Rotting Christ – Aealo (versione del 2026)

A memoria di metallaro, non penso ci sia notizia più angosciosa che sentire che la tua band preferita prende un suo disco del passato e incomincia a metterci le manone sudate e raggrinzite della vecchiaia sopra e prova a dargli una spolverata con fondotinta e altre diavolerie malsane. Io accolgo queste notizie con un vago tremito che parte da un punto imprecisato nel mezzo della schiena e poi si propaga indiscriminato fino alle appendici più varie. Ecco la sensazione morale e fisica con cui ho accolto la notizia, quando uscita senza dubbio ferale, dell’operazione ri-registrazione di Aealo da parte dei Rotting Christ.
Dopo essermi ingollato un paio di pastiglie tranquillanti ed essermi bevuto una tisana, ho fatto mente locale su come è la versione originale di Aealo del 2010. Un disco del suo tempo, di certo, forse meno entusiasmante di Theogonia, ma signore e signori, è anche difficile uscirsene a breve giro di posta con due Theogonia, no? Quindi Aealo era logicamente meno, ma non brutto, aveva il suo feeling e anche le canzoni spargevano Rotting Christ e aura senza problemi. O solo dal vivo? Ecco, perchè ho sempre amato sentirmi le canzoni su Lucifer Over Athens (2015) rispetto al disco in sé?
Aealo aveva le canzoni azzoppate da una produzione alquanto scellerata, con scelte discutibili di arrangiamento (non posso dire che la causa fosse la “velocità” nell’entrare in studio, visto che fra Theogonia e Aealo erano passati 3 anni ma si sa, Sakis è un workaholic quindi…) e soprattutto di suono, con quelle chitarrine così flebili da essere quasi inutili in certi frangenti.
La scelta l’avevo interpretata, all’epoca, come il primo segnale della deriva ritualistica che poi sarebbe arrivata con Κατά τον δαίμονα εαυτού e Rituals; invece, ahimè, era proprio un brutta scelta.
E adesso, con 16 anni di ritardo, Sakis ha deciso di rimettere mano a quel disco. Ha fatto danni o gli ha dato il necessario lifting?
Ovviamente avete già letto mille recensioni in merito, quindi non c’è neanche l’effetto sorpresa, ma la risposta è il gioco ha pagato la candela. Succede poche volte, ma succede. Aealo ri-registrato suona finalmente un disco corposo, con arrangiamenti migliorati, con le chitarre che finalmente escono fuori anche su LP e il nuovo passaggio in studio ha permesso di correggere/ridefinire elementi (una chitarra acustica qua, un chorus là). Ascoltare Aealo, adesso, è sinceramente bello.
Non che il disco del 2010 fosse brutto, come detto, ma era zoppo. Adesso ha finalmente ritrovato quello splendore che gli era dovuto già all’epoca. Senza citare le canzoni classiche, prendiamo una Fire Death and Fear e confrontate il suono delle chitarre: a parte quello che suonano, nella versione del 2026 Sakis si prende la libertà di rielaborare la parte inziale, è proprio la loro presenza ad essere diversa, più spessa e incisiva nella versione moderna e molto più flebile, soverchiata dalla batteria di Themis, nel 2010.
Il cantato risente del nuovo timbro di Sakis, ma non ci faccio sopra un dramma umano. Anzi, non mi sembra neanche ci abbia perso troppo il passaggio al timbro più maturo rispetto allo scream strozzato con cui aveva approcciato Aealo all’epoca. Non è che Sakis sia mai stato un virtuoso del cantato, ma è riconoscibile e mette il timbro Rotting Christ sulle sue opere.
Senza mettersi a fare una disanima nota per nota, che tanto non saprei farla quindi la lascio, mi sembra abbastanza chiaro il mio pensiero: la versione 2026 supera senza troppi problemi quella del 2010. La maturità ha giovato a Sakis e ad Aealo.
L’unico pensiero: per favore, cari Rotting Christ, non incominciate a farlo con tutti i dischi, che qua si gioca su un terreno scivoloso. O i dischi sono epocali, quindi meglio lasciarli perdere, o non hanno le canzoni e la produzione, sinceramente, non è il problema peggiore del vinile. Aealo vi è riuscito e sono felice di questo, adesso passiamo oltre.
[Zeus]

Mortis Mutilati – Death Worshippers (2026)

I francesi Mortis Mutilati non sono dei novellini. Attivi dal 2011, hanno già messo in cantiere 6 LP e altre uscite fra demo, live, split ed EP. Non poco. Death Worshippers, sesto e ultimo in ordine cronologico, oltre ad avere un titolo che potrebbe rimandare incautamente anche ad Harry Potter (!?), è un LP di sanissimo black metal melodico di stampo francese. Sarà l’accento o le melodie decandenti, quella sorta di gothic con la puzza al naso, che posizionano immediatamente la band di Macabre (leader incontrastato e presenza fissa nel gruppo dal 2011) in Francia. Come altri dischi che ho recensito questo mese, sarà il mese di marzo che stimola certi ascolti, anche i Mortis Mutilati puntano molto sul lato melodico della musica del Diavolo e tentano di portare a casa la pagnotta senza andare ad impelagarsi in accelerazioni troppo difficili da controllare. L’obiettivo di Macabre, mi sembra chiaro, è quello di avvolgere l’ascoltatore in un ambiente tenebroso, sconsacrato e con qualche fascinazione per i giri notturni nei cimiteri per vedere se è vero quel che si dice dei fuochi fatui. Ci sono i tupa-tupa e gli screaming e tutto l’ABC che si deve trovare nel black metal melodico, ma la cowbell e il riff black’n’roll di Stillborn Chorus è abbastanza interessante, soprattutto perchè inaspettato in un LP dove, con buona pace di tutti, di reale scintilla innovativa non c’è granchè traccia. Sentitevi questo brano e ditemi se, ad un certo momento, non vi sembra anche a voi che i Type O Negative si siano infiltrati per un momento nei Mortis Mutilati. E poi la title-track con quei coretti iniziali che potrebbero essere una versione slabbrata e black metal dei Misfits, mentre sotto Macabre e soci tirano fuori riff di indubbia provenienza svedese anni ’90.
Non voglio fare un track-by-track perchè tanto non fa senso, avete capito benissimo l’antifona e cosa è possibile trovare dentro questo LP. Dove i Mortis Mutilatis non arrivano con una proposta personale, che è un’etichetta difficilissima da ottenere visto che è quasi impossibile oggigiorno arrivare a creare qualcosa di assolutamente nuovo, ci provano mettendo in mostra mestiere e volontà. Rispetto anche, direi, per la forma di un genere che richiede certi elementi per essere apprezzato dal proprio pubblico. Death Worshippers potrà piacere ad uno spettro ampio di metallari perchè è il gelato alla vaniglia che, in mancanza d’altro, va sempre bene. Non ci vedo controindicazioni neanche per quelli che bazzicano il gothic più estremo, visto che sotto alcuni double bass e passaggi black, ci troviamo di fronte a molti riff di matrice rock.
[Zeus]


Isobel Campbell & Mark Lanegan – Ballad of the Broken Seas (2006)

Recensire certi LP, come questo Ballad of the Broken Seas, ti prende al cuore. Attenzione, non è mai stato uno dei miei LP preferiti in assoluto, siamo lontani da quella vetta, ma sono passati 20 anni dalla sua uscita (e mi sento vecchio) e Mark Lanegan ha lasciato questa valle di lacrime. Non c’è bisogno di ritornare a dire quanto apprezzi Lanegan vero? Bene. Il fatto è che questo disco, fatto uscire come collaborazione, in realtà è un prodotto quasi esclusivamente di Isobel Campell, la quale ha scritto tutta la musica e molti dei testi prima di spedire il pacchetto al nostro burbero americano e lasciargli compiere la sua magia. Pur non essendoci un goccio di growl, e neanche di metal, la delicatezza delle linee vocali di Isobel Campell si incontrano, scontrano e aggrovigliano con quelle tenebrose e profonde, spazzolate di whisky e tabacco di Lanegan creando così una versione di beauty and the beast in salsa folk rock. Io poi ho questo stranissimo guilty pleasure del country/americana ecc, quindi un disco che arriva a toccare quelle sensazioni, non può che suscitare un plauso e un mio interesse. La presenza della voce di Lanegan trasporta le melodie di Campell, folk acustico, dipinto su un difficilissimo equilibrio fra oscurità e lullaby rassicurante, in territori che di rassicurante non hanno. I toni bassi, polverosi, dell’ex singer degli Screaming Trees ricordano che al lato dell’occhio, mentre dormi, c’è il mostro sotto il ponte che cerca di mangiarti. Solo Ballad of the Broken Seas, la title track, riesce a trasmettere una sensazione meno oscura rispetto alla tripletta iniziale, ma anche qua non sto parlando di una ballatona romantica visto che i violini e gli arrangiamenti della canzone non sono proprio da San Valentino.
Revolver è l’unica traccia a firma unica di Mark Lanegan e, a mio parere, è quella in cui è proprio Isobel Campbell ad essere l’ospite del proprio disco. Revolver ha tutte le stigmati di una outtake da Bubblegum e, paradossalmente, mi sembra di sentire Lanegan più spigliato, mentre nel resto del disco fornisce, come sempre, una prestazione sovraumana ma da mero ospite (da elemento altro rispetto ad un amalgama al 100% perfetto).
Ho sempre ascoltato Ballad of the Broken Seas meno del previsto, forse perchè pur apprezzandone il concept e quanto suonato, vi sfido (se apprezzate il genere!) a non trovarci dentro diversi momenti di piacere, dopo un po’ mi ha sempre stufato. Questo primo LP del duo Campbell-Lanegan non è uno di quei dischi che metterei su in loop o in toto. Mea culpa, ma è così. Ballad of the Broken Seas è un vinile che, ancora oggi, riesco a sentire a spizzichi e bocconi. Quello che sento mi piace e poi lascio passare del tempo e ritorno in seguito ad immergermici dentro.
[Zeus]

Mek Na Ver – Noctivaga (2026)

Ultimamente sto trovando sempre più realtà italiane che propongono album di discreto interesse. L’idea di andare a sondare nella più sinistra provincia della Mongolia Orientale per scovare la band di culto, in certi momenti, mi risulta un po’ pesante. Guardo nel giardinetto di casa “mia” (non più…) e provo a scovare qualcosa da proporvi. I romani Mek Na Ver, creatura della bassista/chitarrista Moerke (Consummatum Est e Opera IX nel suo curriculum) fanno proprio al caso nostro. Noctivaga segue l’esordio Heresy con un ritardo di ben 16 anni, in altre parole i Mek Na Ver dell’epoca non sono questi… a parte la costante data da Moerke, ma tant’è.
So che vi state già grattando disperati per capire cosa suonanno, quindi tiriamo via il dente e il dolore. Un black metal malinconico, melodico, giocato su buone alternanze fra midtempo e accelerazioni, con accenti di tastiera che ricordano i Dimmu Borgir ma senza essere eccessivi o invadenti e una generale attitudine che potrei anche far rientrare nel grande calderone dell’atmospheric black metal. L’apertura strumentale è puro cinema (ma non è l’unico caso) e, per quanto sia sempre molto scettico nei confronti di intro/outro, i Mek Na Ver hanno con Silenzio d’Incanto e Fiele hanno semplicemente settato i sentimenti che si potranno trovare in Noctivaga. Non essendoci note a riguardo, suppongo che le voci femminili in clean siano date da Moerke (in fin dei conti si occupa del cantato negli Opera IX): chiedo a voi, non vi ricordano quelle presenti sui dischi pre-2000 dei Dark Tranquillity, anche se non hanno niente in comune in realtà?
Penso sia una questione di melodie o di contrasto fra emozioni suscitate dalla musica e le voci in clean, ma c’è quella sensazione da Insanity Crescendo o simile.
Mi sono ritrovato a riascoltare questo LP con sempre più frequenza mentre dovevo fare dei lavori ripetitivi, quelli dove il cervello si può immergere in altri mondi lontani mentre il corpo continua i suoi task senza problemi, e il piacere che ne ho tratto mi ha spinto a riprendere in mano Noctivaga anche nella tranquillità.
Giudizio? Il disco regge senza problemi, le melodie ci sono (alcune sanno di già sentito… una sorta di memoria comune black metal melodico/sinfonico) e sono piacevoli da sentire (non sono stucchevoli) e la pulizia sonora sarà un fattore che dividerà il loro eventuale pubblico black metal visto che, raw, questi romani non lo sono proprio. Però sono una band che conosce come creare una canzone, come arrangiarla e, pur su minutaggi consistenti (giriamo tranquillamente sopra i 5 minuti a canzone), tenere alta l’attenzione. Ascoltatevi la conclusiva Sabbat – Vespera Ultima per delucidazioni.
L’attuale fascinazione per le band black metal che usano l’italiano per trasmettere un messaggio mi piace sempre di più (es. Ascensio Astrae (tra le Stelle)). Fa senso, fornisce più caratterizzazione e, soprattutto, permette di sfruttare la lingua madre in maniera piena e cosciente… senza andare a finire in pattumiere linguistiche o di pronuncia.
Adesso, cari i miei Mek Na Ver, non aspettiamo altri 16 anni per far uscire un nuovo LP, vorrei sentirlo prima di aver un’autonomia della vescica inferiore ai 10 minuti.
[Zeus]

Lynyrd Skynyrd – Gimme Back My Bullets (1976)

Arrivo con un leggerissimo ritardo nel festegiare i 50 anni di Gimme Back My Bullets dei Lynyrd Skynyrd, una delle band che adoro e che critico, probabilmente per compensazione, in maniera più che mai acida. Che bello l’amore litagarello, non è vero? Fra molti dei dischi che ho recensito che hanno compiuto il mezzo secolo, Gimme Back My Bullets è quello che, forse, sente di più il passare del tempo. Può nascondere il passare del tempo dietro ad rimasterizzazioni e quant’altro, ma c’è il rischio di farlo diventare una sorta di Ken siliconato storpiandolo.
Il quarto album della formazione originale (anche se zoppa di Ed King) è uscito debole e, probabilmente, doveva uscire così. E lo dimostra la storia, visto che dopo Gimme Back My Bullets hanno tirato fuori un live da tirarti giù dal letto a calcioni (One More For The Road) e poi l’ottimo e ultimo Street Survivors con Steve Gaines alla terza chitarra.
GBMB è l’album di passaggio, quello che avrebbe potuto essere, ma in cui i Lynyrd Skynyrd forse non si sono mai sentiti realmente a loro agio. E sì che è stato registrato da un mostro sacro come Tom Dowd (guardatevi chi ha prodotto), dopo aver lasciato l’abbraccio psicotico di Al Kooper, con cui la band era entrata in guerra aperta. Il problema di GBMB è l’assenza di un vero brano spaccadisco, quello che vorresti risentirti sempre e comunque. Non ci sono cadute di tono, anche se l’assenza dei fill di chitarra di Ed King fa sembrare il duo Collins-Rossington un po’ spento, ma neanche momenti esaltanti al 100%.
La title track è una buona canzone, un pezzo che non stufa, ma se la metti a confronto anche solo con una canzone di Nuthin’ Fancy (diciamo On The Hunt o Saturday Night Special, tanto per dirne due) allora capisci che stiamo giocando su due piani diversi. La definizione che potrei prendere in prestito è un grande classico: su Gimme Back My Bullets, ai Lynyrd Skynyrd, manca sempre un cent per fare un dollaro. Arrivano al 98% e non riescono, per qualsiasi motivo, a far passare il brano dall’essere buono all’essere questo è una canzone dei Lynyrd Skynyrd, per la miseria!.
Mi sono ritrovato ad ascoltare molte volte questo LP, un po’ per amore della band, un po’ perchè, come detto, i Lynyrd Skynyrd sono comunque capaci di tirar fuori del boogie rock caloroso e dal groove (Double Trouble). Forse, ed è paradossale, l’ho ascoltato nella sua completezza più di uno Street Survivor, forse anche solo per capire perchè non ero mai entusiasta. Misteri della fede del rock.
Se ve lo state chiedendo: sì, Gimme Back My Bullets mangia in testa alla discografia post-incidente aereo. Non ci sono né se né ma, ma questo penso lo capirebbe anche una giraffa. Con tutto il rispetto per le giraffe (meglio dirlo in quest’epoca strana).

[Zeus]

Impious Vesper – Memoria Mortuorum (2026)

Memoriam Mortuorum, degli Impious Vesper, è un disco del 2025, ma merita di avere una piccola visibilità anche adesso che ci siamo lasciati dietro quello che credevamo un brutto anno per entrare in uno ancora peggiore. Non è una cosa nuova, ma va comunque ribadita l’ovvietà per mettere punti fermi come sassi (cit.). Voglio parlarne non per nazionalismo spinto, sì la band è italiana (di Modena), e neanche perchè è un debutto assoluto dopo un demo nel 2020 (Fiamme e Corvi) e poi un silenzio lungo 5 anni. Ne voglio parlare perchè è un disco che, pur scoperto per caso e ascoltato su Black Metal Promotion, mi ha colpito all’istante per la qualità che sprigiona. Memoriam Mortourum è un debutto, ma suona ispirato e completo come un progetto ben avviato, non come una band che si è presa ben 5 anni per capire cosa farne della propria vita. Black metal melodico, pulito e tecnico (le linee di basso fretless del bassista sono belle presenti e prendono immediatamente l’orecchio) che non disdegna sia il classico momento aggressivo, sia l’apertura a momenti più atmospheric, senza comunque perdere credibilità.
Disco lungo, sette tracce per oltre 50 minuti di musica non sono pochi, soprattutto nel black metal. Il rischio, al debutto, di pisciare fuori dal vaso con arroganza e stupidità è sempre dietro l’angolo, ma, signori miei, questi modenesi riescono a tenere la musica al lazo e non si fanno prendere dalla paura. Rischiano, certo, ma il gioco vale la candela e brani come Ode IV – Deditio: Non Omnis Moriar (oltre i 7 minuti) presentano una serie di sfaccettature acustiche, elettriche e compositive che è un piacere.
E, cari i miei lettori più critici, questa non è l’unica che riserva delle sorprese.
Vi assicuro, questo è uno di quegli LP che, durante le conversazioni davanti alla pinta di birra, vi faranno dire ai vostri soci: credimi, Memoria Mortuorum prende bene, ma cresce con gli ascolti. Fidatevi, è un debutto che sa di disco adulto e non nel senso peggiore, ma proprio per il suo essere capace di camminare e presentarsi al mondo con sicurezza.
Complimenti Impious Vesper. Adesso, però, è vietato adagiarsi sugli allori e credere di essere arrivati. Il difficile inizia adesso.

[Zeus]

Crystal Sun – The Trace You Left (2026)

Crystal Sun è il progetto a cui stava lavorando Ale Moz, bassista dei Detestor, scomparso prematuramente nel luglio del 2024 a causa di un tumore. Lavoro incompiuto ma non destinato a rimanere tale, viene preso in mano da Trevor e Tommy Talamanca dei Sadist (voce e chitarra) e da Giovanni Durst dei Benediction (batteria), con lo scopo di onorare la memoria, la passione, l’amicizia del musicista genovese.
Per l’occasione vengono chiamati a dare il proprio contributo musicisti di Fleshgod ApocalypseDeathless LegacyFulciInfection CodeAydra. Il risultato è The Trace You Left, album ricco di significato già a partire dal titolo. Non starò a fare una recensione dei pezzi, perché qui, prima di tutto, conta l’intento, che non si limita al solo ricordo di un musicista scomparso, perché il ricavato delle vendite sarà devoluto all’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro).
Se avete il cuore di voler contribuire, ma il timore di ritrovarvi tra le mani un album di solo valore simbolico, vi tranquillizzo subito. The Trace You Left è un ottimo disco, che si muove tra prog e death, con una spiccata vena melodica e il tocco personale di ogni ospite dona un che di unico ai brani che li vede coinvolti. Ottime anche la produzione e l’esecuzione, con il basso di Ale spesso in evidenza, e i musicisti che hanno dato davvero il massimo per onorare il loro amico.
L’album è uscito il 23 gennaio.

[Lenny Verga]

Giuseppe Menconi – Sangue del mio Sangue (2019 Acheron Books/Vaporteppa)

Evangeline è un’archeologa e una necromante. Scovare mummie, rimetterle in sesto e e trasformarle in lavoratrici obbedienti è la sua specialità. É molto brava in quello che fa e molto sicura di sé, la sua competenza è indubbia, ma emergere in un ambiente dominato da uomini spesso ottusi è difficile. Ciò di cui ha bisogno è uno scavo importante, una scoperta che lanci la sua carriera e faccia risuonare il suo nome, ed è disposta a fare carte false per ottenere quello che vuole. Quando l’occasione le si presenta capisce subito che sotto c’è qualcosa di grosso, di segreto, di pericoloso, perché per partecipare alla spedizione è necessario arruolarsi nell’esercito. Che cosa hanno trovato di così importante nel deserto da rendere necessaria la presenza dei soldati e da poter scatenare una guerra?
Avevamo già ospitato Giuseppe Menconi sulle nostre pagine con l’ottimo romanzo sci-fi Abaddon. Questa volta, con Sangue del mio Sangue, l’autore cambia totalmente registro e passa dalla fantascienza militare a quello che potremmo definire un dark fantasy archeologico, con abbondanti dosi di horror e una spruzzata di steam punk. Tra i tanti pregi di questo romanzo ci sono una trama originale, una protagonista delineata in modo magistrale e un’ambientazione creata inserendo i giusti e necessari dettagli al momento giusto, senza perdersi in divagazioni e in lunghe spiegazioni. Aggiungeteci trovate geniali, tanto divertimento, umorismo e sangue. Consigliato senza riserve. Pubblicato da Acheron Books nella collana Vaporteppa.

[Lenny Verga]

Deimler – Darkness Falls (2026)

Storia particolare quella degli spagnoli Deimler. Attivi inizialmente dal 1998 al 2002 senza aver pubblicato album, si riformano nel 2018 e, da allora, si sono dati parecchio da fare. Sono ben quattro le pubblicazioni ufficiali dal 2020 a oggi, un EP e tre full-lenght tra cui il qui presente Darkness Falls. Il trio propone un death metal di vecchio stampo, in pieno stile anni ’90, con un apparente grezzume, dato principalmente da una voce estremamente gutturale, che in realtà cela ottime capacità esecutive.
Un’intro che non saprei come definire se non ambient, creata con l’unico probabile scopo di creare un forte contrasto con ciò che seguirà, apre un album compatto e con la pesantezza e inesorabilità di uno schiacciasassi. Otto brani della durata media inferiore ai quattro minuti dove trovano spazio cattiveria e intransigenza, dove l’estremo non è solo nel suono o nella velocità, ma anche nel songwriting. Le dissonanze sono infatti  parte caratteriale di ogni brano, un po’ alla Gorguts se vogliamo cercare un paragone, anche se non portate così all’eccesso, caratteristica che può piacere o meno, ma che viene impiegata sapientemente. Echi dei Nile emergono da Ghost in the Machine, brano che prende una strada leggermente diversa rispetto agli altri. Chiude il disco Dreamweaver, una strumentale che mette uno stridente violino sopra una base che si muove tra industrial e sperimentazione.
Darkness Falls è un concentrato di violenza sonora che non porterà chissà quale stravolgimento nella scena death, ma che si è rivelato un ascolto interessante e che riserva anche qualche sorpresa a chi ha voglia di ascoltare con attenzione. L’album è in uscita il 20 marzo via Awakening Records. Dategli una possibilità.

[Lenny Verga]

Tony Iommi feat. Black Sabbath – Seventh Star (1986)

Come da tradizione ormai millenaria, o così mi sembra, scrivo l’ennesima recensione di Seventh Star. Rigorosamente diversa da quella scritta nel 2016 (sempre su questo sito) e le millemila che ho scritto in giro per il web con nomi e pseudonimi che, ad oggi, non ricordo neanche. Il fatto che non abbia un’opinione lineare su questo LP di Tony Iommi (feat. Black Sabbath, mannaggia la miseria) lo rende un grande album o uno mediocre? Anche oggi, che è quasi Capodanno (scrivo nel 2025 questa recensione giusto per tirarmi via un po’ di lavoro per il 2026… neanche ne avessi a chili), non ho una risposta certa. Non riesco a metterlo a livello dei dischi dei Black Sabbath, perchè non lo è, e anche rispetto alle successive prove soliste di Iommi, questo Seventh Star è, in certi punti, un po’ troppo debole. Sentitevi il suo disco con Glenn Hughes, Fused, e il mio gusto pende a favore del disco del 2005.
Seventh Star, però, non è brutto e non è sbagliato. Questo LP ha solo avuto la sfortuna di avere una gestazione difficile, come trequarti della vita musicale di Iommi post-Mob Rules. Fra case discografiche che fanno le bizze, musicisti inconsistenti, mondo musicale sordo alle lusinghe musicali dei vecchi saggi come i Black Sabbath, droga, alcol e mille altre grane, tutto il periodo ’80-’90 della mano baffuta di Dio è stato un grande grattacapo. Il Nostro ha sempre portato a casa il risultato, sia chiaro, ma che difficoltà.
Nato come progetto solista con più cantanti, diventa una band classica con il super-drograto Hughes a metterci la voce. L’idea dei cantanti diversi non verrà cestinata e tornerà a galla giusto giusto per il vero esordio solista IOMMI. Anche il suono tira via le asperità presenti su Born Again e si getta di nuovo su un hard blues caldissimo, rotondo, dal riff grosso ed emozionante. Non c’è altro da dire quando c’è Mr. Iommi dietro la sei corde e se siete di un’altra parrocchia, per favore, smettete immediatamente di leggere sto blog.
Dentro Seventh Star deve aver fatto confluire tutto quello che, con i Black Sabbath, non riusciva più a buttare fuori a causa delle pressioni esterne, di un mercato musicale che incominciava a sussurrare glam metal in tutte le sue più smaglianti sfaccettature. E poi i Sabbath devono dare al pubblico un certo tipo di musica, non possono permettersi di mettere dentro un pezzaccio come No Stranger To Love (no, non ho cambiato idea, non mi ispira). Però è messo in un sandwich di grossezza hard rock come In For The Kill (che al minuto 1:50 ha sto passaggio di chitarra che sembra un mini passaggio punk-pop e mi fa sorridere, ma credo di sorridere solo io) e Turn The Stone (che ha sto intro di batteria che ha un sentore di un’altro che arriverà 5 anni dopo), che da soli settano bene l’atmosfera del disco. Dopo il classico intermezzo strumentale (Sphinx) che Iommi piazza da Paranoid con una frequenza del 70/80% delle uscite (a parte i dischi degli anni ’90) non c’è una caduta di tono, non sono classici ma si posizionano in quella categoria di brani che trequarti delle band del pianeta potrebbe prendere per dare una scossa alla propria decadente vita musicale.
In Memory è, per me, una ballad molto più interessante che No Stranger To Love. Ma sono gusti e, come si sa, ognuno ha il suo.
Sono riuscito a scrivere l’ennesima recensione diversa di Seventh Star, faccio quasi schifo. Ma ogni volta che lo riascolto, e ormai sono decenni che passa sotto le mie grinfie, mi sembra offrire qualcosa di diverso, farmi gli occhioni ricordandomi che, l’altra volta, avevo scritto delle cazzate immonde perchè non avevo capito niente di Seventh Star. CI rivediamo nel 2036, per i 50 anni di questo LP. Son certo che sarà come ascoltare un disco nuovo.
[Zeus]