«Ormai le versione della nostra storia erano così tante. Quella dei nostri figli, della polizia, dei periti. La mia si sfaldava sotto lo sguardo degli altri. Non negavo affatto i crimini, ma non riconoscevo la mia vita quando gli altri la riassumevano. Ero stata felice, ne ero certa. Non ero soltanto una vittima».
Questa citazione viene da Un inno alla vita, memoir con cui Gisèle Pelicot prende la parola dopo il processo che ha scosso la Francia e non solo (il libro è appena arrivato in Italia per Rizzoli). Per quasi un decennio, l’ex marito l’ha drogata in segreto, stuprata e fatta abusare da decine di sconosciuti a casa loro. A fine 2024 Dominique Pelicot e altri degli uomini coinvolti sono stati condannati in primo grado a pene comprese tra i 3 e i 20 anni di detenzione.
Gisèle Pelicot (che sarà in Italia il prossimo 18 marzo) ha da tempo scelto di abbandonare l’anonimato, perché, come lei stessa ha detto: «La vergogna deve cambiare lato». Ed è qui che si inserisce anche il suo libro: la scelta di trasformare una vicenda personale in una testimonianza pubblica che colpisce per onestà e pacatezza nel racconto.
Nella newsletter di oggi discutiamo di come la letteratura scritta da donne sia spesso influenzata da temi come quello di genere, dalla violenza e dagli abusi subiti. E di come le cose siano cambiate (o meno) a seguito del Me Too e dello scandalo Pelicot. Lo abbiamo fatto con Luana Doni, dottoressa di Ricerca in Letteratura Francese all’Università degli Studi di Torino.
Buona lettura!
Una scritta murale dedicata a Gisèle Pelicot, Foto Ansa, EPA/YOAN VALAT
La Francia delle donne che scrivono
Intervista a Luana Doni
«Le donne hanno sempre scritto. Non sono nuove al panorama letterario. Semplicemente oggi hanno acquisito maggiore rilevanza, anche grazie alla bruciante e necessaria riappropriazione dei diritti che ha permesso loro di parlare finalmente a proprio nome», esordisce Luana Doni, Dottoressa di Ricerca in Letteratura Francese e attrice teatrale.
Dopo il MeToo e, in Francia, dopo la risonanza mediatica del caso Pelicot, parlare di letteratura scritta dalle donne significa inevitabilmente interrogarsi non solo sui temi, ma sulle forme. È davvero cambiato qualcosa nella scrittura contemporanea o stiamo assistendo a una maggiore visibilità di questioni che esistevano già, ma restavano ai margini?
Se oggi assistiamo a un’esplosione di testi che raccontano traumi, violenze, rapporti di potere, è perché più donne si sentono autorizzate a prendere la parola. Non solo scrittrici di professione, ma anche donne che non avevano mai pensato di scrivere un libro. Un esempio emblematico è Il consenso di Vanessa Springora (edito in Italia da La nave di Teseo nella traduzione di Gaia Cangioli): editrice, non romanziera, che a un certo punto decide di raccontare la relazione abusiva vissuta da adolescente con lo scrittore Gabriel Matzneff. Un testo che ha riaperto in Francia una ferita culturale e collettiva.
Più che di autobiografia, però, Doni preferisce parlare di “patto testimoniale”. L’autobiografia, in senso stretto, è una categoria problematica: «Non è mai possibile dire tutta la verità così come l’abbiamo vissuta». La memoria seleziona, rielabora, ricostruisce. Qui entra in gioco la teoria del romanzo e, in particolare, il pensiero di Philippe Forest che, citando Primo Levi e Giorgio Agamben, riflette sulla voce del sopravvissuto: chi scrive parla anche al posto di chi non può più farlo. È una scrittura che nasce da un’esperienza limite, spesso impossibile da sostenere, e che a un certo punto “impone” di essere raccontata. «È quell’opera che si scrive malgrado il suo scrittore o la sua scrittrice».
Molte autrici contemporanee francesi abitano proprio questa zona ibrida tra saggio, romanzo, memoria e cronaca. Una scrittura che rimanda a un’idea di Roland Barthes: una forma terza, che non è né saggio né romanzo né autobiografia, ma un intreccio di registri. Ne nasce una scrittura-patchwork in cui la riflessione teorica si intreccia al racconto intimo e alla dimensione sociale, superando le vecchie categorie di genere letterario.
La maggiore risonanza mediatica di questi testi, tuttavia, non equivale al raggiungimento della parità. «Se ancora dobbiamo parlare di donne come qualcosa da promuovere o salvaguardare, significa che quella parità tanto agognata non è ancora arrivata». Il rischio, infatti, è sempre quello della settorializzazione: parlare di “scrittura femminile” come categoria separata, come scaffale a parte, invece che semplicemente di letteratura.
Resta poi aperta la questione del valore letterario. Non tutte le testimonianze hanno lo stesso peso sul piano estetico, pur essendo tutte rilevanti sul piano sociale e politico. «Bisogna distinguere tra patto testimoniale in ambito letterario e testimonianza in senso più ampio». La scrittura, per diventare opera, richiede un lavoro formale, una consapevolezza linguistica. In questo senso torna attuale anche Carla Lonzi, che negli anni Settanta invitava le donne a costruire una propria storia e una propria cultura non in competizione con l’uomo, ma autonome. Non un’imitazione del canone, ma una trasformazione delle sue regole.
Il discorso sul canone apre un’ulteriore frattura. Perché alcune scrittrici vengono accolte e altre rimosse? «Vengono accolte, forse, quando diventano inoffensive», suggerisce Doni. Simone de Beauvoir è oggi celebrata come madre del femminismo, ma nel 1949, quando pubblicava Il secondo sesso, non si definiva femminista: era una filosofa che analizzava una condizione storica e culturale. Eppure, nello stesso periodo, autrici come Violette Leduc affrontavano aborto, sessualità femminile, omosessualità e desiderio con una radicalità che risultava scandalosa. Il suo romanzo Thérèse e Isabelle fu censurato nel 1955 e per anni è rimasta ai margini del canone. Non dimentichiamo Pauline Réage, autrice nel 1954 di Storia di O, un romanzo interessantissimo sulla sottomissione. O ancora Françoise Sagan, che scrisse molte opere ingiustamente dimenticate, oltre a Bonjour tristesse.
Anche Annie Ernaux, oggi consacrata dal Premio Nobel, è stata a lungo considerata una voce laterale. La sua forza sta nell’aver trasformato l’esperienza personale in esperienza collettiva, senza mai indulgere alla consolazione. La sua scrittura, asciutta e cruda, espone le fratture di classe, di genere, di memoria. È una scrittura che non cerca di piacere, ma di dire.
C’è un tema poi centrale nel dibattito francese, che proprio la letteratura ha contribuito nel tempo a far affiorare: quello dei rapporti tra adulti e minori, che mostra con evidenza quanto letteratura e cultura si intreccino. Negli ambienti intellettuali del dopoguerra, certe relazioni erano in parte normalizzate, protette da una rete di complicità simboliche. Dopo il caso editoriale di L’incesto di Christine Angot nel 1999, il caso Springora riapre una domanda fondamentale: «Non è strano che una ragazza di quattordici anni provi fascinazione per un adulto. Il punto è: cosa cerca l’adulto in lei?». Il consenso presuppone una relazione tra pari, e qui la parità non esiste.
La riflessione si allarga inevitabilmente alla responsabilità culturale. Molti autori potenti sono stati protetti per decenni. Oggi la scelta di non sostenere più determinate figure diventa una presa di posizione etica. Senza negare la complessità del rapporto tra opera e autore, emerge l’idea che la cultura non sia uno spazio neutro: ciò che legittimiamo contribuisce a definire ciò che riteniamo accettabile.
Tra le voci contemporanee più interessanti su questi temi, citiamo Neige Sinno con Triste tigre, Virginie Despentes con Caro stronzo, Camille Laurens con Philippe, e ancora Leïla Slimani e Nina Bouraoui. E la letteratura queer? Pur non essendo il suo ambito principale di ricerca, Doni osserva come il panorama francese offra percorsi significativi. «Mi ripeto ma Violette Leduc resta un riferimento imprescindibile per l’omosessualità femminile nel Novecento», dice. Per non dimenticare la letteratura francofona, che amplia ulteriormente il discorso su genere, identità e intersezionalità, intrecciando le questioni di sesso, classe e provenienza culturale.
Resta infine la questione editoriale. Negli ultimi anni in Italia le storie di donne sono spesso appiattite su dinamiche di mercato e su una retorica dell’esemplarità. In Francia, pur esistendo simili logiche commerciali, l’investimento culturale appare più strutturato: nelle collane prestigiose riemergono autrici riproposte in edizioni complete e filologicamente curate, restituite alla complessità della loro opera.
«Per questo io preferisco parlare di scritture di donne», conclude Luana Doni. «Non di scrittura femminile. La scrittura non ha un genere. Ma alcune esperienze sì, e rivendicarle è necessario».
Luana Doni è dottoressa di ricerca in Letteratura francese contemporanea e assistente alla regia. Si occupa di studi sulla scrittura delle donne ed è autrice del volume Intertestualità nell’opera di Violette Leduc (Miraggi Edizioni, 2022). Attualmente collabora con l’Università degli Studi di Torino. È fondatrice della pagina @scoprodonnevedocose e lavora come assistente alla regia e alla drammaturgia dello spettacolo Adesso sono. Carla Lonzi può essere un altro nome (con Monica Martinelli, regia di Alessia Donadio).
Cose belle che abbiamo letto in giro
Sono stati condannati i mandanti dell’omicidio dell’attivista brasiliana Marielle Franco.
L’attesa per il nuovo film di Alice Rohrwacher cresce: è scritto con Ottessa Moshfegh e interpretato da Josh O’Connor, Saoirse Ronan e Jessie Buckley.
È arrivata al cinema La sposa! di Maggie Gyllenhaal.
Al cinema sta andando benissimo un documentario religioso sulle «apparizioni del Cuore di Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque» di cui nessuno sembra sapere niente.
Da un anno il governo non pubblica i dati sugli aborti.
Uno studio su DNA antichi rivela che ai maschi Neanderthal piaceva accoppiarsi con le femmine degli umani moderni, mentre era più raro che una Neanderthal cercasse un umano moderno.
Essere gay nello sport è ancora un problema e Heated Rivalry racconta bene il perché.
Un romanzo d’esordio che sta avendo straordinario successo: Tre nomi di Florence Knapp.
C’è un libro uscito di recente che vuole provare a mappare lo stato delle cose in fatto di amore, sesso e modelli relazionali.
Arriva in libreria La madre di tutte le domande – Riflessioni sul femminismo e il potere raccoglie una serie di saggi di Rebecca Solnit. Tema cardine è il silenzio e il modo in cui le donne vengono messe a tacere.
Insieme alle persone che partecipano al nostro gruppo di lettura alla libreria Verso di Milano abbiamo scelto la nostra prossima lettura: Fabbricare una donna di Marie Darrieussecq (Crocetti). Ne parleremo a giugno, in data da definirsi; per restare aggiornati potete iscrivervi al gruppo Telegram dedicato al bookclub.
A presto,
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