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oppure si tratta di timori eccessivi?

Credo che l’etica e la sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale siano temi
estremamente importanti. All’interno della nostra organizzazione esiste un
team guidato da Joel Lehman specificamente dedicato a lavorare su questo
tema dalle molte sfaccettature. Io però ci terrei a fare dei distinguo: ritengo che
gli allarmismi apocalittici sollevati da una certa fascia della Silicon Valley e
fomentati anche da giornalismo sensazionalistico siano fondamentalmente
degli specchietti per le allodole che distolgono l’attenzione da quelli che sono
effettivamente temi importanti da discutere e su cui lavorare.

Luciano Floridi ne cita spesso alcuni. Parafrasando e aggiungendoci un po’ di


mio: la capacità di algoritmi che sanno molto su di noi di manipolare le nostre
decisioni, l’uso di algoritmi predittivi in contesti sensibili come polizia, giustizia e
antiterrorismo, l’automazione di alcuni tipi di lavori (che potrebbe non essere
un pericolo in sé, ma lo può diventare in assenza di contromisure sociali), il
demandare decisioni ad algoritmi non propriamente intelligenti o le cui
decisioni non riusciamo ad interpretare. Questi sono i temi su cui vale la pena
riflettere a mio parere, il resto è più che altro fantascienza.

Infine, considerando il legame con il tuo paese


d’origine, come ritieni sia oggi posizionata l’Italia nei
confronti dell’intelligenza artificiale? L’industria ne
ha compreso il potenziale o ancora l’impegno non può
essere considerato sufficiente? ↑

In Italia c’è una fervida comunità scientifica che lavora sull’intelligenza


artificiale. È facile incontrare ricercatori provenienti da praticamente ogni
università italiana a conferenze internazionali. Tra l’altro quest’anno una molto
importante, ACL, si terrà Firenze, mentre nel 2022 IJCAI si terrà a Bologna.
Inoltre esiste un’associazione, l’AI*IA, che organizza conferenze annualmente e
c’è un ecosistema di piccole aziende che creano prodotti e servizi di intelligenza
artificiale con ottime competenze.

Dal punto di vista delle grandi aziende invece il discorso è più complesso: la mia
esperienza personale prima di trasferirmi negli Stati Uniti mi ha lasciato un po’
scottato. Penso però ci sia un grande margine di miglioramento e che se
sapremo attingere al valore aggiunto di diversità e originalità che l’ecosistema
scientifico italiano così distribuito possiede e se riuscissimo ad attirare qualche
azienda di caratura internazionale, come nel caso di Amazon a Torino, e a
internazionalizzare i nostri ambienti di lavoro e le nostre prospettive di mercato,
le cose potrebbero migliorare.

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