
difetto porterà, pare, alla caduta del capitalismo stesso.
Il capitalismo forse quindi è destinato a crollare anche da solo, ma come vi dicevo il proletariato deve
lottare per accelerare questa caduta. E qui arriviamo all'ultimo discorso da fare, che è quello sulla
rivoluzione. Come farà il proletariato a scalzare la borghesia, a prendere il potere, eccetera?

Allora Marx è un po' ondivago, diciamo, negli anni su questa questione. In più delle volte parla di una
rivoluzione vera e propria. D'altronde la borghesia ha preso il potere con la rivoluzione francese. È
presumibile che anche il proletariato dovrà prendere il potere con una rivoluzione, anche armata, anche
violenta.

In altri scritti però sembra anche ammettere che ci si possa arrivare al potere anche per via democratica,
anche senza fare per forza una rivoluzione, anche vincendo le elezioni. Però, insomma, c'è una certa
ambiguità in Marx. D'altronde tutto il discorso su cosa fare dopo, una volta aver preso il potere, in Marx è
poco chiaro. Si parla a volte di vuoto teorico, perché Marx non ha sempre chiarito esattamente cosa
sarebbe dovuto accadere.

Diciamo che il testo più importante in questo sensoè la critica del programma di Gotha, che hanno scritto
nel 1875, quindi anche tardo, negli ultimi anni della sua vita, in cui Marx sembra delineare due fasi post-
rivoluzionarie per descrivere come il socialismo si sarebbe dovuto imporre. Due fasi che a volte vengono
chiamate fase socialista alla prima, fase comunista alla seconda. In cosa consistevano? Allora, nella prima
fase il proletariato doveva prendere il potere e doveva prendere soprattutto possesso di tutti i mezzi di
produzione, cioè le fabbriche dovevano passare in mano allo Stato controllato dai proletari, quindi
dovevano essere tolte alla borghesia, bisognava statalizzare i mezzi di produzione.

Questo primo fase infatti doveva portare a quella che Marx chiama una dittatura del proletariato, cioè il
proletariato deve prendere in mano lo Stato e dominare senza seguire le classiche norme della democrazia,
perché bisogna agire in fretta, bisogna agire risolutamente, evitare che la borghesia tenti di riprendere il
potere, quindi agire anche con una certa fermezza. Ma questa è una fase transitoria, quindi dittatura sì, ma
dittatura intanto di una classe che è numericamente molto ampia, perché sarebbe, dice Marx, la prima
dittatura della maggioranza sulla minoranza.

Ma chiaramente questa fase è una fase di passaggio, non è il punto d'arrivo, bisogna superare anche la
dittatura. Però in questo momento dittatura del proletariato. Quindi:

Statalizzare i mezzi di produzione.


Abolire l'esercito e sostituirlo, dice Marx, con un corpo di operai armati.

Abolire il Parlamento anche e sostituirlo con una serie di delegati nominati al suffraggio universale e
sempre rimovibili.

Abolire il privilegio burocratico, cioè togliere dalle cariche dello Stato tutti quei funzionari che sono lì per
eredità oppure perché appartengono alle classi agiate e sempre mettere dei delegati, cioè eletti al
suffraggio universale dal basso.

In questo modo si impone la fase socialista, dittatura del proletariato, in cui, dice Marx, però vige ancora un
sistema di giustizia distributiva, cioè in cui la gente viene pagata e riceve incarichi e meriti sulla base dei
propri meriti, cioè in base a quanto lavora. Cioè, voglio dire, lo stipendio dell'operaio dipende anche da
quanto lavori, dall'incarico che hai, eccetera.

Questa fase però va superata, bisogna arrivare a una seconda fase, quella chiamata fase comunista, in cui
però c'è grande vaguezza in Marx. Mentre in questa prima fase qualcosa dice, sulla seconda non si capisce
bene esattamente come si sarebbe dovuta imporre, perché secondo Marx a un certo punto, liberati dalla
mentalità borghese, un po' alla volta, gli operai avrebbero dovuto capire che non bisogna intanto seguire
una giustizia distributiva, ma una giustizia egalitaria, in cui non si viene più pagati sulla base di quanto
lavori, ma si viene pagati sulla base del bisogno.

Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni. Cioè, a un certo punto, anche il
concetto di stato, di potere, dovrebbero sciogliersi. Non dovrebbe più essere lo stato capitalista che
possiede i mezzi di produzione, ma si dovrebbe installare un nuovo tipo di comunità dove si è tutti alla pari,
dove si lavora insieme, dove l'egoismo è bandito e dove si lavora per il bene comune.

Ma come questo si sarebbe dovuto realizzare, non si capisce del tutto bene. Per questo i rivoluzionari
marxisti nel corso del Novecento avranno qualche difficoltà poi a immaginare lo stato post-rivoluzionario.
Ecco, questo molto sinteticamente, spero in maniera abbastanza chiara, è Marx. Sono le idee fondamentali
della filosofia di Karl Marx.
In descrizione, come al solito, trovate i titoletti che sono comparsi qui. Se volete riascoltare un pezzo o un
altro, trovate anche il link alla playlist completa con i video su Marx più estesi, con più esempi, con più
ragionamenti, con più dettagli. Quindi se non avete mai studiato Marx, guardate prima là. Se invece vi
serviva solo come ripasso, bene, spero questo video.

In più in descrizione trovate anche il link alla playlist, il link ai social network, se volete seguirmi e rimanere
informati su quello che faccio e il link alla newsletter settimanale gratuita, anche quella, per ricevere una
volta a settimana una mail con i video che ho fatto, i podcast che ho fatto, i consigli di lettura, consigli di
visione ed altro ancora.

Basta, ho finito. Ci siamo stati, credo, più o meno in un'ora. Devo ancora montare il video, ma se ho tenuto
bene i conti, ci siamo. Ci vediamo presto per altri video, anche più normali, anche più calmi, di storia,
filosofia e educazione civica. Ciao, alla prossima!

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