Gli Emisferi

Blog di Federico Di Gregorio

  • Napoli solitaria

    Siamo nei vicoli del rione Sanità, l’ambientazione temporale scavalla il fascismo per arrivare a un Dopoguerra cauto nei progressi sociali; ci sono i circoli sotterranei di chi riconosce una sessualità sottaciuta nell’allegoria del maschio italico con le sembianze narrative di Mussolini, sottaciuta come tra gli antifascisti; nell’Italia che si sarebbe evoluta in sé stessa, delle famiglie larghe e povere di comprensione, nell’arte giustificata per non eccedere dall’industrializzazione del pensiero. Elvio, il protagonista del romanzo, un uomo colto e timido, è ispirato alla zio dell’autore Vincenzo Patanè, che trova una sua vasta produzione epistolare – sessantasei lettere alla sorella –, e cerca di ricostruire una vita intera dagli anni del bambino smarrito, seguendo il filo della sessualità emergente nella sfera personale e pubblica: «Nel soggiorno di casa erano esposti quattro dipinti incorniciati, che rappresentavano Narciso, Oreste ed Elettra, il Fauno danzante e Orfeo, Euridice ed Ermes. Erano questi ad attrarre magicamente l’attenzione di Elvio. Dopo avere conosciuto Egidio, li guardò con un interesse maggiore, rimanendo strabiliato da quali armonie potesse manifestare un corpo maschile».

    Elvio, al principio, esiste relativamente al padre Armando, un insegnante di Storia dell’Arte dalle idee rigide, che orienta la famiglia a un’educazione incasellata, delle tre ragazze e dei due maschi, e incontra la resistenza della Napoli popolare, isolando perciò i figli dal resto del rione ed essere certo di non perdere il controllo. Ma nei pochi momenti d’aria, la stretta su Elvio la perde, così Armando è costretto a scandagliare un cassetto chiuso per capire meglio cosa turba il giovane figlio in un’epoca dove la scoperta è personale prima che pubblica, esperienziale prima che letteraria. La morte del padre incontra così la rinascita di Elvio, o per meglio dire il riconoscersi nella differenza. La rivelazione avviene attraverso una pagina incontrata per caso, dove si racconta dell’avanguardia del cambio di genere, per l’epoca un’esplorazione etica più che medica. Elvio parte e isola sé stesso alla ricerca del proprio Io, fa cioè un passaggio comune in una situazione particolare: l’inesperienza del mondo. «Il 21 febbraio del 1953 Elvio si imbatté in una copia del periodico Tempo, in una sala d’aspetto di un medico. Mentre la stava sfogliando con una certa svogliatezza, fu folgorato da un articolo sul caso Jorgensen: “La mia battaglia per diventare donna”.»

    La spedizione per il cambio di sesso rimane una delusione annunciata, un modo di trovarsi che non lo soddisfa a fondo. A Napoli, riesce a incontrare uomini più esperti, tra cui Antimo, per caso in un bordello. Antimo sarà il suo primo amore fisico e idealizzato; così malmesso da indispettire la sorella più cara Rosa, che subito realizza le intenzioni del giovane napoletano eterosessuale, di natura economica. La storia va avanti sotterranea, mentre Antimo sta con una ragazza di nome Maria. Non passa molto, Elvio capisce che la sorella ha ragione e, preso dallo sconforto, lascia Antimo con fermezza, ricevendo in cambio minacce, botte, persino una pallottola. A quel punto, realizza come l’amore, qualunque esso sia, potesse esistere solo nel rispetto delle regole, come la tolleranza e l’equilibrio. È un’esplosione. Nasce la storia con Ciro, dopo un interminabile scavo nell’abisso dell’Io che sembra impossibile prima di tutto a sé stesso: «A suo parere una relazione con un uomo eterosessuale era di per sé perdente o comunque aveva pochissime possibilità di riuscita, poiché era inimmaginabile, e forse anche ingiusto, che quegli rinunciasse alle donne; quindi alla fine sarebbe stato con lui solo per interesse o per un piacere fisico che forse sarebbe stato secondario».

    Una piccola goccia d’inchiostro, edito dalla casa editrice romana Il ramo e la foglia, è un memoir levigato, su un argomento eterno, l’amore; lascia presupporre l’antitesi tra solitudine e cambiamento, tra realtà e morale. Può richiamare, per tema, libri come Conundrum di Jan Morris o Redefining Realness di Janet Mock. Espone una rigorosa ricerca attorno all’immortalità degli uomini, alla loro scalata verso il dominio del Sé, che li rende pacificati, realizzati; che sposta l’attenzione verso gli altri, in un circolo vizioso e puramente sociale. Nello stesso tempo, il memoir esalta come l’amore sia il massimo degli specchi possibili, come l’Altro, magari impuro e semplice tipo Antimo, attratto nella gerarchia del denaro, serva nella dinamica egoista del saper accettare un abbandono, del crescere. La storia di Elvio è così una storia qualsiasi, di ognuno che balla tra i valori dell’emancipazioni e le regole sociali borghesi, imposte e talvolta realiste. Fa riconoscere, nella sua struttura epistolare, le lettere che chiunque ha scritto, pensato, detto, ricevuto; perciò rimane impressa nella memoria del lettore.

    articolo uscito su Satisfiction

  • L’odore dei cortili

    L’adagio di David Foster Wallace «ogni storia d’amore è una storia di fantasmi» si adatta bene al nuovo romanzo di Giuliano Brenna L’odore dei cortili: la storia, come un filo unico tra una moltitudine di personaggi, corre da un fantasma all’altro, creando ciclicamente gli effetti dell’abbandono e della scoperta. Mattia, giovane protagonista del romanzo di formazione, diviene orfano di madre, una cameriera che perde la vita per opera della Pide, la polizia politica del Portogallo dell’epoca dittatoriale; il padre Auguste è invece un membro della Resistenza che sceglie l’esilio in Francia e non fa più ritorno a Lisbona, una città presa dalla cupidigia dei decenni di António de Oliveira Salazar, la cui militarizzazione delle strade fa da controcanto illiberale alla povertà del popolo. Mattia si perde così, dopo una notte di febbre, nell’essere un ragazzo dei cortili iper-umanizzati della capitale, in una lenta evoluzione e senza avere un’identità da anteporre ai fatti, nei passaggi in cui l’odore acre di chi sosta è norma.

    Il capitano Green, enigmatico ex militare che lo coinvolge in giochi sadomasochistici, è il suo alter ego, la strada da cui scappare e su cui tornare all’infinito. Se il tema del libro si può considerare la scoperta della sessualità, allora ciò appare dirompente quando Mattia incontra il capitano e lo segue a casa, attratto dalla sua gentilezza, come in una favola nera. Essere al centro delle perversioni di un uomo adulto e represso, a quanto si richiama nella storia, dà a Mattia un punto fermo nella sua esistenza, soggiogata dalla perdita e dall’attesa di sé: una perdita inconcepibile, quella della madre, che viene a mischiarsi con il senso di colpa per essere stato un bambino. Chi lo fa crescere in fretta è proprio la sessualità, come una sveglia biologica dalla condizione innaturale di essere orfano: Mattia si trova nel limbo di rivelarsi a sé stesso e, come in una rivoluzione interiore, si lascia governare dal desiderio e non dalla morale o dalla convenienza.

    Di grande aiuto a svelarsi sono gli incontri; come con Lisandro e Duarte, che vivono il loro amore senza la paura di pregiudizi e stendono i panni in bella vista sulla terrazza; come con Nuno, che lo seduce mentre sta iniziando a frequentare una ragazza, Ana, che tutto sa e ogni elemento fuori spartito tace; come con la zia Clara, unica custode del segreto della morte di Serena. Mattia si chiede se sarà ancora il portatore sano di una colpa, e nel frattempo schiva altri fardelli, soffoca la voglia di potersi infilare nelle conversazioni come un giovane qualunque della strada senza la necessità di dimenticare. Lisandro, poliziotto della nuova epoca fuori dalla dittatura, dopo la Rivoluzione dei garofani, lo indaga e lo assolve; fa sì che Mattia diventi l’uomo che lui stesso è diventato, il simbolo di un cambiamento giunto fino alle autorità, prima omicide e poi rassicuratrici come una madre.

    L’odore dei cortili si sofferma sulle facce di una sessualità nascosta o emancipata: a Green, che ha tradito per non rivelarsi; a Mattia, che si perdona rivelandosi. L’accettazione è un climax, nel romanzo: si procede per gradi, fino ad arrivare a un unico risultato, il nuovo giorno per poter scoprire che la madre è morta e lui non ne ha colpa di un omicidio capitato per ideologia, caso e povertà; durante una dittatura, che come ogni altra dittatura che è esistita, si nutre di ingiustizie nei confronti dei lavoratori, della violenza, e dell’asservimento di gran parte della classe borghese. L’ambientazione del romanzo è affascinante, come riuscita è la dovizia di particolari nel descrivere l’arte culinaria lisbonese. L’accostamento tra la perdita e la scoperta dirompente dell’omosessualità ricorda romanzi recenti come Il giovane Mungo di Douglas Stuart, su un giovane che cresce nella dura realtà della classe operaia di Glasgow, o meno recenti e più famosi, come Chiamami col tuo nome di André Aciman.

    Il romanzo di Brenna, recentemente inserito nel listone dello Strega, ha uno stile sobrio, con un approccio novecentesco alla narrazione, che sa di classici alla Tabucchi di Sostiene Pereira o Requiem. C’è un delicato equilibrio tra le riflessioni e l’agire, che lascia alla centralità dell’analisi psicologica del racconto un modo di operare più coinvolgente della storia stessa: il romanzo sale, infatti, quando Mattia è già nella fase di adolescente e inizia a esplorare il lato più complesso del Sé, partendo dalla componente oscura che Green gli serve su un piatto d’argento. Molto defilato è il padre Auguste: la scelta del narratore è quella di mettere la focalizzazione su Mattia e il suo alter ego, senza allargare il campo delle ipotesi, tralasciando la famiglia in favore della sessualità.

    L’odore dei cortili è un libro rapido, dalla parte del lettore, che non si intimidisce di fronte ai grandi temi, senza tuttavia cercare la frase scandalosa o la scena sopra le righe, come per un pudore certamente lontano dall’epoca degli iperconnessi.

    articolo uscito su Satisfiction

  • L’egida di Narciso

    La struttura caratteriale narcisistica è un contratto: concetto per spiegare, nell’ambito del libro dello psicoanalista Christopher Bollas Tre caratteri, che Narciso di per sé non esiste. Centrali sono Eco, silente come punizione per l’eccessiva loquacità, e Narciso, giovane preso dal suo riflesso, il quale non riesce a evitare di distruggere la propria immagine. Eco è stata punita da Era, può ripetere solo ciò che gli altri le dicono. Incontra Narciso e si innamora della sua bellezza. Eco tace, lui la rifiuta facendola morire in solitudine. Stessa fine farà Narciso, per mano di Nemesi dea della vendetta. Quando si reca a una fonte, Narciso si innamora della propria figura riflessa nell’acqua, che man mano sparisce; perciò non può andare via e allo stesso tempo gli è negato avere quello che desidera. Il narcisista, come suggerisce il mito, rifiuta l’oggetto primario – la madre – sostituendolo con un altro, istituito dal Sé. Scrive Bollas: «Se l’altro tenta di coinvolgere il Sé, quest’ultimo lo rifiuta e l’altro va in pezzi. Abiezione. Eco tenta di coinvolgere Narciso ed è respinta. Narciso tenta di coinvolgere sé stesso e viene distrutto. Ambedue muoiono nei rispettivi tentativi di coinvolgere un altro». La caratteristica della struttura narcisistica è la richiesta di attenzione, sottile e abile: una forma di appagamento riscossa presso, dando contraccambio. Narciso vuole introdurre gli altri in una società che egli stesso ha creato, il «contratto narcisistico»: ti incoraggio a esaltare te stesso, tu fai la stessa cosa con me e insieme offriamo questo servizio agli altri. Si realizza così una solida base per un sentimento del valore del Sé altrimenti fragile.

    La reciprocità dell’interesse, fino al limite, ricorda un simbolo dell’essere normale, il cardine del vivere nella giungla urbana del secolo, mezzo del riconoscimento e dell’identificazione con il successo: esisti per spiccare, nell’ambito del coinvolgere spasmodico di qualcuno. Il narcisista funzionale è in grado di formare una partnership che duri nel tempo, solida: con un coniuge, ad esempio, attraverso la reciprocità dell’idealizzazione. Il visuale è predominante sulla parola o sul simbolico: sono chi sembro essere. L’immagine, per Lacan, diventa nodale, mentre il significante è odiato: «Il significante è odiato perché decentra il Sé, punta costantemente altrove e permette che l’altro in ascolto diventi un partecipante indipendente nel campo della relazione». La maggior parte di noi crea un Sé ideale, oggetto delle aspirazioni del Sé – ad esempio, l’adolescenza è un periodo per questo processo e per l’inverso, il timore dell’emarginazione –, ciò rientra nella creazione di oggetti amati incondizionatamente, in sintonia con il principio di piacere. Il narcisista, invece, rifiuta l’imperfezione dell’umanità, sostituendo l’Altro con il Sé idealizzato: lo fa per delega, attraverso lo specchio, dentro un circuito complesso, raffinato e circolare.

    Il narcisista negativo è una persona disturbata, che trasferisce il carattere nell’ambito della psicosi. Scinde i suoi oggetti in idealizzati e no, i secondi li elimina. Reperisce oggetti da odiare per mantenere un collegamento con ciò che ha scartato. Alcune persone possono essere solari, finché ripongono il Sé e gli oggetti idealizzati in luoghi nascosti. Nel narcisismo negativo c’è il fondamento di razzismo, sessismo e del genocidio: «Il nero, l’ebreo, il musulmano, l’omosessuale sono denigrati perché diventano figure entro le quali si depositano le parti non accettate del Sé narcisistico. Già odiate a causa della loro differenza, esse costituiscono anche l’altro: il non Sé». Il narcisista positivo costruisce un mondo armonioso, è attento nel farlo. Si preoccupa di vivere in situazioni che qualcuno non turbi. Rifugge da relazioni profonde, ma può dedicarsi agli altri. Si tratta di una strategia di successo, per cui la generosità è spinta dal soddisfare l’immagine del Sé. Ha relazioni oggettuali in superficie: un’amicizia profonda richiede la vera reciprocità che non vuole assicurare. Cerca di farsi conoscere il meno possibile; più è così, più è possibile l’idealizzazione. Evita ogni divergenza con l’altro, verso l’omeostasi imperfetta. La divergenza è allarmante, ma non è catastrofica finché il Sé resta in contatto con l’oggetto-Sé ideale. Quando l’altro sfida il narcisista, muovendo obiezioni alla sua posizione o addirittura al suo carattere, egli ne è disturbato.

    I disturbi del carattere operano attraverso il ricorso a forme di autorizzazione psichica, un nullaosta che renda lecito il malfunzionamento e aiuti il Sé a spiegarsi all’altro, autorizzandolo a non essere d’accordo. Il patto è regolato dal Super-Io, e se chi ne usufruisce supera i limiti, scatta la punizione. Il narcisista negativo può resistere in ambienti stressanti, però se manca il rinnovo all’autorizzazione può crollare in scatti di rabbia o depressivi, in seguito a una catastrofica perdita di fiducia nel Sé. Il narcisista è noto per la mancanza di una vera e propria empatia, spesso è capace di mostrare un interesse stereotipato, che ha in realtà lo scopo di scongiurare un coinvolgimento più profondo con l’oggetto. Questa strategia gli consente di accumulare frequent card miles che porteranno ai privilegi ricercati dalla personalità narcisistica come parte del proprio viaggio privato e silenzioso. Il partner, prima o poi, scopre che l’apparente generosità è una forma di non-relazione. La sfida è il motivo delle lamentele, che portano alla tipica dichiarazione narcisistica: «Ognuno ha la sua idea, il discorso finisce qui». Seguita dall’eventuale abbandono fisico del discorso.

    La teoria psicoanalitica del diritto è focalizzata sul periodo edipico, scrive Bollas. Nella lettura lacaniana di Freud, un padre è il legislatore, cioè rappresenta le norme di una cultura. Durante il conflitto edipico, il bambino scopre di non avere accesso diretto alla madre. La propria esistenza è stata preceduta. Dovrà integrare il padre nel complesso del Sé, per evitare di essere punito; ma la personalità narcisistica ha aggirato tale momento, distruggendo l’oggetto materno, che ne è la precondizione. «Una modesta quantità di pensiero è indirizzata alla vita interna e la realtà è sostituita dal virtuale. Quindi, il vuoto narcisistico non è il risultato di un’effettiva deprivazione, bensì della mancanza di una struttura interna.» Impariamo che a volte è necessario ripiegare su noi stessi, quando gli altri ci deludono. Il narcisista è prevenuto sulla decisione di affidarsi all’oggetto primario, trova modi per vivere in una condizione di isolamento psichico, con il Sé valido sostituto dell’Altro; il narcisista negativo, inoltre, fa in modo che varie persone amino il Sé. Presumendo che il narcisista sappia inconsciamente di aver distrutto l’oggetto primario, questo non produrrà in lui senso di colpa? Il senso di colpa è dilazionato da molti stratagemmi ed è mitigato dalla promessa.

    Tre caratteri è un libro utile agli analisti come alle persone comuni, perché l’aspetto patologico viaggia sul filo sottile dell’abilità sociale. Il saggio analizza a più livelli le tre strutture caratteriali: quella narcisista, quella borderline e quella maniaco-depressiva, strutture accumunate da una particolare relazione tra la loro soggettività e il mondo di cui fanno parte.

    articolo uscito su Le parole e le cose

  • La realtà per Walter Siti

    Nell’ultimo libro di Walter Siti I figli sono finiti si rivelano due storie speculari: la prima ha come protagonista Augusto, professore di francese alle soglie della pensione, che si trova a fronteggiare una pandemia con gli annessi di un mondo didattico sfigurato nella sua quotidianità, e la perdita del compagno Vincenzo, uomo più giovane che muore in circostanze fortuite durante un viaggio di piacere della coppia; l’altra storia ha come protagonista Astore, adolescente che affronta la maggiore età dopo il lutto più prossimo, ancestrale – la madre –, mentre è immedesimato in un mondo astratto che lo ricambia – la rete, il gioco; sistema che la pandemia soggioga fino a farlo diventare realtà sconnessa; così Astore lo rifiuta ed è speculare a un uomo anziano, e appena si blocca rivela sé stesso nella sua inesistenza.

    Come spesso accade nella produzione letteraria di Siti, l’amore gira attorno al desiderio e il desiderio gira nei pressi dell’eros. Augusto congela il suo pensiero, il lavoro, la salute, ma non il desiderio, il quale rimane concreto, verace. Astore decide che il sesso non perdona e se lo incontra è un prolungamento del lutto, dei porno disseminati dalla madre nei device personali, e che lui, come in uno scherzo fantasmico di Edipo, andava a cercare con successo e dedizione per il disordine. Piero, il padre di Astore, si ritrova a essere un vedovo di mezza età, un personaggio in evoluzione nella letteratura postmoderna di Siti, bello e ricco, uscito in maniera tragica da un matrimonio sconveniente dentro i binari dell’adulterio. I protagonisti del romanzo I figli sono finiti – che dà l’idea di essere un iper-romanzo quando si passa da una storia all’altra per poi riunirsi nel condominio di Milano in zona Moscova – sono figure borghesi e fragili che non si pongono il problema del futuro, non raccontano bugie a sé stesse, sono ancorate al passato e al presente. La nonna di Astore Ersilia descrive un ruolo generazionale, dei genitori eterni, figli di un tempo responsabile e fruttuoso; Piero invece somiglia ai millennial, anche se per età è al limite, come incompiuto guarda al lavoro con insoddisfazione, e alla famiglia nella strenue speranza che le cose vadano bene – «andrà tutto bene» –, e si risolvano con l’indipendenza di Astore – relegato in una stanza al contrario dove tutti vivono come lui –, si risolvano con il ritorno alla normalità, evento che Lars von Trier in Melancholia aveva risparmiato alla protagonista, facendo schiantare la Terra contro un altro pianeta e così trasformando il personaggio da debole a coraggioso. Astore no, con la pandemia perde una sua nicchia vitale; non si ritrova più forte degli altri, ma viene fuori dal proprio software umano incastrato nella omeostasi da hikikomori, uno smarrimento per il presente: la realtà che entra nel web, prima alleati e dopo la paura che sia contro di te.

    Augusto incontra un escort, Astore rifiuta il sesso. Entrambi cercano di stare incupiti dentro la propria narrazione – che per due personaggi di fantasia è un’operazione semplice –, e riescono a fare del desiderio l’unico modo di sopravvivere a sé stessi: Augusto nel suo modo compassato di fottere il desiderio – lasciando che esso invada la propria vita palpabile: gli odori, i sapori, i genitali –, e Astore chiudendo la porta al sentimento veritiero, alla vita comune – Astore costruisce un racconto del suo modo di essere, immagina di avere un cervello ibrido tra macchina e uomo, non sente pulsioni se non la compassione per il vecchio vicino, una compassione ricambiata e più forte dell’intolleranza. Il ragazzo è un libro di fantascienza, mentre Augusto è un romanzo biografico; si sfidano nella capacità di pensare, di inventare una storia senza mentire a sé ma al prossimo. Il romanzo si rompe quando Astore scopre la parola «cuckold», ed è proprio Augusto a fargliela capire, mentre il professore si infila in una relazione a pagamento con un giovane, Titan, più interessato a fare soldi che a tenergli compagnia. Augusto si vanta con gli amici, tra cui Astore; Bruno la prende al solito, ma Astore invece vede la sua vita stravolta: ha una reminiscenza e capisce che la sua formazione da eremita è stata solo menzogna, che gli altri non hanno mai forzato scomode verità però lui ha capito male: la madre non porta colpe, colpe non dissolte nemmeno dalla morte, perché era il padre a volere i suoi tradimenti, un gioco dell’amore consumato e troppo rituale: cuckold, cornuto. «Possibile che una parola mal interpretata possa portare tanta devastazione?» Il percorso ha una trama parallela, quella del mondo che fuori continua a esistere, quindi delle bombe su Kiev, dell’invasione russa, della frivolezza di una Milano compulsiva nella sua accezione commerciale. Piero si rifà una vita completa, e Astore crede di essere un’altra persona, che il romanzo fantascientifico nella sua mente fosse un trabocchetto per gli altri: si era sempre raccontato la verità, solo che la verità era falsa.

    Walter Siti ha aperto la sua carriera letteraria di scrittore «tardivo» con Scuola di nudo, romanzo in cui un professore universitario di mezza età ritrova sé stesso nella rottura degli schemi, nell’elaborazione di una personale teoria estetica intorno al corpo maschile, rappresentata da culturisti e forme esagerate, mitologiche; ha scritto Troppi paradisi, recentemente definito come il miglior romanzo del ventennio dal 2000 in avanti; ha incanalato tante forme di umanità in un puzzle, il finanziere, l’assassino, il prete. Nel romanzo I figli sono finiti è visibile una profonda ricerca intorno all’età debole, che si connette con il presente attraverso la ricerca linguistica di un adolescente, il più possibile vicino a un uomo nella terza età e i suoi valori immagazzinati nel tempo, pensieri come fossero bottiglie messe a maturare per goderne nel dolore di una perdita inaspettata. Siti crea un gioco di specchi, in cui forse si riconosce come giovane e come anziano, nello stesso modello, sempre contemporaneo: è il medesimo uomo, innaffiato da epoche opposte nella formazione, esperienze diverse ma non così lontane da sentirsi aliene. Scorre veloce la strada verso casa, che dal punto di vista dell’anziano professore è il ricordo, mentre nel caso del giovane hikikomori debilitato è la perdita di entusiasmo, di impulsività.

    Un filo determinate del libro sono i corpi, un argomento – anche questo – di grande attualità letteraria. Augusto vive il dato del corpo lontano dal desiderio – un organismo debole e con il cuore altrui –, «io credo che delle proprie perversioni si debba essere all’altezza, forse è questo che le rimprovera suo figlio» dice a Piero quando lui gli si presenta a casa per parlargli di Astore; ma allo stesso tempo Augusto esiste in un corpo pieno di «devastazioni senili», tante come sono i crolli della propria anima di vedovo, «un ruolo che non gli si addice». Franco, il titano, è la sua scappatoia verso la morte, lo slancio naturale che il suo amico ed ex amante Bruno bolla più volte come inopportuno e illusivo; Augusto, tuttavia, tira dritto e consapevole verso un’inattesa e residuale «felicità». Astore vive il proprio corpo come estraneo, lo aliena in ogni modo: strutturando il sesso in maniera virtuale, affidandosi a bizzarre teorie di ibridazione neurale con le macchine, evitando scientificamente anche gli abbracci, tanto che lo stesso Augusto si accorge di una nemmeno troppo latente «paura» del corpo da parte del ragazzo e lo specifica a Piero. Astore comunica la sua idea in maniera chiara, senza voler offendere nessuno: «l’interazione con l’ambiente m’ha fregato», «sono contro lo sciovinismo della carne», «la rete neurale che ho impiantata nella calotta cranica mi trasmette le vibrazioni che voglio». La parabola dei corpi richiama quello che è stato il grande ispiratore di Siti, Pier Paolo Pasolini. Pasolini sublima il corpo in tutte le invenzioni artistiche, come se la carne umana fosse lo strumento della società oltreché della mente; si possono citare opere meno famose come Orgia, Porcile, Calderón; declinazioni dell’inevitabile distruzione del Sé, quindi della polis. Siti è più placido e attento a non trasformare l’opera in un’esibizione estremista di desideri, rimane sulla realtà per spiegarla con dovere di cronaca, avendo cura di una raffinata ricerca, il microfono che registra i propri personaggi prima di farli interagire. L’unico uomo davvero nudo è Piero, il padre di Astore, che nel corso della storia sembra cambiare fino alle peggiori conseguenze del proprio egoismo, che però non accadranno mai: non a caso, l’ultima focalizzazione è su di lui, «la libertà non esiste se non consideriamo gli altri come esseri liberi», come ognuno dei principali personaggi dell’opera, di cui Piero è l’usciere, l’uomo di mezzo, l’antieroe, la sintesi.

    Nel panorama letterario italiano, il romanzo I figli sono finiti è una boccata di ossigeno. Non è l’opera più affascinante di Walter Siti, ma ci fa ritrovare elementi di qualità letteraria smarriti, una prosa perduta nel tempo a favore del marketing spiccio, del narcisismo da influencer con la lingua rapida. Ci sono due squadre ben distinguibili, nella letteratura: la qualità letteraria, che lotta, e il marketing di vario genere, dai mastri del follower ai gusti da spiaggia, alle grandi call in classifica. Siti ci ricorda che un romanzo può essere di qualità e leggibile, di analisi e ironico, laico cioè utile; palesando che esposti nelle librerie troviamo poche opere e nascoste tra i cavalli di sfondamento placido della distruzione del ruolo dell’intellettuale, ormai normalizzato all’irrilevanza.

    articolo uscito su Minima&moralia

  • Corpo, desiderio, alterità

    Il saggio Anatomia del potere – Orgia, Porcile, Calderón – Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo, scritto da Georgios Katsantonis, e pubblicato dalla casa editrice Metauro, si rivolge a un segmento specifico dell’opera intellettuale di Pier Paolo Pasolini: la drammaturgia. Prende in esame il corpo, come simbolo e desiderio: il corpo e il desiderio masochistico (Orgia), il corpo che sconfina nella zooerastia (Porcile), il corpo tra scissione e visionarietà (Calderón).

    Il testo è diviso in tre parti. La prima è una scelta sadiana. Il linguaggio dei corpi in Orgia è comparato con Philosophie dans le boudoir, «un dialogo tra idee e forme espressive sulla base di affinità concettuali nell’intento di riflettere sul terreno delle modalità in cui la violenza viene ritualizzata attraverso il corpo amoroso sessualizzato». Ecco perciò l’opera teatrale di Pasolini Orgia, narrazione di una coppia, l’Uomo e la Donna, marito e moglie, che praticano sadomasochismo per rifuggire dagli schemi sociali, in una libertà chiusa tra quattro mura; e dall’altro lato la lezione narrativa – anzi, per meglio dire «filosofica» – di Sade: l’adolescente Eugenié, istigato da Madame de Saint Ange, più un gruppo di libertini, tra cui spicca Dolmancé – dediti alla discussione sull’anatomia degli organi sessuali e delle zone erogene con verifiche pratiche, oltre all’apprendimento di specifiche tecniche di godimento: «Non è azzardato sostenere che quella “allegria” che si origina dalla visione dello spettacolo della morte in Orgia richiama alla mente i sadiani “plaisir dans les maux d’autrui” o “plasir qui ne peut naître qui du spectacle des malheureux”». Sembra Pasolini stesso, che si espone come vittima, ad assoggettarsi al supplizio; sospensione che vale come attesa, come interruzione del cerimoniale di morte e come immobilizzazione del desiderio.

    Nella seconda parte si analizza Porcile. Il protagonista è Julian. Julian non è ubbidiente, né alle volontà del padre né alle pratiche della società borghese da cui proviene: nasconde un dirompente segreto sulla sua sessualità. Il quadro della storia è un cavallo di battaglia di Pasolini, il vecchio e il nuovo potere, la contiguità del verso neocapitalista, la «borghesizzazione» del mondo e la fine della polis. Julian è la figura dell’alterità, ed è il corpo di Julian che patisce una strana paralisi corporea e mentale, da un lato, e, dall’altro, l’irrazionalità istintiva del protagonista. Elementi rappresentati dall’interesse di Julian per i maiali, che vanno verso una morte disumanizzata ed esperienza corporale: l’alterità è un prodotto dell’immaginazione, svela la sua natura fantasmatica e si esprime nella trasfigurazione del desiderio in un godimento che non si pone in rapporto con l’Altro ma è «desiderio di niente», volontà di perdersi da parte del soggetto, pura «pulsione di morte». «All’alterità non ci si può sottrarre e viene subita passivamente: essa strappa il soggetto dal proprio essere, lo scinde e lo assoggetta a un ordine trascendente, trasformandolo in asujet».

    L’autore ricerca intorno al collegamento Spinoza-Porcile, il filosofo sarebbe anche uno dei personaggi; individua nel concetto di potere la relazione, nella prevaricazione di un uomo sull’altro. Pasolini drammaturgo mette, in base a questa ipotesi, in scena la tesi spinoziana il diritto è uguale alla potenza, e spiega a Julian che «se il terreno di confronto è la mera Ragione, la Ragione avvalla sempre il diritto del più forte […] Dal dominio totalitario della Ragione tecnocratica ci si libera solo attraverso il recupero del sacro, dell’Altro.» Il capitolo si chiude con l’analisi delle scene chiave, sulla regia cinematografica, della morte dei porci di Julian (Jean-Pierre Léaud) e di cani selvatici per il giovane cannibale (Pierre Clémenti). Interessante è l’accezione della zoofilia in una prospettiva variegata, quella delle forme ontologiche e politiche. «La parola poetica può dunque tornare a esistere e a trovare il proprio valore significante solo a costo di una comunicazione crudele, dal percorso umano a quello animale. Il farsi animale come scivolamento dall’ordine borghese consente all’Io un rituale di autoimmolazione: la zoofilia risiede nell’”oltrepassamento” dell’umano.»

    La terza parte è sull’imprigionamento del corpo nel sogno, le implicazioni estetiche da esso prodotte in un testo drammatico. Si parte da Vida es sueño di Calderón de La Barca, per arrivare al possibile dialogo tra il Calderón pasoliniano e August Strindberg. Pasolini, Calderón de La Barca e Strindberg si servono dell’onirico partendo da prospettive diverse ma legate tra loro da un elemento strutturale: la simbologia carceraria del sogno. Nella Vida es sueño il protagonista è il principe Sigismondo, incarcerato in una torre a causa di una tragica profezia annunciata alla sua nascita; in Ett drömspel, la protagonista Agnes vuole liberare l’uomo rinchiuso nel castello, ed è la figlia del Dio indiano Indra, «mandata in prova sulla terra a conoscere gli umani e l’esistenza».

    Anatomia del potere, di Georgios Katsantonis, dà una geografia frammentata di un aspetto dell’opera pasoliniana imprescindibile, che segue un filo preciso.

    articolo uscito su Minima&moralia

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