Compleanni

OK, non so davvero cosa fare e come iniziare, quindi mi butto.


“Non mi ubriaco, non fumo e non bestemmio. Accipicchia, mi è scivolata la caffettiera dalle mani.” No, questo è Samuele e non credo che questo gli renda giustizia. Ricomincio.


“Ho incontrato un mio collega di Università, mi ha chiesto quando mi sarei laureato, gli ho menato e sputato in faccia ‘na bevanda. Alla Standa ho organizzato già sei attentati, ho detto che è stato il mio collega, mo’ fammi vedere come ti laurei tu, bastardo!” No, Lorenzo è troppo intelligente per esprimersi così. Rifaccio.


“Se Cosimo Facesse Solo Cose Folli Sarebbe Come Far Suonare Cento Flauti Sotto Costanti Flatulenze! Sai Che Fetore!”
No, trattare Emiliano così è solo da bastardi. Riprovo.


“Mia sorella e io siamo due maniglie della stessa porta: quando questa si apre, una delle due va a sbattere contro il muro. Va’ a capire chi è delle due. Ma ‘ste porte non possono essere scorrevoli?” No, Sara non la intendeva in questo modo e una cattiveria del genere è ingiustificata. Ritento.


“Il cromosoma Y è solo un cromosoma X con una gambetta spezzata; se la spaccatura non è limata per bene, magari nasce un daltonico.” Per cortesia, Miriam non direbbe MAI una cazzata del genere. Da capo.


“Balle, il cromosoma Y è solo un cromosoma X che non ce l’ha fatta, perché la pucchiacca è figa, scusate il pleonasmo, non la chiamano figa a caso, ma va portata a teatro per contrappassare ai cazzi all’erta che abbondano in platea.”
Peggio mi sento! Scusa, Silvia, non lo faccio più, non sei capace di mostruosità del genere. Da capo.


“Non ho mai pensato che mi piacesse il mio nome, ma leggere Teomondo Scrofalo sulla pagina ha tutto un altro aspetto.” Povera Ilaria, sotterratemi! Da capo.


“…o houtos, houtos, Oidipous, ti mellomen chorein; palai de tapo sou bradunetai…” No, questo è Vassilios. Da capo.


“Il tiglio a cui tendevi la pargoletta mano come Edipo alla madre, come Icaro al sole…” Nossignore, questa è mia moglie. Da capo.


“Ho preso a calci una ragazza affetta da paralisi cerebrale perché l’avevo scambiata per Vittorio Feltri, poi ho scoperto che era davvero Vittorio Feltri, mi sono impietosito e fermato.” Ma porco due, questo sono io. Da capo!


“Senza cibo e dormir così si serba, che ‘l sole esce tre volte e torna sotto. Di crescer non cessò la pena…” Sì, ‘sto cazzo, questo è Ariosto! Da capo!


“Enlarge your penis all natural no drugs” Scusate, ho scambiato Word per Google, come si fa con gli invalidi e Vittorio Feltri. Da capo!


Anzi, no, non scrivo più, ascoltatemi un attimo.

Insomma, ragazzi, sono l’ultimo arrivato, questa è la quarta settimana che vengo qui, ho visto alcuni di voi ancora meno volte. Praticamente, la mia è una prima impressione moltiplicata al più per quattro, un insieme insufficiente perché io possa farmi un’idea su di voi che si possa dire giustificata e legittima, ancor prima che giusta. Siccome nessuno merita un trattamento del genere, avrei una proposta da fare: io vi faccio gli auguri, voi li subite e non ne parliamo più, OK?

Basta, ho finito.

Davide Carrozza

Il mio gioco preferito

Un lago circondato di cipressi:

questa è la scrittura.


Un cipresso affacciato sul suo io:

questo è lo scrittore.


Il vento passa e gli alberi si sfiorano,

l’acqua gioca con i riflessi.


A volte un cipresso vorrebbe partire,

ma alla fine,

chissà perchè,

restano tutti sempre sul lago.


Federica Bembo

All’angelo che veglia su chi scrive di nascosto

All’Angelo che veglia su chi scrive di nascosto, su chi sogna timidamente, su chi piange sulle parole

Titta guarda fuori la finestra. Scrive e cancella, poi sospira. Gli viene da piangere.
Si vergogna a scrivere, per questo cancella. Si vergogna a dire che vuole fare lo scrittore, a dire che ha un sogno. Si nasconde dietro le parole e non lo fa nemmeno tanto bene.
Ha un groppo nel petto quando pensa a quella grande famiglia che ha incontrato, ne parla spesso, la sente parte di lui, però, quando ci pensa si sente inadeguato. Ha sempre paura di far parte di qualcosa di bello, ha paura di rovinare tutto.
Di notte, scrivendo e cancellando, Titta un po’ si sente se stesso un po’ si sente altro.
Firenze sembra cullarlo stanotte.
Campo di Marte è lontana, ma lui ce l’ha nel cuore.
Si chiede se a scrivere è Titta o Giovanni Battista. Forse sono tutti e due.
Sospira, il peso nel petto aumenta.
Ma che importa, Ninetto mio, nessuno può rubarti i tuoi sogni, la voce di zio Camillo lo commuove.
Zio Camillo… lui ce l’ha dentro.
All’Angelo di chi ha paura di scrivere, che veglia sulle pagine tenute nascoste, sulle parole impresse sulla pelle.

All’Angelo di chi non sa dedicare, ma solo sussurrare emozioni.
All’Angelo di chi scrive ed è già uno scrittore e non lo sa.
All’Angelo che veglia su Titta e Giovanni Battista e nemmeno loro non lo sanno.

Miriam Cresta

Nascita

Danzano le bolle

in mesta rassegna

ampliano il silenzio

nei templi in rovina;

a loro l’edera sussurra

quiete e armonia

ne invita il pallore

tra le folte lamine.

Con un abbraccio

e uno sprone

cadon le gocce

si fanno suolo,

roccia, ceppo, radice

solcando le crepe

colgono altri cieli.

Suoni eterni

lusingano corde

punte dal fuoco

e il carme, muto alleato

accenna un volo.

Danzano le bolle

in lieta rassegna,

tra mille voci

è tempo di casa.

Vassilios Karagiannis

SCF

Solo commemoro fratelli,

Scimmiottando certezze farlocche.

Sclero, cercando fievole

Salubre condivisione familiare.

Sentendomi, circondato, finito…

Sanitariamente cancrenoso, ferito,

Sommerso, commercialmente fallito.

Socialmente codardo fremo

Sentimenti caldi, fintanto

Scremo ciocche fiorite,

Seminando concordia festosa.

Soccorro concittadini fiduciosi,

Sofferenti, colpiti ferocemente,

Soffocati, costipati febbricitanti.

Speme, contempla fiocamente

Scrivendo controvoglia frasi

Struggenti cercando fine:

Sorrisi coperti feriscono,

Sorrisi condivisi fantastico.

Sogno consuetudine felice

e vi abbraccio tutti amici miei

Emiliano Bini

Il cerchio si chiude

Sbirciando dalla finestra 

il chiostro dove 

soli et pensosi,

a piccoli gruppi

passate con la testa 

affollata dalle vostre 

mille muse insondabili,

o discorrendo fra voi 

di dubbi e incertezze.

Ognuno spera 

di poter pronunciare 

la parola pofetica,

un nuovo Vangelo,

che evochi lidi distopici

fra le sedie di questa stanza 

ed alberi sotto i quali 

accovacciarsi scalzi

o nudi.

La parola che sradichi 

il più intimo segreto 

dal fondo del nostro barile 

e lo offra da bere 

dalle sue mani.

Ho sempre morso 

la mia parola segreta,

tenuta nascosta al mondo,

ma ora che 

ti prendo per mano e

ti prendo per mano

riconosco i miei timori

in ognuno di voi,

i versi fluiscono,

il cerchio si chiude 

con un sorriso.

Francesca de Filippis

Figurati se Peppe scende

 Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, che poi sarebbe la storia del gatto e del cane che gli insegnò a fare le fusa, che poi sarebbe la storia del cane e di Elettra Lamborghini che gli ha insegnato ad esserlo 

 Accendo la radio e un coro greco di pensionati armonizza su gru, scavatrici, terriccio, asfalto, catrame, radici secche, bagni chimici, bestemmie, segnali stradali, vetri rotti, panettoni stopposi, siringhe, prosciutto scaduto, cemento armato, mani in alto, ultima offerta, sono un disgraziato, mi voglio rovinare, trentamila e uno, trentamila e due, si aggiudica il lotto il conduttore che annuncia: “Ed è già la  terza settimana consecutiva che la troviamo al secondo posto in classifica, questa era Porti troppo bene gli anni che hai perché non la si possa chiamare pedofilia dei Nonno Libero In Carriola, ma ora andiamo a scoprire…” Non ho dove andare, figuriamoci se ho dove scoprire, quindi sai che faccio? 

Attacco il muro portante a un’altra parete che porta meno porte e faccio un angolo dove puoi metterti in castigo e scocciarti. Angolo rottura. Poi magari assumi uno chef e lo butti lì a cucinare per te. Angolo Bottura. Se poi cucina male, lo puoi prendere a pesci in faccia finché i pesci non mestruano. Angolo bottarga. Ma il pesce è pesce e quindi non mestrua e allora sai che faccio? 

Sopra l’angolo poggio un soffitto. Lo vedo, che è un soffitto; lo so, che è un soffitto; a te che stai fuori pare un tetto, grazie al cazzo, stai fuori, io sto dentro, fidati, te lo dico io, è un soffitto, così faccio angolo pure sopra, guarda com’è l’angolo, con le gambe a dondolo. Perché in ogni cosa c’è una crepa e quindi crepate pure voi, il soffitto è pieno di crepe che si riflettono sul vetro della finestra e fanno il  cielo tempestoso anche quando è il sole che fa piovere vapore sulle cagne in calore, procelle di porcelle, allora sai che faccio? 

Chiudo le tende per proteggermi dalla finestra che protegge le tende dal mondo esterno, una borsa valori piena di compratori già comprati e venditori già venduti, ognuno sta al soldo sul cuore della terra, trafitto da un faggio di sorta ed è subito selva fatta di palazzi uguali a quello in cui sto io, all’interno dei quali stanno altri me a chiudere la tenda e a proteggere le finestre. Come fai a chiuderti in casa se ti sei già chiuso in casa? Cosa ti apri a fare al mondo esterno se sta all’esterno e hai già chiuso le tende? E se invece aprissi le tende e ti chiudessi tu? O hai paura di metterti in mostra se ti chiudi troppo? Ma soprattutto la finestra è chiusa o è aperta e stiamo perdendo tempo? Se stiamo perdendo tempo, sai che faccio? 

Vado in bagno, guardo lo specchio e fisso il muro riflesso in esso, dopo essermi riconosciuto, sì, sono io, è l’unica immagine di me che ho a casa, il muro invece è così diverso da come lo vedo fuori dallo specchio, perfino i graffiti sono al contrario. Tutti i muri sono del pianto, altrimenti sarebbero ponti. Davanti al muro c’è il cesso, va’ a capire se il cesso sono io. Accanto al cesso c’è lo scaldabagno, va’ a capire se lo scaldabagno sono io. Mi è saltato il ponte in bocca, quindi va’ a capire se il muro sono io. Non ho dove andare, quindi non ho dove capire, pertanto sai che faccio? 

Vado in salotto e accendo la TV che passa cose che non possono succedere di qua dallo schermo, la gente finge di morire anche quando schiatta sul serio, la gente finge di guarire anche se si sta davvero riprendendo o lo stanno facendo gli altri con un telefonino, le bombe scoppiano anche le sento vicino casa mia: “Siccome prevenire è sempre meglio che curare, ho deciso di cambiare titolo a questo programma, che da oggi si chiamerà Onder evitare. Il nostro primo ospite è il dottor Mauro Ladispoli, primario di cardiolo-[zap]-tornati a I fatti vostri, sperando che quella cessa di Adriana Volpe mi faccia contin-[zap]-nunciati per schiamazzi notturni, ma uno dei tre fermati, originario della Nigeria, è stato rilasciato poche ore dopo l’arresto e noi ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda. A me  sinceramente mi fotte cazzo se quello piace di beve e sputa acqua di Lourdes e si mette a urlare: “Sboratemi culo, negri di merda” e tutto albergo sente. Tu pagato soldi, tu fa quello che vuole, ma poi problema tuo, tu ti prende responsabilità. Sì, ma proprio perché tutto l’albergo sente magari è un problema non solo suo. Sì, ma lui promesso che prende responsabilità e fa tutto lui, se votiamo per lui. Tiene panza, tiene barba, tiene partito Lega, si chiama Matèo Sal-[zap]-[mi spiace, non so trascrivere i testi delle canzoni death metal, passiamo avanti]” Mi fermo su un canale, dicono che è morto il figlio di Eric Clapton e Lori Del Santo, lui e lei chiedono rispetto per il loro dolore e per la loro privacy, ma poi moriranno anche loro e non saranno i primi e non saranno gli ultimi, poi gli ultimi saranno i primi, i primi saranno gli ultimi e loro rimarranno là a chiedere rispetto per il loro dolore e la loro privacy. Faccio tre giri veloci attorno al tavolo e fisso i fogli su di esso, sperando non pesino sul tavolo che dimagrisce al posto mio mentre gli giro intorno, mi seggo e inizio a scrivere un haiku perché mi piace vincere facile, ma sposto una sillaba dal primo  verso al terzo perché mi piace barare facile, per cui: 

A QUATTR’ANNI 

CADE DA UN GRATTACIELO: 

SCOPRE LA GRAVITÀ. 

Quando scopri la gravità, corri in cerca di un centro che ti faccia la permanente perché i capelli ti restino permanenti in testa così che la gravità non se li prenda, uacciuariuari, ma alla fine 

DIRE LE COSE 

IN CINQUE-SETTE-CINQUE 

È MOLTO DIFFIdo di quelli che non concludono con “È DIFFICILE” o “NON È FACILE” perché pare che i bastardi lo facciano apposta per strappare una risata quando tutti sanno che esistono le alternative, almeno due. Pertanto sai che faccio? 

Ti dico cosa significa SCF. Anzi no, te l’ho già detto, pure più volte, ho finito, ciao, terminé, puoi andartene. Anzi no, resta qui e fissami le scarpe come facevano le chitarriste inglesi con  le gonne corte e i capelli lunghi e la frangia corta e gli occhi lunghi e le frasi corte e le corde lunghe tra gli anni ’80 e ’90 con raffiche di vento fino a raggiungere i 2000-2010. A questo punto, metti un po’ di musica, megera, ché io vado in discoteca. C’è il buttafuori che mi sposta il cordone e una volta che entro dentro non mi troverai più.

Davide Carrozza

Dedica

 Avete mai rimproverato un oggetto inanimato? 

Ieri, mentre lavavo i piatti con il vento che infuriava fuori fra le case e le vette degli alberi, la caffettiera mi è scivolata dalle mani ed è caduta a terra con un clamore fragoroso, quasi inumano. Mi sono voltato e l’ho fissata, per qualche minuto, finché l’eco lagnoso del suo urlare non ha smesso di echeggiarmi addosso. Come se fosse un bambino capriccioso, l’ho guardata e ho pensato: sei fiera di te stessa? Cosa credi di aver dimostrato? Mi ha guardato, riversa a terra e ridicola come era, nella sua arroganza di oggetto che si atteggia a ribellarsi al mio volere. Che osa scivolare fra le mie mani consapevoli. 

Ho pensato poi al vento fuori, e a come mi avesse costretto poco prima a portare dentro alcuni cuscini, e a posizionare qualche cosa di modo tale che non venisse spazzata via. L’albero di fronte, nel frattempo, placido gigante veniva piegato con la curva simile ad una schiena sforzata da un grande peso. Perché fai così? Perché ti lamenti, cosa vuoi dimostrare? Cosa ti ha fatto di male quell’albero? Smettila, ho pensato, ridimensionati. 

Ecco, per estensione mi è venuto da pensare al tempo e a come a volte desideriamo controllarlo, e ci indispettiamo quando fa i capricci contro la nostra volontà di esseri pensanti. “Basta”, viene da pensare, “controllati così come sono capace di controllarmi io”. Viene da pensare “fermati”, e quando questo ovviamente non avviene ci viene quasi da supplicare, e fare leva su una sua impossibile coscienza. “Per favore” ti viene da pensare “basta, ho bisogno che cessi di lamentarti”. A volte viene persino da chiedergli clemenza, sempre con estrema cortesia “ho bisogno che tu mi dia una mano, ti prego”. 

Ma il tempo non ci risponde. La caffettiera continua a fissarti, il vento continua a ululare per tutto il tempo che gli serve. La ruota continua a girare, soggetta ad un momento inerziale che è impossibile controllare in qualunque modo. 

E così non puoi che osservarne i raggi, inseguirsi e rincorrersi con frenesia mentre iniziano a confondersi l’un l’altro; e prima che tu possa rendertene conto, quell’infantile e odioso rullare ha completato un altro giro, ed un altro anno è passato. Così quella terza birra, quelle parole alla Centrale che sorvolano i passanti come tanti storni picchiettati di intenzioni, quei disegni sulle tovagliette del Mosto; li vedi scivolare dalle tue dita incerte e schiantarsi sul pavimento della tua memoria, come tante caffettiere arroganti. Forse il tempo, come disse qualcuno, è un signore distratto, e si è dimenticato il nostro domani nel taschino del panciotto. Non lo trovava più, ed il giorno che si ricorderà dove lo ha messo lo ritroveremo sulla soglia di casa assieme ad un buffo biglietto di scuse. 

Quei discorsi sui racconti, su di noi, quelle file interminabili nell’attesa di una martellina, tutti quei “scusate il ritardo” e gli applausi che si agitano lungo le pareti bianche. Ed i raggi si confondono, e la luce del freddo crepuscolo o del giorno ancora torrido si alternano come in un caleidoscopio oltre quelle finestre, occhi vigili che ci hanno osservato per tanti anni. E quando il tempo scivola e urla fragoroso come animato da un capriccio, ti fa male e ti fa bene pensare a tutto quello che ti ha attraversato nel corso di questi anni; e ti rendi conto che non è poi così distante. 

Allora se pensi al tempo, e se pensi a quell’urlare arrogante e inumano che ti fa sentire fragile, puoi convincerti che il vento è solo di passaggio; che la notte non è una stasi né nel bene, né nel male, e che non potrai che procedervi attraverso finché non sarà completamente alle tue spalle. 

Puoi protendere quelle tue mani fallaci e raccogliere la caffettiera. 

Puoi pensare che il vento, per quanto impetuoso, tornerà a scorrere leggero e confortevole sulle risate e sugli scritti, sui vestiti candidi con rose rosse, su quaderni e biglietti dell’autobus strappati con parole misteriose calcate sopra; puoi pensare che tornerà e che, in ogni caso, esiste un posto nel tuo cuore dove quel vento tira sempre. Non come una burrasca che piega le cime degli alberi. 

Ma come una fresca brezza primaverile che scompiglia gli aranceti del tempo. 

Samuele Gabbanini

Loro

Ti è mai capitato, caro lettore, di cadere nel vuoto?

Ti è mai capitato di sentire la terra che ti scivola da sotto i piedi, ma di averlo realizzato quando ormai stai precipitando?

Ti è mai capitato, in questa situazione, di pensare “Così sia” e di abbandonarti al vuoto, non sapendo per quanto cadrai e quanto male ti farai quando raggiungerai la fine?

A me sì.

Devo darti, però, caro lettore un po’ di contesto, partendo da un’informazione tanto banale quanto essenziale affinché tu colga il senso di tutto: io scrivo. Scrivo da quando sono stata in grado di tenere in mano una penna. Non sono una scrittrice, non mi è mai piaciuto definirmi tale e anche quando lo fanno gli altri mi suona strano e mi lascia un’espressione bislacca sul viso, come quando mangi troppo velocemente una di quelle caramelle acide e il velo di polverina che hanno sopra ti finisce dritta in gola, chiudendotela all’istante. Io scrivo a tempo perso, il che è tutta un’altra questione dal farlo di professione. Fin dalla più tenera età, come una piccola Jo March, mi cimentavo nella stesura di storie di ogni genere che poi facevo leggere o rappresentavo alla mia famiglia. I miei cari mi hanno sempre spronato e appoggiato in questo, e per buona parte della mia vita è sembrato che ogni scelta fosse guidata quasi in funzione della mia aspirazione: far diventare lo scrivere la mia occupazione principale. C’è, però, da considerare un fatto importante riguardante la mia famiglia. Come successe ad Achille, che venne immerso nello Stige per essere reso invulnerabile, così i miei genitori mi hanno inzuppato nel fiume dell’incertezza e del dubbio – premurandosi, al contrario di Teti, di non tralasciare alcun punto – affinché io ne uscissi come un concentrato di ansia e disagio. Ma ben presto ho trovato un modo che mi permettesse di canalizzare il tutto, di fare chiarezza, di dare senso a ciò che mi disturbava mentalmente. Guardavo il vuoto e lasciavo che le angosce, i tormenti, e le paure prendessero vita dalla pensa, senza che io potessi controllarle. Un flusso ininterrotto di coscienza che io non potevo fare altro che assecondare come una spettatrice, come se fosse qualcosa di più forte, di più grande dei pensieri stessi, qualcosa al di là della mia consapevolezza. Lasciavo che questo fiume straripante, questo vortice che si faceva strada nella mia testa, inondasse i fogli, confuso, incasinato, impulsivo, proprio come me, per metterlo poi nero su bianco, per dargli vita. Come una madre. Però ho capito molto presto che il karma è un’entità facilmente suscettibile. Ogni volta che sembrava andare tutto nella giusta direzione, ecco che lui decideva di punirmi prendendomi a picconate l’autostima e la volontà, lì dove fa più male, così, solo per ricordarmi chi è che comanda. Quindi, per un sacco di anni, a causa di forze maggiori, ho smesso di scrivere e quando capitava che quei vortici tornassero a colpirmi, subito prendevo un foglio, ma era come se avessi dimenticato come si fa. Mi sentivo un’inetta. Stavo abbandonando i miei figli e non sapevo come riportarli a casa.

Ma la svolta più grande per me coincide col lavoro. Un lavoro che non mi piace. Un lavoro che mi tiene chiusa in uno spazio che odio, che estirpa lentamente e in modo inevitabile la mia creatività e la voglia di far sentire la mia voce. Mi sento quotidianamente imprigionata in una vita che adesso non so fino a che punto sia il risultato delle mie scelte. Vado avanti per inerzia, lasciandomi sballottare da un allineamento cosmico che mi fa alzare la mattina e mi ributta sul letto la sera, senza consapevolezza né coscienza di me e del mondo circostante. Senza forza per fermarmi a pensare e senza voglia di farlo perché niente sembra avere senso. 

Ti aspettavi un altro tipo di svolta, vero caro lettore? Ma io non ho mai pronunciato l’aggettivo “positiva”, né tantomeno siamo in un romanzo. Niente lieto fine. Solo una fine.

Se ti è mai capitato, caro lettore, di perdere qualcosa che ami, riesci a percepire quanto sia doloroso e frustrante non riuscire a fare non solo l’unica cosa che sei in grado di fare bene, ma anche l’unica che ti faceva stare bene. È stata una tortura. È stato l’inizio dell’oblio. Mi sono sentita precipitare e avevo un’unica possibilità: lasciarmi cadere. Dovendo trovare un modo per sopravvivere cerebralmente a tutto questo, ho imparato a dimenticarmi di saper scrivere, in questo modo, poco alla volta, non riuscire a mettere niente nero su bianco è diventato meno doloroso, meno importante.

Finché non ho conosciuto Loro.

Ti starai chiedendo chi siano “Loro”, caro lettore. Ebbene, loro sono la mia Arca di Noè, l’ancora di salvezza che il karma – che ogni tanto gira anche nel mio verso – mi ha mandato per salvarmi dal diluvio di apatia e disperazione che mi stava annegando. La prima volta che ho sentito parlare di Loro è stata per caso e mi avevano colpito talmente tanto che dentro di me si è innescato qualcosa, una sorta di bomba di eccitazione, posizionata in un punto indefinito fra cuore e cervello, che aspettava soltanto di esplodere. Non avevo idea di chi fossero, e con questo non intendo l’associare un nome ad un volto. Non avevo idea di quale fosse la loro essenza, il loro scopo, quali i loro presupposti. Tutto era nascosto da una coltre nebulosa indefinita e a tratti terrificante, che però mi chiamava a sé come il canto di una sirena intonando la parola “scrittura”. La parte razionalmente ansiolitica di me era spaventata da tutto questo. Continuavo a ripetermi che sicuramente non avevo niente a che fare con Loro, che mi sarei sentita come l’unica mosca nera in mezzo a mosche bianche, così ho tergiversato e trovato scuse, fin quando la nostalgia e la passione per qualcosa che per me era importante non hanno dovuto violentarmi il cervello e chiuderlo in una scatola blindata per metterlo fuori combattimento. Così, alla fine, la bomba è esplosa e il cuore ha avuto la meglio. 

Ti è mai capitato, caro lettore, di vivere un’emozione talmente intensa, profonda e surreale che dovresti inventare una nuova parola per riuscire a descriverla?

Ti è mai capitato di voler trasmettere alla tua quotidianità uno stato d’animo che un’unica situazione riesce a istigarti?

Ti è mai capitato di voler parlare col te del passato e dirgli “Tranquillo, andrà tutto bene, un giorno incontrerai qualcuno che trasformerà il tuo modo di vedere le cose”?

A me sì. Con Loro. Ogni volta. 

“Loro”, caro lettore, sono quello che un osservatore esterno potrebbe definire come un gruppo eterogeneo per sesso ed età che si ritrova una volta a settimana per scrivere insieme o discutere dei propri progetti. “Loro”, caro lettore, sono quelli che a me piace definire “l’antidoto”. Alla solitudine, al senso di inadeguatezza e inettitudine, al vuoto che ogni tanto ti parte dallo sterno e si propaga in tutto il corpo. 

Questa, caro lettore, non è un’autobiografia, né un’elegia. Non è il risultato di una diarrea verbale non diagnosticata né di un raptus improvviso. Non ha un nome, né un genere. Non ha un passato e non avrà un seguito. 

Questa, caro lettore, è semplicemente l’opportunità che mi è stata concessa per dirti che se tu sei qui a leggermi in questo momento è grazie a Loro. 

Sara Zagli

Il galeone

In punta di piedi si entra, bussando con delicatezza e cautela

Si alza l’ancora, si mollano gli ormeggi e il vento sospinge la vela.

È un mare incerto quello in cui si naviga, sconosciuto e inesplorato

Non c’è mappa né costellazione che ti guidi in quel posto incantato

Ma come fa, allora, un navigante a tracciare la sua rotta?

Semplice, diranno alcuni, è come reagire alla prima cotta.

Lasciarsi inebriare, scombussolare, chiedersi se si è malati

Per poi addomesticare l’istinto e lasciare spazio a pensieri più pacati. 

È quella la miglior bussola per farsi guidare in luoghi inesplorati,

suoni di voci, parole, sensazioni e pensieri mai sussurrati.

A poco a poco, quel mare oscuro comincia a sembrare più chiaro all’orizzonte

Tante isole composte da parole, unite tra loro da un invisibile ponte.

Il viaggiatore non si sente più così sperso, solitario e tristemente confuso

Perché ha trovato, nella voce dell’anima, ciò che non lo rende più così disilluso.

Maria Rosaria Fioravante