Ti è mai capitato, caro lettore, di cadere nel vuoto?
Ti è mai capitato di sentire la terra che ti scivola da sotto i piedi, ma di averlo realizzato quando ormai stai precipitando?
Ti è mai capitato, in questa situazione, di pensare “Così sia” e di abbandonarti al vuoto, non sapendo per quanto cadrai e quanto male ti farai quando raggiungerai la fine?
A me sì.
Devo darti, però, caro lettore un po’ di contesto, partendo da un’informazione tanto banale quanto essenziale affinché tu colga il senso di tutto: io scrivo. Scrivo da quando sono stata in grado di tenere in mano una penna. Non sono una scrittrice, non mi è mai piaciuto definirmi tale e anche quando lo fanno gli altri mi suona strano e mi lascia un’espressione bislacca sul viso, come quando mangi troppo velocemente una di quelle caramelle acide e il velo di polverina che hanno sopra ti finisce dritta in gola, chiudendotela all’istante. Io scrivo a tempo perso, il che è tutta un’altra questione dal farlo di professione. Fin dalla più tenera età, come una piccola Jo March, mi cimentavo nella stesura di storie di ogni genere che poi facevo leggere o rappresentavo alla mia famiglia. I miei cari mi hanno sempre spronato e appoggiato in questo, e per buona parte della mia vita è sembrato che ogni scelta fosse guidata quasi in funzione della mia aspirazione: far diventare lo scrivere la mia occupazione principale. C’è, però, da considerare un fatto importante riguardante la mia famiglia. Come successe ad Achille, che venne immerso nello Stige per essere reso invulnerabile, così i miei genitori mi hanno inzuppato nel fiume dell’incertezza e del dubbio – premurandosi, al contrario di Teti, di non tralasciare alcun punto – affinché io ne uscissi come un concentrato di ansia e disagio. Ma ben presto ho trovato un modo che mi permettesse di canalizzare il tutto, di fare chiarezza, di dare senso a ciò che mi disturbava mentalmente. Guardavo il vuoto e lasciavo che le angosce, i tormenti, e le paure prendessero vita dalla pensa, senza che io potessi controllarle. Un flusso ininterrotto di coscienza che io non potevo fare altro che assecondare come una spettatrice, come se fosse qualcosa di più forte, di più grande dei pensieri stessi, qualcosa al di là della mia consapevolezza. Lasciavo che questo fiume straripante, questo vortice che si faceva strada nella mia testa, inondasse i fogli, confuso, incasinato, impulsivo, proprio come me, per metterlo poi nero su bianco, per dargli vita. Come una madre. Però ho capito molto presto che il karma è un’entità facilmente suscettibile. Ogni volta che sembrava andare tutto nella giusta direzione, ecco che lui decideva di punirmi prendendomi a picconate l’autostima e la volontà, lì dove fa più male, così, solo per ricordarmi chi è che comanda. Quindi, per un sacco di anni, a causa di forze maggiori, ho smesso di scrivere e quando capitava che quei vortici tornassero a colpirmi, subito prendevo un foglio, ma era come se avessi dimenticato come si fa. Mi sentivo un’inetta. Stavo abbandonando i miei figli e non sapevo come riportarli a casa.
Ma la svolta più grande per me coincide col lavoro. Un lavoro che non mi piace. Un lavoro che mi tiene chiusa in uno spazio che odio, che estirpa lentamente e in modo inevitabile la mia creatività e la voglia di far sentire la mia voce. Mi sento quotidianamente imprigionata in una vita che adesso non so fino a che punto sia il risultato delle mie scelte. Vado avanti per inerzia, lasciandomi sballottare da un allineamento cosmico che mi fa alzare la mattina e mi ributta sul letto la sera, senza consapevolezza né coscienza di me e del mondo circostante. Senza forza per fermarmi a pensare e senza voglia di farlo perché niente sembra avere senso.
Ti aspettavi un altro tipo di svolta, vero caro lettore? Ma io non ho mai pronunciato l’aggettivo “positiva”, né tantomeno siamo in un romanzo. Niente lieto fine. Solo una fine.
Se ti è mai capitato, caro lettore, di perdere qualcosa che ami, riesci a percepire quanto sia doloroso e frustrante non riuscire a fare non solo l’unica cosa che sei in grado di fare bene, ma anche l’unica che ti faceva stare bene. È stata una tortura. È stato l’inizio dell’oblio. Mi sono sentita precipitare e avevo un’unica possibilità: lasciarmi cadere. Dovendo trovare un modo per sopravvivere cerebralmente a tutto questo, ho imparato a dimenticarmi di saper scrivere, in questo modo, poco alla volta, non riuscire a mettere niente nero su bianco è diventato meno doloroso, meno importante.
Finché non ho conosciuto Loro.
Ti starai chiedendo chi siano “Loro”, caro lettore. Ebbene, loro sono la mia Arca di Noè, l’ancora di salvezza che il karma – che ogni tanto gira anche nel mio verso – mi ha mandato per salvarmi dal diluvio di apatia e disperazione che mi stava annegando. La prima volta che ho sentito parlare di Loro è stata per caso e mi avevano colpito talmente tanto che dentro di me si è innescato qualcosa, una sorta di bomba di eccitazione, posizionata in un punto indefinito fra cuore e cervello, che aspettava soltanto di esplodere. Non avevo idea di chi fossero, e con questo non intendo l’associare un nome ad un volto. Non avevo idea di quale fosse la loro essenza, il loro scopo, quali i loro presupposti. Tutto era nascosto da una coltre nebulosa indefinita e a tratti terrificante, che però mi chiamava a sé come il canto di una sirena intonando la parola “scrittura”. La parte razionalmente ansiolitica di me era spaventata da tutto questo. Continuavo a ripetermi che sicuramente non avevo niente a che fare con Loro, che mi sarei sentita come l’unica mosca nera in mezzo a mosche bianche, così ho tergiversato e trovato scuse, fin quando la nostalgia e la passione per qualcosa che per me era importante non hanno dovuto violentarmi il cervello e chiuderlo in una scatola blindata per metterlo fuori combattimento. Così, alla fine, la bomba è esplosa e il cuore ha avuto la meglio.
Ti è mai capitato, caro lettore, di vivere un’emozione talmente intensa, profonda e surreale che dovresti inventare una nuova parola per riuscire a descriverla?
Ti è mai capitato di voler trasmettere alla tua quotidianità uno stato d’animo che un’unica situazione riesce a istigarti?
Ti è mai capitato di voler parlare col te del passato e dirgli “Tranquillo, andrà tutto bene, un giorno incontrerai qualcuno che trasformerà il tuo modo di vedere le cose”?
A me sì. Con Loro. Ogni volta.
“Loro”, caro lettore, sono quello che un osservatore esterno potrebbe definire come un gruppo eterogeneo per sesso ed età che si ritrova una volta a settimana per scrivere insieme o discutere dei propri progetti. “Loro”, caro lettore, sono quelli che a me piace definire “l’antidoto”. Alla solitudine, al senso di inadeguatezza e inettitudine, al vuoto che ogni tanto ti parte dallo sterno e si propaga in tutto il corpo.
Questa, caro lettore, non è un’autobiografia, né un’elegia. Non è il risultato di una diarrea verbale non diagnosticata né di un raptus improvviso. Non ha un nome, né un genere. Non ha un passato e non avrà un seguito.
Questa, caro lettore, è semplicemente l’opportunità che mi è stata concessa per dirti che se tu sei qui a leggermi in questo momento è grazie a Loro.
Sara Zagli